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DIZIONARIO

DI ERUDIZIONE

STORICO-ECCLESIASTICA

DA S. PIETRO SINO AI NOSTRI GIORNI

SPECIALMENTE INTORNO

M PRINCIPALI SANTI, BEATI, MARTIRI, PADRIj AI SOMMI PONTEFICI, CARDINALI E PIÙ CELEBRI SCRITTORI ECCLESIASTICI, AI VARII GRADI DELLA GERARCHIA DELLA CHIESA CATTOLICA , ALLE CITTA PATRIARCALI , ARCIVESCOVILI E VESCOVILI, AGLI SCISMI, ALLE ERESIE, AI CONCILII , ALLE FESTE PIÙ SOLENNI, AI RITI, ALLE CEREMONIE SACRE, ALLE CAPPELLE PAPALI , CARDINALIZIE E PRELATIZIE, AGLI ORDINI RELIGIOSI, MILITARI, EQUESTRI ED OSPITALIERI, NOIf CHE ALLA CORTE E CURIA ROMANA ED ALLA FAMIGLIA PONTIFICIA, EC. EC. EC.

COMPILAZIONE

DI GAETANO MORONI ROMANO

PRIMO AIUTANTE DI CAMERA DI SUA SANTITÀ

GREGORIO XVI.

VOL. XI.

IN VENEZIA

DALLA TIPOGRAFIA EMILIANA MDGCCXLI.

DIZIONARIO

DI ERUDIZIONE

STORICO-ECCLESIASTICA

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VJAVALCHINI Caklo Alberto Gui- jyottoTiO, Cardinale. Carlo AlbertoGui- dobono Cavalcliini nacque a Tortona, nel i683, da nobile lignaggio. Dopo aver ottenuto la laurea, si recò a Milano, ove si rese celebre nel di- ritto, e fu aggregato al nobile col- legio dei giudici e dottori di quella città. Passò poscia a Roma, e qui , nel I 7 1 6, da Clemente XI venne a- scritto tra gli avvocati concistoriali; e da Benedetto XIII, nei 1725, fu fatto votante di segnatura. In se- guito ebbe le dignità di promotore della fede, vescovo, segretario della congregazione del concilio, canonista e correttore della penitenzieria, ed ai

9 settembre 1743, Benedetto XIV

10 creò Cardinal prete di s. Maria della Pace, poi prefetto della con- gregazione dei vescovi e regolari , colla protettoiia de' monaci celestini e cappuccini ; e, morto il Pontefice, gli sarebbe succeduto nel pontificato, se non avesse avuto 1' esclusiva dal- la corte di Francia. Clemente XIII, eletto invece di lui nell'anno 1758,

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subito lo destinò suo prodatario, e gli conferì il vescovato d' Ostia e Velletri, cui governò assai lodevol- mente. 11 ponte d' Ostia, eh' era di legno, fu da lui fatto costruire di pietra ; il perchè quel pubblico a segno di riconoscenza gli eresse un monumento nel palazzo della co- mune. Mori a Roma, decano del sa- gro Collegio, nel 1774» ^' novanta anni e trentuno di Cardinalato, com- pianto per le sue virth ed egregie doti. Il suo corpo, com'egli avea ordinato, fu esposto e sepolto nella basilica de'ss. XII apostoli.

CAVALCHINI Francesco Gumo- BONO, Cardinale. Francesco Guido- bono Cavalchini nacque in Torto- na ai 4 dicembre dell'anno 1755. Recatosi in Roma neh' età di anni tredici, sotto la direzione del pre- cedente Cardinale di lui zio, terminò i suoi studi nel collegio dementino, quindi nell' accademia ecclesiastica. Nel 1779, Pio VI lo nominò came- riere segreto soprannumerario, e nel- r anno appresso prelato domestico.

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Nel 1784 lo promosse a ponente di consulta, e ad assessore del go- verno, e nel 1787 a primo assesso- re criminale del medesimo tribuna- le. Rimase in questa carica sino al 1791, in cui fu fatto chierico di ca- mera. Di poi, nel 1801, Pio VII lo nominò governatore di Roma, e nel concistoro de' i4 agosto 1807, lo creò Cardinal diacono, riserbandolo però in petto. Ma nell' anno seguen- te fu ari'estato dai francesi, che al- lora occupavano Roma, fu rinchiu- so per tre mesi in Fenestrelie, e quindi rilegato nei dipartimenti me- ridionali della Francia. Ristabilito nel i8i4 il governo pontificio, egli riassunse la carica di governatore di Roma, e la esercitò sino ai 6 aprile del i8i8, epoca in cui venne pubblicata dallo stesso Pio VII la sua promozione alla sagra porpora, col titolo diaconale di s. Maria in Aquiro. Venne annoverato a nove congregazioni cardinalizie, oltre la prefettura di quella del buon governo, alla quale il nominò nell'anno 182.5 Leone XII, alla cui elezione era intervenuto. Ma essendo stato non molto dopo sorpreso da incomo- di, che non gli permettevano più di uscire di casa, nell'anno 1827, ri- nunziò a laborioso uffizio. Eser- citò tutte le cariche con energica fermezza, massime quella di gover- natore di Roma, e con tale inalte- rabile giustizia, che ancora viene ce- lebrata. Ornò la sua chiesa diacona- le di ricchi arredi sagi-i, ed ebbe verso i poveri una carità quanto generosa altrettanto più lodevole , dappoiché fu così segreta, che non si conobbe che dopo la sua morte, la quale avvenne ai 5 dicembre 1828, dopo lunghissima malattia, e dopo aver ricevuto con tenera di- vozione i sagrumcnli di santa Chic-

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sa, spirando colla tranquillità del- l' uomo giusto. Questo insigne por- porato fu esposto, e sepolto nella predetta chiesa di s. Maria in A- quiro.

CAVALIERE. Eques. Grado e nome, che significa carica di milizia o di dignità, derivante dalla voce cavallo. Venendo la milizia divi- sa in uomini a piedi ed a ca- vallo , questa seconda fu riputala più nobile, ed i cavalieri acquista- rono lustro e celebrità per aver militato pei principi, osservato de- terminate leggi, con governo e di- rezione degli altri, come definisce il Sansovino, Origine de cavalieri pag. I. Perlochè la dignità di cavaliere è il primo grado d' onore dell'anti- ca milizia, che da vasi con certa tal ce- rimonia a coloro, i quali si erano resi illustri, distinguendoli in siffatta guisa dall'altra gente di guerra. Così, sot- to il nome di Ordini militari ed e- questri, si debbono intendere alcu- ni corpi di cavalieri, fregiati di de- corazioni, e di privilegi, che furono istituiti da varii Pontefici, impera- tori, re, e principi sovrani, per ri- munerare i servigi di quelli a'qua- li li conferirono, e per dare una so- lenne e luminosa prova di benevo- lenza e stima all'ingegno, alla fe- deltà, al valore, e alla virtù. In questo Dizionario, ai rispettivi arti- coli, si ragiona dei diversi Ordini cavallereschi esistenti, che sop- pressi.

I Dizionarii della crusca, della lingua italiana, e delle origini fanno varie distinzioni sulla voce cavaliere o cavaliero, il perchè noi sol qui ri- porteremo quelle, che ci seinbi'ano in proposito. E detto cavaliere co- lui, che è ornato di dignità caval- leresca, la quale è di jiiìi maniere. Infatti in quattro mudi sun fatti, o so-

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levansi fare i cavalieri ; cioè cavalie- ri bagnali, cavalieri di corredo, cava- lieri di scudo, e cavalieri di arme. I cavalieri bagnati si facevano con gran- dissime cerimonie, e conveniva che fossero bagnati, figurando con ciò la lavanda da ogni vizio. I cavalieri di corredo erano quelli, che con la veste verde bruna, e con la dorata ghir- landa pigliavano la cavalleria. I ca- valieri di scudo erano coloro, che venivano fatti cavaheri, o dai popoli, o dai signori, e andavano a pigliare la cavalleria armati, e colla bai'bu- ta, o elmetto in testa, I cavalieri di arme erano quelli, che nel princi- pio delle battaglie, o nelle battaglie, non che dopo di esse, nelle pubbli- cazioni di pace,o delle tregue, nelle grandi solennità della Chiesa, e spe- cialmente nella pentecoste, nella con- sagrazione, od iucoixtnazione dei re, nella nascita dei principi delle case regnanti ec, si facevano cavalieri. Eranvi eziandio cavalieri di terra, e di mare, e ve ne furono poi anche di toga, come pure cavalieri eccle- siastici. I grandi cavalieri si chia- mavano vessilliferi , i minori bac- cellieri : tutti poi erano obbligati alla osservanza di molte cose, che trovansi notate negli scrittori di ca- valleria. Porta il titolo di cavaliere anche chi vive cavallerescamente, alla grande, con lustro, e da gentil- uomo, e talora si estende infino ai re , l'/r nohilìs, patrìcius. Cavaliere di corte vale uomo di corte, e nella romana diconsi cavalieri di spada e cappa, i camerieri secolari del Pa- pa, dalla spada che cingono al fian- co, e dalla forma dell' abito. Cava- liere fu anche usato in significato di nobile, e di condizione cavallere- sca, equestris. Cavalieri erranti di- consi da' romanzieri quelli di uu certo Ordine di cavalleria , che

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per Istituto doveano difendere gli oppressi, e proteggere specialmen- te le donne. 1 cavalieri presso gli antichi romani erano, come diremo, il secondo grado di nobiltìi dopo quello de' senatori.

Dice poi il Bonanni, nel suo Ca- talogo degli Ordini equestri e mili- tari, che alcuni cavalieri di milizia ecclesiastica, sebbene applicati alle armi, sono cavalieri di religione, e di chiesa, come i gerosolimitani, i teutonici ec, ed altri sono cavalieri di ordine, di croce, e di collana , fatti dai principi, come quelli della giarrettiera, del tosone, dello Spiri- to Santo ec. Non sono di vita mo- nastica, né fanno professione di rego- la, ma solo sono sottoposti alla legge di cavalleria, fondata in termini di onoi'e. Altri finalmente sono cava- lieri dello sperone d'oro, che il ci- tato Sansovino chiama comuni, dap- poiché in ogni città, da ogni prin- cipe erano creati di qualunque qua- lità e condizione , e talvolta non degni del cospicuo grado . Il Can- cellieri, nelle sue Dissertazioni bi- bliografiche, pag. 8, facendo il pa- ragone se sia meglio applicarsi alle lettere, o alle armi, e se più nobi- li sieno queste o quelle, dice che certamente i dotti sono stati consi- derati per eguali ai militi, o cava- lieri, essendovi i milites litteratij i milìtes clerici, senza parlare del- l' antico detto, cedunt arnia togae. Vi ha una decisione di Bartolo, da cui rilevasi, che dopo un decennio d' insegnamento, un dottore di gius era ipso facto cavaliere. V. Bettinelli, Risorgimento ec, l. 122.

Origine de^ Cavalieri e loro diffe- renti specie.

Si crede che l' origine de' cava- lieri rimonti alla più remota anti-

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chità, e sia un ritrovato di quei primi, che erano mossi o da ingim'ia ricevuta, o da onesta volontà di ri- cuperare il perduto, o da voglia di conquistare, o di procacciarsi gloria. Ne riporta alcuni esempi il menzio- nato Sansovino, aggiungendo che fra i romani l'origine de' cavalieri si deve a Romolo, dappoiché avendo stabilito il suo stato, gli diede per grandezza, e maggior sicurezza tre centurie di cavalieri, la prima chia- mata Ramnense dal nome di Ro- molo, r altra Tiziense da Tito Ta- zio re sabino, la terza Luceria. Non fa Tito Livio altra menzione di ca- valieri: molto ne pai'la Plinio nel libro XXXIII capo li, dicendo fra le altre cose, che dopo molte mu- tazioni fatte dell' Ordine de' cavalie- ri. Cicerone fu finalmente quello, che stabili l'Ordine equestre nel suo consolato, e lo pacificò col senato, gloriandosi anch' egli di essere usci- to da loro. Il perchè appunto da quell'epoca l'Ordine equestre co- minciò ad essere il terzo corpo nel- la repubblica, e s'incominciò nelle iscrizioni ad aggiungersi al senato , ed al popolo romano, mettendosi dopo di questo siccome aggiunto di nuovo. Tuttavolta il Giustiniani , Historie cronologiche degli Ordini equestri j pag. 4, chiama quelli isti- tuiti da Romolo, dei Cornicularii , e fa menzione dei Rndiani, Ranicn- si, e Taziensi, tutti Ordini equestri de' romani. L' intenzione pertanto di quello, che pel primo ordinò cava- lieri, fu per servirsi dell' altrui va- lore militare, o per custodire la pro- pria persona, o per guardia del pub- blico. 11 valore militare fu adun- que eletto dal principe come prima- rio oggetto di essere esaltalo ed o- norato a questo grado di cavalleria, senza punto riguardo alla nobiltà,

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ricchezza, ed altro della persona am- messa all' Ordine equestre, che per altro dovea essere fornita di valore, l'cligione, e belle doti, e più degli altri era obbligata a servire il prin- cipe con fedeltà.

Volendo poi dire de' cavalieri ro- mani antichi suaccennati, essi divide- vansi in tre ordini, o classi, cioè in senatori, in cavalieri, ed in plebei. I cavalieri, come dicemmo, sino dal- la fondazione di Roma , erano quelli, che nelle guerre esercitavano la mi- lizia a cavallo, somministrato loro e fornito dal pubblico erario. Dopo r istituzione di Romolo primo re di Roma, vennero ampliati nel numero prima da Tarquinio Prisco quinto re, e poscia da Servio Tullio di lui successore, il quale li decorò di piìi splendido ed onorevole grado di di- gnità. In progresso, essendo salito il popolo romano al sommo di grandez- za e possanza per le vaste sue conqui- ste, principiò a ricevere ne' suoi e- serciti la cavalleria delle vinte na- zioni, per lo che l'Ordine de' cava- lieri soffrì vm notabile cambiamento : laonde all'epoca dei Gracchi, e nel cominciar del consolato di Cicei'one, i cavalieri altro non erano che una classe di cit,txdini doviziosi non ap- partenenti alla milizia inferiore, al ceto dei patrizi, superiore però a quello della plebe , disfinguendosi principalmente da questa per un a- nelio d' oro, che portavano lìel dito, secondo il costume degli antichi cavalieri appartenenti all'esercito , come meglio si dirà. Godevano i cavalieri romani molli privilegi, e molte preeminenze, una delle quali era di poter passaré^-n^novero d'.'sc- natori quando il merito ne li rendeva degni. A tal effetto ogni cinque an- ni venivano passati in rassegna dai censori, che rigorosamente ne csa-

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minavano le azioni, e trovatele de- gne (li castigo, o vedendoli an- dati in miseria a cagione dei vizii, li privavano della cavalleria, e li riducevano all'ordine de'plebei. Ri- guardo poi alle vestiinenta dei cavalieri, siccome è nolo che i romani usavano la tonaca cui so- vrapponevano la toga, cos\ veni- vano distinti in diversi ordini dal- l'essere essa pili o meno ornata, ovvero affatto semplice. Ed è per- ciò, che i plebei vestivano toga li- scia, i senatori ornata con grandi fregi di porpora, e i cavalieri con altrettanti ornamenti, ina di minor grandezza. Questa toga poi dicevasi clava ta^ perchè gli ornati erano a foggia delle teste de' chiodi, sebbene da molti si ritenga, che tali fregi altro non fossero che fiori, o liste di porpora di maggior o minor gran- dezza, a seconda dell' ordine della persona. Certo è che la toga pei romani era come il manto ai gre- ci, che assumevano sulla tonaca, la quale solo cuopriva le ginocchia, mentre quella essendo amplissima, giungeva sino a terra. Alcuni asse- riscono, che la toga fosse chiusa di- nanzi, e serrala ai fianchi con una cintura; ma i più vogliono, che fosse interamente aperta, e fermata solo su di una spalla, per lasciar libe- ro r uso del destro braccio, il che vediamo ne' monumenti, che tuttora ci restano. Tuttavolta il principal distintivo de' cavalieri romani era l'anello d'oro, cui portavano nel dito anulare della mano destra, il quale vuoisi che fosse semplice, a distinzione dei senatori, 1' anello dei quali aveva in mezzo una pietra. Però alcuni sono di opinione, che s^i r uno che l' altro fossero intera- mente simili, il che sembra più pro- babile, serveudosi gli antichi di ta-

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li anelli per sigilli, come dicesi al- l'articolo Anello {Vedi), e portandolo i plebei di ferro. K. il citato Bo- nanni pag. XCIX, del cavaliere ro- mano antico.

Succeduti alla romana repubbli- ca gì' imperatori, non solo conser- varono gli Ordini equestri, ma ezian- dio ne istituirono di nuovi, come abbiamo dal citato Giustiniani pag. 4, notando per uno dei più cospi- cui quello de' cavalieri augustali i- stituiti da Tiberio, Di quest'Ordine fregiò queir imperatore Druso suo figliuolo, e Tito, Claudio, e Ger- manico di lui nipoti, senza mento- vare altri personaggi. Seguì poscia 1' erezione dell' Ordine equestre del cinto e speroni d'oro, poi cambia- to nel cinto della spada colf uso degli speroni, che nell' armare ogni cavaliere di onore si accostuma dai principi. Vuole inoltre il San- sovino, trattando della dignità dei cavalieri, che gl'imperatori, ad imi- tazione degli antichi romani, pre- miassero q'uelli, che si erano distin- ti per valore guerriero con co- rone a proporzione de' fneriti; il perchè sono note le corone di quei*- cia, di gramigna, d'olivo, di mirto, d' oro ec, non che con donativi di cavalli, armi, ed abbigliamenti mi- litari, mentre chi li riceveva, diligen- temente conservava tali onorevoli testimonianze a perenne memoria. GÌ' imperatori, a chi avevano distin- to col nome di cavaliero, diedero il titolo di commilitone, od altri no- mi rispettabili , per eccitare viep- più la virtù e il coraggio in loro, e destare 1' emulazione negli altri.

In Firenze vi aveva una compa- gnia di volontarii, che erano de'più celebri giovanetti della città , e chiamavansi cavalieri della bandai per un' insegna eh' essi portavano ,

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di colore rosso in campo verde. Il Villani fa menzione tie' cavalieri ban- ' deresi, e di corredo, de' cavalieri di scudo, d' un cavaliere fatto dal sin- daco del popolo romano all' altare di s. Pietro, bagnato nella conca del paragone, ove si bagnò Costan- tino. Tale fu anco Cola di Rienzo, famoso tiùbuno di Roma nell' assen- za de' Papi in Avignone, il quale prese i pomposi titoli di candidato dello Spirito Santo, cavalier Ni- cola Severo, clemente liberatore di Roma, zelatore dell'Italia, amatore del mondo, e tribuno augusto, e con essi sottoscriveva le sue lettere; ed allorquando riportò una vittoria sui Colonnesi, prese di ciò argomen- to per armare il suo figliuolo ca- valiere della vittoria. In Francia prima di tal' epoca, già nel secolo decimo, l'Ordine cavalleresco consi- steva in im' associazione di nobili uniti per la protezione dei deboli, e per comune difesa contro gli a- busi, che derivavano dalla confusio- ne dei poteri feudali , anzi nel de- clinare del secolo XI questa riunio- ne di guerrieri prese una forma le- gale insensibilmente, pei-chè illustrata dall' ei'oismo, e prese un posto fra le istituzioni. Ed è perciò, che sem- pre più il titolo di cavaliere fu con- .siderato una dignità, che dava il primo rango nell'Ordine militax-e, e non conferi vasi se non per mezzo d'una specie d'investitura, con ce- rimonie e giuramenti. Sino dall'età di sette anni al giovane destinato a divenir cavaliere , davasi una edu- cazione guerriera e leligiosa . Il primo grado era quello di paggio , quindi di scudiero, e nel terzo lu- stro dell'età i suoi genitori lo pre- sentavano con una candela all'altare ])er farne oblazione. Il sacerdote cele- brante toglieva dalla mensa dell' al-

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tare, una spada, e una cintura , e dopo averle benedette , ne cin- geva il fianco del giovanetto, che allora principiava a portarle. Questi scudieri si dividevano in più classi: eranvi gli scudieri di onore, o del corpo, cioè della persona del princi- pe o della dama; eravi lo scudiere di camera, o ciambellano, lo scudiere scalzo, il coppiere, lo scudiei'e della scuderia , della panettei'ia ec. Nei combattimenti lo scudiere era atten- to ai movimenti del suo signore per somministi'argli, quando occorres- se, nuove armi, riparargli i colpi, rial- zarlo se caduto, e dargli un altro ca- vallo, tenendosi solo nei limiti della difesa. Quindi all'età di ventuu an- no gli scudieri potevano essere pro- mossi al cavalierato. Ciò per altro non si osservava per tutto. Dalle storie di Spagna abbiamo, Surita lib. 2. capo 5, che i re d' Aragona giunti alla età di venti anni, oppure contraendo matrimonio, erano armali cavalieri, e senza ricevei'e la C(«'ona erano chia- mati re, il perchè Innocenzo III nel 1206, diede loro il privilegio di esse- re coronati; e quando Pietro III ve d'Aragona meritò nel 1283 le cen- sure ecclesiastiche di Martino IV , volle intitolarsi Pietro d' Aragona cavaliere padre di due re, e signore del mare.

In progresso si crearono dai piin- cipi sovrani cavalieri anche in tempo di pace, non perchè essi sieno milita- ri, ma perchè come i militi fossero ornati di egual dignità, e relativi pri- vilegi, e quanto più il principe è pos- sente, tanto è più cospicuo il cavaliere fatto da lui. Fra le cerimonie, che praticavansi nella creazione d'un ca- valiere in tempo di pace, si faceva precedere la fimzione dai digiuni , e dalle preghiere, ed eranvi dei padrini per armarlo. Gli si poneva-

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no gli speroni cominciando dai sini- stro, la corazza, i bracciali, le mano- pole, poscia gli si cingeva la spada, dandoglisi da quello, che conferiva il grado, tre colpi di spada sulla spalla o sul collo, per significare tutti i tra- vagli, ai quali doveva essere prepara- to. Indi gli si diceva: zrt nome diDio, ovvero di un santo, io tifo cavaliero, sii pio e coraggioso. Allora gli si pre- sentavano il cimiero, lo scudo, la lan- cia, ed un cavallo, eh' egli montava air istante, e caracollava con leggia- dria coir asta, o colla spada.

Quando gì' imperatori romani si portarono a Roma per essere corona- ti dal Papa nella basilica vaticana, par- tendo quindi con solenne cavalcata per la basilica latei'anense, e venendo ac- compagnati sino a Castel s. Angelo dai medesimi Pontefici, giunti sul con- tiguo ponte Elio, solevano creare al- cxmì cavalieri. Di fatti abbiamo fra gli altri, che l'imperatore Sigismon- do, dopo essei'e stato coronato nel 1433 da Eugenio IV, fermandosi sui ponte s. Angelo, creò molti cavalieri aureati tanto italiani che tedeschi, del- la quale cosa parla l' annalista Rinal- di, presso un codice mss. di Paolo Re- nedetto maestro di cerimonie. Così Federico III imperatore, nel 14^2, dopo essere slato coronato in s. Pie- tro, e accompagnato sino a Castello da JNicolò V, nel traversare il ponte s. Angelo, fece molti cavalieri dello spe- rone d' oro, parlando dei quali il Bo- nanni dice, che furono duecento set- tantacinque, e il Novaes ne enumera duecento ottantuno nella vita di Nico- lò V. Percuoteva l'imperatore ciascun cavaliere per tre volte colla sua spa- da. Il Nauclero, presso il mentovato Rinaldi ad annum i^5i, n.° 2, ecco come descrive tal funzione: « Caesar » in pontem Hadx'iani profectus est, " ubi Albertum fiatrem, pKuesque

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» duces,el comites in militiae proveiit " honorem , ter quemque perculiens. >' Trecenti co die percussi milites ". Racconta poi il Platina, nella vita di Paolo li, che, ritornato in Roma Fe- derico III, fu ricevuto «lai Papa con grandissimo onore, e eh' egli trovan- dosi in castello, li vide ambedue sotto un pallio o baldacchino, mentre tor- navano dal Laterano al Vaticano, e clie il Pontefice si fermò, ed aspettò sul ponte, finché l'imperatore creò in quel luogo alcuni cavalieri. Dopo che Carlo V fu coronato in Bologna nel 1 53o dal Pontefice Clemente VII, con esso andò per la città in solennissima cavalcata, dopo la quale si recò alla chiesa di s. Domenico, ove i canonici lateranensi lo fecero canonico, quindi lerminatd tal funzione, l'imperatore creò molti cavalieri. In una relazione, che possedè mss. il eh. bolognese Gae- tano Giordani, ecco quanto si legge avendola riportata nella nota 67 nel- l' illustrazione di Lettera inedita ec. , Bologna i84i- sull'incoronazione di Carlo V : »» l' imperatore colla spada » nuda toccava la testa di chi voleva « essere cavaliere dicendogli esto nii- » les: ma allora tanti furono i chie- « ditori affollati intorno alni, i quali " dicevano : Sire, Sire, ad me, ad me, »» eh' egli costretto e stanco, sudando « persino nella faccia, per togliersi da » quella calca, inchinò sopra tutti la w sua spada, ed esprimendosi verso i » cortigiani colle parole /io«/?oc?o max, » perfinire soggiunse; estote milites: » estote milites todos, todos: e cosi re- plicando, gli astanti si partirono cava- » beri e contentissimi". Ritornato poi Carlo V alla sua residenza, fece cava- lieri quelli, che nella cavalcata avevano portato le insegne o stendardi di Bo- logna, cioè i gonfalonieri del popolo, delti tribuni della plebe del primo quadrimestre. 1 sovrani creano oggi-

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di cavalieri per mezzo de' loro di- plomi, e talvolta lo fecero anco col- la viva voce, o di Ordini equestri da loro istituiti, o di altri preesistenti. Secondo il Sansovino, fu Paolo III, che pel primo creò cavalieri in Ro- ma, nomitiando a tal onore Nicolò da Ponte senatore veneto. Ma prima di lui non mancano testimonianze, come si potrà vedere ai rispettivi articoli degli Ordini equestri, anzi si legge nella sua vita, che eresse un Ordine di quattrocento cavalieri, i quali com- peravano il loro posto, e ne avevano dalla dogana la rendita annuale di cento scudi : certo è però che con bol- la emanata nel i54o Paolo III con- fermò i privilegi dei cavalieri dello sperone d'oro. Di siffatti cavaliew, che appartennero alla classe de' vacabili, ne furono di varie denominazioni, co- me di cavalieri di s. Pietro, cavalieri di s. Paolo, cavalieri del giglio, j'ulii, pii, laurelani, e simili. Fra' diversi di- stinti ceti della corte e curia roma- na, come i famigliari nobili ed intimi dei Papi, neir essere dichiarati conti palatini, erano pur creati cavalieri , anzi concessero i Papi ai Cardinali le- gati, ai vescovi assistenti al pontificio soglio, e ad altri personaggi, il privi- legio di crearne un determinato nu- mero. Ed uno dei privilegi, che gode- va la romana principesca casa Sforza Cesarini, non comune a verun' altra famiglia, neppure pontifìcia, come os- serva il Ratti della famiglia Sforza, Roma 1794 parte I, pag. 264, 265, e ^.^Q, era quello di creare cavalieri dello sperone d'oro, o milizia aurata, non che conti del sagro palazzo ed aula lateranensc. Questa rara prero- gativa la concedette a celebre e nobilissima famiglia il sovrano Pon- tefice Paolo III, Farnese, in conside- razione dei grandi meriti e lustro di essa, già sovrana del ducato di Mila-

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no, e di altri stati, per le speciali be- nemerenze che aveva colla s. Sede, e per la stretta parentela , cui le era congiunto. Confermarono tal privile- gio Giulio III, Gregorio XIII, e Sisto V, per cui il capo della famiglia Sfor- za Cesarini accordava tal distintivo, a quelle persone che, ne reputava degne per ingegno, e virtù, con diploma che spediva in Genzano o altro suo feudo. 1^. Litlercp. aposlolicce quihus nonnulla de equestri auratae militiae decernun- iur, che il regnante Papa Gregorio XVI emanò a' 3i ottobre i84i- Con tali lettere ,• nel ritornare all'antico splendore l' ordine dello sperone d' o- ro , ha il Pontefice stabilito anco i com- mendatori fissando per Io stato ponti- fìcio il numero di essi a centocinquan- ta, e quello dei cavalieri a trecento ; ha aggiunto al nastro rosso di seta il colo- re nero, e sullo smalto bianco della cro- ce, l'immagine di Papa s. Silvestro I ; ed ha derogato al pi'ivilegio che i pre- decessori aveano accordato ad alcune distinte famiglie, di concedere cioè il medesimo ordine, acciocché in appres- so non abbia alcuna forza, e vigoi'e. Di quest'Ordine poi equestre, ed au- rato, comechè se ne parli all' articolo Sperone d'oro, diremo che vuoisi isti- tuito da Costantino il Grande, e con- ferito a quelli, che in privato e in pubblico facevano continuamente la guardia alla sua persona , come le guardie nobili, e gli svizzeri la fanno oggidì al Papa. In oltre legavano ai piedi dell'imperatore gli sproni, don- de presero il nome e l'impresa i ca- valieri, portando nel petto la croce a otto punte collo sprone pendente. S. Pio V volle ripristinarh sotto il no- me di pii , ed ampliarli , prescrisse che essere dovesse nobile la posterità di un cavalierato cui assegnò ren- dile, in seguito però continuò a chiamarsi dello sperone d'oro. Vuol-

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si ancora, che l'Ordine dello spe- rone d' oro fosse approvalo da s. Silvestro I , e che ne decorasse lo slesso Costantino istitutore. J\on ha guari in Roma si sono ristampale le Memorie storiche siiW anticliilà , ed eccellenza dell' Ordine aurealo, ossia dello spron d' oro.

Finché durò la repubblica veneta, questa teneva un ambascialore a Ro- ma presso il Papa, e prima di par- tire dalla sua ambasceria veniva creato cavaliere della milizia aurata con quelle formalità , e cerimonie, che andiamo a descrivere, mentre è degno di osservazione, che a nin- no de' suoi ambasciatori la repubbli- ca permetteva ricevere decorazio- ni equestri , meno che dalle ma- ni del Sommo Pontefice. La fun- zione si faceva nel palazzo apostoli- co abitato dal Papa nella camera dell'udienza privala , se l'ambascia- tore era incognito, e nella stanza avanti la cappella segreta del Qui- rinale, ed in quella del s. Offizio al Vaticano , o nella camera de' para- menti, se r ambasciatore aveva lat- to il pubblico ingiesso in Roma , nel qual caso adoperavasi la sedia gestatoria, perchè la funzione si lé- ceva in pubblico, mentre nella pri- vata , il Papa adoperava una sedia camerale. V'intervenivano, mediante pontifìcio invilo, i Cardinali veneziani, oltre il Cardinal segretario di slato, vestitii di sottana, rocchetto, mezzetta e manlelletta, sedendo nei banchi, ed Alessandro \ 111 vi fece assistere an- che i Cardinali aggregati alla nobil- tà veneziana, alla cui nazione egli apparteneva. 11 Diario di Rovi a ^ num. 3i3 dell'anno 17 19, riporta la funzione fatta da Clemente XI , coll'ambascialore veneto nobile Duo- do, il quale fu coi»dollo in carroz- za al palazzo apostolico, dal conci t-

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ladino Cardinal Priuli , che è del seguente tenore.

Clemente XI assiso sotto baldac- chino sulla sedia gestatoria nella camera de' paramenti, e vestito di sottana, (àscia, rocchetto, mezzetta e stola , ricevette l' ambasciatore in abito senatorio a' suoi piedi, accom- pagnalo dai maestri delle cerimonie, dopo aver fatto le tre consuete ge- nuflessioni , mentre due cappellani segreti ginocchioni ai lati del Pa- pa, sostenevano l'uno il secchio del- l'acqua santa coll'aspersorio, e l'altro la spada nuda d'oro ornala di dia- manti. Clemente XI , deposto il ca- mauro, si alzò in piedi, e servito di libro e candela da dvie arcive- scovi assistenti al soglio, benedi la spada colle preci del pontificale ro- mano, e ricevuto dal Cardinal de- cano l'aspersorio, la bened'i, ricevendo pure dal medesimo la spada, la quale pose nelle mani dell'ambasciatore di- cendo: » Accipe gladium istum, in « nomine Patris, et Filii, et Spiri- » lus Sancii , ut eo utaris ad de- » fensionem tuam, ac sanclae Dei « Ecclesiae, et ad confusionem ini- micorum crucis Cbristi , ac fidci » christianae, et quantum humana » fragililas permiserit , cum eo ne- » mine in injusle la-das ; quod ipse » praistare dignetur, qui cum Patre, »> et Spiritu sancto vivit et nguiit " Deus per omnia ssecula saeculoruni. » Amen ". 11 piimo maestro delle ce- rimonie Cassina prese quindi la spa- da dall'ambasciatore , la ripose nel fodero, passandola a d. Carlo Alba- ni nipote del Papa, che la cinse al fianco dell'ambasciatore, il quale al- zatosi in piedi, dopo averla cavala dal fodero, tre volte spiritcsanienle la mosse, ed avendola strisciala sul b) accio sinistro, la ripose nel fodero. Indi il Pontefice pxese dalle muui

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del Cardinal decano una preziosa collana d'oro lavorata, con medaglia .simile pendente , col ritratto dello stesso Clemente XI da una parte , e nel rovescio coli' immagine del Sal- vatore in atto di sostenere la croce coH'epigrafe : factvs est principatvs Ejus svPER HVMERVM Ejvs. Il Papa la pose al collo dell'ambasciatore, dan- dogli l'abbraccio di pace , dicendo : Pax tecurn. L'ambasciatore allora tornò a sfoderare la spada , la de- pose nelle mani del Pontefice, che tre volte leggiermente gliela battè sulle spalle, dicendo : Esto miles pa- cificus^ strenuus, Jidelis, et Deo de- voluf. Ripigliata dall'ambasciatore la spada, e postala nel fodero, il Papa, dandogli un piccolo schiaffo, gli dis- se : Exciteris a sornno malitiae, et vigila in fide Christi, et fama lau- dabili. Ciò detto, il marchese Astal- li capitano delle guardie del corpo pose all' ambasciatore gli speroni d' oro di squisito lavoro (i quali in uno alla spada siccome erano degli ambasciatori , dovevano precedente- mente mandare al palazzo apostolico), mentre il Papa diceva : Speciosus forma prae Jìliis homimimj acciri' gere gladio tuo super femur tuum, potentissime: indi Dominus vohiscuniy coll'orazione propria. Dopo di che, l'ambasciatore baciò il piede al Pon- tefice ringraziandolo ossequiosamente, e ne ebbe amorevole risposta in lo- de della repubblica , e della di lui persona, e nobilissima prosapia Duo- do. Quindi il Cardinal primo dia- cono levò la stola a Clemente XI , che, benedetti i Cardinali, e l'amba- sciatore col suo corteggio, fl^ce ritor- no alle sue camere, mentre l'aniba- scialore avendo deposta la collana, la spada, e gli speroni (che ritirò (ut suo famigliare, per attendt;re the la repubblica, lu quale uou vulu-

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va che a' suoi sudditi , come di- cemmo, si conferissero ordini eque- stri, avanti che gli mandasse quel- lo dello stolone d'oro, cui sole- va mandare a Roma contempora- neamente al suo ambasciatore fi-e- giato dal Papa delle insegne del cavalierato della milizia aurata) , si restituì col Cardinal Priuli al palazzo di s. Marco sua residenza. Nella mattina seguente l'ambasciatore pel suo maestro di camera, mandò al Papa in donativo un quadi'o di cristallo intagliato, rappresentante un miracolo di s. Clemente ; ed il pre- fetto delle cerimonie pontificie ri- mise all'ambasciatore il consueto ro- gito da lui come protonotario apo- stolico rogato, facendo fede della fun- zione seguita , ed aggregazione alla milizia equestre aurata, alfine di go- derne le preeminenze e le prerogative relative. Talvolta è poi avvenuto, che la spada venisse cinta da un principe romano, o dal principe assistente al soglio, e che gli speroni, in man- canza dei capitani delle guardie del corpo o cavalleggieri , fossero posti all'ambasciatore dal capitano della guardia svizzera pontificia, come si legge nel numero 8 1 3 del Diario RonianOj che descrive quando Inno- cenzo XIII nel ijii decorò dell'Or- dine equestre 1' ambasciatore veneto Cornaro. Analogamente alle descritte cerimonie, il citato Sansovino, par- lando delle insegne de' cavalieri, pag. 8, dice che se l'anello era an- ticamente distintivo cavalleresco, po- scia i principi adottarono lo sperone d'oro, o di metallo dorato, e vuole che Filelfo, il quale fiori nel XV seco- lo, [)el primo chiamasse per tal'insegna i cavalieri aurcati ; e che il donativo <l('gli speroni voglia significare come r uill/io del cavalicro si dee fare a cavallo, col quale appunto si ado-

CAV pera Io sprone. Anticamente, se il cingolo, o cintura , che si pone al cavaliero, fosse stato perduto, egli re- stava privtìto dei privilegi e delle pre- rogative, che gli concedevano le leg- gi; quindi è che il principe creando un cavaliere, gli cinge la spada, ovvero con essa gli tocca la testa per significare, che colla spada dee mostiare il suo valore, per cui è fatto cavaliero, e con quella difen- dere il suo promotore, dovendo perciò essere coraggioso e virtuoso. Riguardo poi al conferimento della collana, come particolar insegna di special favore, ricorda il detto San- sovino, che i nobili romani usavano nella giovanile età la bolla d' oro appesa al petto, e che Faraone vo- lendo esaltare Giuseppe, gì' impose al collo una collana d'oro; mentre gli stessi lomani nelle guerre dava- no ai loro confederati collane d'oro, ed ai propri concittadini solo colla- ne d' argento, ciò che in seguito fu imitato dagl' imperatori, solendo do- nare collane di due specie, chiamate duplares e simplares^ a proporzione dei meriti di quello cui volevano onorare. E finalmente egli dice, che per riguardo al colore delle insegne di cavaliero, il rosso fu il principale. Gli altri, come le insegne, le deco- razioni, gli emblemi, le croci ec. furono espressamente stabiliti dai fon- datori degli Ordini militari ed eque- stri , pei motivi per cui l' istituirono, siccome può vedersi agli articoli rispettivi, ove si scorgeranno gli Or- dini equestri eziandio di donne.

I Diari di Roma riportano le funzioni e le cerimonie praticate nel conferimento degli Ordini eque- stri in Roma, sia dal Papa, che dai Cardinali, ed altri. Si legge, nel numero 226 dell'anno 17 18, la fun- zione pel cavalierato di Oisto con-

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ferito da un Cardinale, con facol- tà compartitagli da Clemente XI, al cavalier Rusconi scultore, di quattro statue degli apostoli per la basilica lateranense. Fu eseguita quella fun- zione dal Cardinale nel proprio pa- lazzo, sotto il trono, con rocchetto scoperto, cioè con sottana e moz- zelta. Nello stesso numero, pag. 24, egualmente si legge, che i cavalieri di s. Stefano, nella chiesa di s. Ca- terina da Siena, dopo la messa can- tata, diedero l'abito, e la croce, e posero la spada e gli speroni ad un nuovo cavaliere; quindi nel numero 636 nel detto anno 1718, nei nu- meri 199, e 200, legeesi il diploma, e la funzione dell'Ordine della Cro- ciera fatto conferire dall' imperatri- ce, per le mani del Cardinal Scrat- tembach, comprotetton; di Germania, alla marchesa Lancia IJichi, dimo- rante nel monistero di s. Anna, nella cui chiesa ebbe luogo la fun- zione. Nel Diario dell'anno 1721 viene riportato, che il priore dell'Or- dine di s. Stefano, nella chiesa di s. Giovanni de' fiorentini, diede l'abito militare di cavaliere di giustizia a certo Valletti, il quale, secondo il costume, fece dispensare i guanti agli astanti. 11 numero 648 del medesi- mo anno racconta, che il gran priore di R.oma dell'Ordine gerosolimitano presentò ad Innocenzo XIII , per parte della sua religione, due croci, una delle quali gioiellata, pel di lui nipote d. Carlo, che il medesimo Papa aveva dichiarato cavaliere mi- lite di giustizia; quindi il Pontefice, dopo aver celebrato la messa, assiso in trono in una delle sue camei-e, pose al petto del principe nipote la croce di Malta. Il numero 729 del- l'anno 1722 riporta la decorazione dell'Ordine della croce stellata , con- ferito nella chiesa d'Araceli dal p.

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Diaz teologo imperiale, per coin- inissioiie dell' imperatrice presidente dell'Ordine, alla marchesa Acco- ramboni del Drago. Nel 1782 Cle- mente XII fece decorare l'architetto Ferdinando Fuga colia croce di ca- valiere, da monsignor Acquaviva maggiordomo, che gliela impose nel- la sua cappella, come si ha dal numero 2362. Nel lySS Benedetto XIV, ad istiUiza del re di Sardegna, diede formalmente la croce di com- mendatore dell'Ordine de' ss. Mauri- zio e Lazzaro, al proprio nipote d. Giovanni Lambertini, nel modo che descrive il numero 632 1; mentre il numero 8248, dell'anno 177 1, ri- porta quando Clemente XIV creò cavaliere aureato Nicolò Erizzo II, ambasciatore della serenissima re- pubblica di Venezia. I numeri io54, e io58 del citato Diario di Roma, anno 1784, riportano, che Pio VI nella sala del concistoro, e colle pre- scritte cerimonie vestì monsignor Braschi suo nipote, che precedente- mente avea dichiarato gran priore di Malta in Roma, dell'abito e della croce dell'Ordine de' ss. Maurizio e Lazzaro, speditagli dal re di Sarde- gna, per mezzo del ministro conte Valperga. Oltre la croce di brillanti, gli diede quel monarca una couì- n)enda coll'annua rendita di duemila duecento scudi, dichiarandolo inoltre suo gran ciamberlano. Furono pre- senti alla funzione i Cardinali pala- tini e nazionali, il ministro, e i cavalieri dell'Ordine. Finalmente, nel numero 2o44 dell'anno 1794» evvi la descrizione della seguita funzione, in cui il gran maestro dell'Ordine gerosolimitano con diploma njagi- strale, e breve pontificio facoltativo, fece decorare della croce di divozio- ne di lai Ordine la dama Virginia Masliaui Severi di Rieti.

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Il sommo Pontefice crea i cavalie- ri con breve apostolico, e i sovrani, i gran maestri, e i dignitarii degli Ordini equestri militari e religiosi, li annoverano ad essi mediante di- plomi, che da alcuni chiamansi an- che bolle. I Cardinali legati a laierc conferivano, per indulto della Santa Sede, dodici cavalierati dello speron d'oro, e pel medesimo privilegio, i vescovi assistenti al soglio ne con- ferivano quattro, con diploma, la cui formula si legge nel Parisi, Istru- zioni, tomo IV, pag. 5, e seg., av- vertendo egli , che siccome il cava- lierato è titolo secolare, tuttavia il diploma di solo conte palatino si anche agli ecclesiastici colle limi- tazioni, che le parole aurata; mili^ lice equitan si debbano tralasciare se la persona sia ecclesiastica, come per essi si omettono le parole enserii, et aurata calcaria. Il Sansovino a pag. 93, Origine de' Cavalieri , del- l'edizione del i566, tratta Degli sta- hilimenli, leggi, ed ordini convenevoli ad ogni cavaliere. Del medesimo autore, ed argomento abbiamo altra edizione in libri IV, colla data di Yinegia i683, Ordini equestri, mi- litari, ed ospitalari. In essa fa la distinzione della cavalleria, Equiluni ordo, in mililare, regolare, onoraria, e sociale.

CAVALIERI. Ordine de' presi- denti della Pontificia Accademia di s. Luca. La romana Pontifìcia accademia delle belle arti, veneran- da per la sua antica origine, chiaris- sima per famosi professori, e rispet- tabile per in)portanti servigi resi alle arti liberali, meritava l'alta protezio- ne, e lo incoraggiamento de' Sommi Pontefici, sotto i cui auspici, e quello de' Cardinali protettori Federico 13or- romei, Paleotlo del Monte, dei due Barberini , e poscia de' camerlenghi

CAV di s. Romana Chiesa, mi labilmente prosperò , e fioiì in modo , che la sua riputazione suona grande e ce- lebrata per tutta l' Europa, ed ovun- que si stima come supremo tribu- nale nel fatto delle arti. Vantando r accademia la sua origine nel se- colo XIV, segna per principale me- cenate Sisto IV, che nel 1478 l'in- novò le antiche costituzioni dell' u- ni versila, ciocche pur fecero il se- natore di Roma, e i conservatori del popolo romano. Paolo IH con suo breve nobilitò l' arte della scul- tura, dichiarandola scienza studiosa, emula della natura. Ed il valente pittore Girolamo Muziano ottenne dal magnanimo Pontefice Gregorio XIII una bolla, datata ai i5 otto- bre 1^77, colla quale venne isti- tuita r accademia romana di belle arti, sotto la medesima invocazione di s. Luca evangelista, cui Sisto V, a mediazione di Federico Zuccari , si mostrò largo di grazie e favori , e con sua bolla del i588 approvò quella dell' immediato predecessore. Quindi, nel i593, sotto il ponti- ficato di Clemente Vili , lo stesso Zuccari fu eletto dagli accademici in loro principe, titolo che le acca- demie d'Italia davano ai loro capi, o presidenti; e fu egli il primo che, ai i4 novembre di detto anno, pre- siedette alla prima accademia presso la chiesa di s. Martina, con tutta formalità , sedendo in luogo emi- nente , collo scettro accademico , e pronunziò analogo discorso suU' ac- cademia del disegno, e sulle nobili arti della pittura, scultura, e ar- chitettura. Poco dipoi Paolo V, con breve del 1616, compartì all' acca- demia il privilegio di liberare ogni anno un reo per la festa del suo l^rolettore s. Luca. Gregorio XV nel 1621 approvò gli statuti e i

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capitoli ; ciò che pur fece Urbano Vili, nel 1627, assoggettandole le arti di Roma. Ci'cscendo successiva- mente la fama dell' accademia , nel 1675 quella reale di Torino, sotto Vittorio Amadeo II duca di Savoja, ne implorò, ed ottenne l'aggrega- zione; ciocche pur fece nell'anno seguente quella regia di Francia , colla sanzione di Luigi XIV , co- municata per mezzo del suo ministro Colbert, ove fra le altre distinzio- ni concedute al presidente dell' acca- demia di s. Luca , evvi quella di potere in caso di malattia, o assen- za del direttole dell'accademia di Francia in Roma [Vedi), supplir- ne le veci col titolo di rettore. Ter- minò il secolo XVII, con celebrarsi nel 1690 il primo centenario del- l'erezione dell'accademia di s. Lu- ca , con decoro e splendidezza.

Incominciò il secolo XVIII assai propizio per essa , stante i premii assegnati alle arti dal dotto Cle* mente XI, e la prima pubblica pre- miazione si effettuò neir augusto Campidoglio l'anno 1702. Fu pu- re nel medesimo pontificato, che r accademia rinnovò la sua impre- sa, rappresentandola in un triango- lo equilatero, simbolo dell'egualità, ed unità delle tre nobili arti, com- posto del pennello, scalpello, e sesto, con entro il motto : aequa potestas) e nel 1 7 1 4, coli' autorità dello slesso Clemente XI, ne vennero modificati gli statuti. Benedetto XIV, e poi Clemente XIII furono benemeriti della scuola del nudo in Campido- glio. Nel ponliftftalo di qjiest' ulti- mo, Pio Balesti'a nel 1762 istituì erede delle sue facoltà l'inclita ac- cademia pontificia , in aggiunta dei fondi destinati ai concorsi capitolini. Correndo l'anno 1782 seguì l'unio- ne dell' accademia Clementina delle

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belle arti di Bologna istituita fino dal 17 IO in quella città, alla no- stra di s. Luca. Nel medesimo anno Papa Pio VI ridusse ad un sessen- nio i due concorsi dementino e Ba- lestra , e fu nel 1793 che l'acca- demico cav. Bartolomeo Cavaceppi istituì suo erede universale l' acca- demia.

Memorabile divenne per essa l'an- no l'jg^, e per la promulgazione dello statuto, e per la celebrazione del secondo anno secolare, ma più di tutto pegli amplissimi privilegi conceduti dal generoso Pio VI , il cui elenco riporta il chiarissimo Mel- chiorre Missirini, già benemerito se- gretario dell' accademia, nelle applau- dite Memorie per servire alla sto- ria della romana Pontificia acca- demia di s. Luca, fino alla morte di Antonio Canova, pubblicate in Roma nel 1823 pei tipi de Roma- nis. Fra tali privilegi merita di es- sere ricordato quello, che niun li- bi-o e scrittura, in cui si tratti di cose spettanti alle tre arti sunnomi- nate, possa stamparsi in Roma sen- za la revisione ed approvazione del- l'accademia di s. Luca. Importante, e del nostro argomento, è il ripe- tere quanto riguarda il principe prò tempore di essa, che il Pontefice nel sanzionar lo statuto con breve de' 12 giugno 1795, dichiarò co/z/e palatino per quel tempo che fun- geva l'ufficio, col diritto d'intito- larsi tale, e di usare le insegne pro- prie de' conti palatini ne' pubblici atti, e nelle funzioni accademiche.

Pio VII fu benemerito dell' ac- cademia, per l' eminenza di gloria cui portò il suo cupo, e per tutto quello che fece per essa nella pro- tezione accordatale, siccome largo e benefico colle aiti belle, ch'ebbero tanto incremento nel suo immortai

C \ V pontificato, e il cui nome sarà iu perenne benedizione anco presso gli accademici. Dappoiché egli confer- mò nelle scuole ogni ramo di utile insegnamento nelle scienze del di- segno, ciinsiderato sotto ogni aspetto delle Ire arti primarie, dispose pre- mi annuali pegli allievi, e di mng- giori privilegi la distinse, e in ogni maniera la beneficò, come diffusa- mente racconta nelle citate Memorie il Missirini.

Finalmente eccoci a vedere i prin- cipi , o presidenti dell' accademia , creati cavalieri dal predetto sovrano Pontefice. L'anno 1806, fu eletto a cuoprir la carica di principe del- l'accademia il cavalier, ora barone Vincenzo Camuccini, pittore roma- no, a cui si deve lode per aver grandemente concorso co' suoi stu- di, ed esimie opere alla ristorazio- ne dell' eleganza, della nobiltà e di una perfetta filantropia nell' arte pittorica, per aver egli sopra ogni altro studiato sul divin Raffaello, onde meritò, che ad onta dell' età, la quale non giungeva a quella vo- luta dallo statuto, fosse con nuovo esempio concordemente proclamato principe. Toccò pure a lui pel pri- mo la ventura di fruire le pratiche fatte dal zelante predecessore An- drea Vici, per un segnalato onore al- l'accademia compartito dal detto Pio VII, Chiaramonli, di Cesena, il qua- le con isplendida e perpetua onori- ficenza, volle qualificare questo an- tico stabilimento delle arti ; ed in virtìi del breve de' aS settembre 1806, si degnò creare im luiovo Ordine di cavalieri, detto 1' Ordine de' Principi , o Pnsidenti della Pon- tificia Romana Accademia del di- segno di s. Luca, con facoltà, eletto che fosse un professore, im principe, o presidente dell'Accademia, di por-

CA V tare una croce di decorazione a spicchi di smalto bianco , filettato d'oro, con testa di moro fascialo bianco nel mezzo, essendo qiieslu parte dell' insegna gentilizia de'Chia- rarponti, per cui alcuni volgarmente chiamano l'Ordine del Moretto^ con corona di alloro sopra, e nasti'o di fettuccia di seta rossa, con righe nere. Ed in oltre concesse il ma- gnanimo Papa, che il titolo di ca- valiere, e la decorazione, anche ter- minato l'anno, il biennio, o triennio del principato, giacché eleggendosi ogni anno il presidente , si può con- fermare due volte, potessero usare r una e l'altra, loro vita durante. Il predetto Breve si esprime nel seguente tenore:

» Pio Papa VII a perpetua memoria."

» Pensando spesso fra Noi, che » r onore alimenta le arti , e che " gli animi generosi per mezzo delia " gloiia s' incendono allo studio, di " buon grado ci siamo mossi ad » onorare , quanto era possibile, di '> distinzioni e di premi, li profes- »> sori delle arti liberali. Ora sicco- »♦ me fra le altre accademie delle » arti in questa nostra alma città « di Roma dai romani Pontefici " nostri predecessori sapientemente, « e provvidamente instituite, spe- « cialmente ha primeggiato, e pri- »> meggia l' accademia denominata M volgarmente di s. Luca, in modo »j che Papa Pio VI nostro predeces- " sore volle accrescerla ed abbel- « lirla di molli onori, fino a decre- »j tare, che il di lei principe prò » tempore s' intitolasse conte pala- " tino, come dalle lettere patenti » spedite in forma di breve il gior- » no 12 giugno 1795, ed avendoci

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i diletti figli membri attuali di detta accademia fatto presente, che il titolo di detta contea, spi- rato il triennio del principato, cessa , mentre sarebbe convenien- te, che chiunque ha goduto di questo onore e di tal carica, do- vesse rimanere in pei-petuo insi- gnito di alcuna decorazione : e perciò avendoci supplicato umil- mente a volerci degnare di prov- vedere a ciò opportunamente con apostolica benignità; quindi è che amando noi distinguere gli oratori con ispcciali grazie e favori, e le singole loro persone assolvere da ogni censura ec., mostrandoci pro- pensi ad annuire alle suppliche, conferiamo, a tenore delle pre- .senti, coH'apostolica autorità, all'at- tuale principe dell'accademia .sud- detta, e ad ogni principe, che anche quando abbia compito il triennio del suo pnncipato, possa intito- larsi cavaliere durante la di lui vita, e così farsi chiamare, e che la croce equestre sia dell' esem- plare, e della forma esibitaci, cioè a spicchi di smalto bianco filettato d'oro, con testa di moro, fasciata bianco nel mezzo , con corona d'alloro sopra in nastro rosso con lighe negre, e che questa croce possa portare pub- blicamente pendente dalle asole del vestito vita sua natiu'ale du- rante; e così pure tutti gli altri accademici viventi , che prima di questo tempo furono assunti al- l'onore del principato dell'acca- demia, possano godere di questo titolo, e lecitamente portare detta croce, essere molestati ed im- pediti ec, non ostanti le coslitii- rioni contrarie ec. Dato in Ron)a presso s. Maria . Maggiore sotto l'aiìcllo del pescatore questo gior-

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« no 2 3 settembre 1806, del Nostro »» pontificato anno VII

» Cardinal Braschi degli « Onesti "

Gli ufficiali accademici di s. Luca assai grati a distinto favore, re- caronsi dal Santo Padre, deposero a' suoi piedi i sentimenti della loro eterna riconoscenza, e nel tempo stesso fecero i*egistrare ne' loro libin onorevoli parole, e le lodi di Andrea Vici, che non solo fu caldo promo- tore di questa qualificazione, ma volle di più soddisfare col proprio alle spese del breve. Fu stabilito eziandio conseguentemente a ciò, che la croce passasse da un principe all' altro, ma che spirato il tempo del principato, ove alcuno uscito da quella dignità volesse di lai fregio insignirsi , dovesse a proprie spese acquistarne il segno. Finalmente cre- diamo opportvino di ricordare, che Antonio Canova di Possagno, che fu il Prassitele de'nostri tempi, venne pure eletto principe dell'accademia, da lui già generosamente beneficata, e non volendo esserlo effettivo per- petuo, solo ne conservò il titolo con alcune preeminenze. Pertanto da al- lora in poi il capo dell'accademia, cioè fino dal 18 17, si nominò pre- sidente, divenendo poi tale quello, che è eletto vice-presidente.

CAVALIERI Gaspare, Cardinale. Gaspare Cavalieri nato in Roma d'il- lustre prosapia, amabile per soavità di costumi e per docilità d'ingegno, ebbe campo di esercitare, sotto Clemente X, la sua abilità nei tribunali di Roma. Ebbe la presidenza delle milizie del- io stato ecclesiastico ed ottenne altri onorevoli incarichi. Il Pontefice In- nocenzo XI creollo diacono Car- dinale di s. Maria in Aquiro e do-

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un anno, cioè nel 1687, lo fece arcivescovo di Capua, dove lasciò in- signi monumenti della pietà sua. Cessò di vivere in Roma nel 1690 neir età di quarantadue anni dopo quattro di Cardinalato. Fu sepolto nella chiesa di s. Maria in Araceli nella sua cappella gentilizia di s. Gregorio senza alcuna memoria.

CAVALIERI Jacopo, Cardinale. Jacopo Cavaheri, nobile romano, nac- que nel i566. Peritissimo nelle leg- gi, fu prima referendario di segna- tura , poi uditore di Ruota, ed ami- co ad Urbano VII! , divenne suo datario. Quindi, ai 19 gennaio del- l'anno 1626, applaudendovi tut- ta la curia di Roma , dallo stesso Pontefice fu creato Cardinal prete di s. Eusebio. Recatosi a Tivoli per oggetto di salute, vi lasciò la vita nel 1629, di sessantatre anni, e tre di Cardinalato; ed ebbe tomba a s. Maria in AraceU nella cappella di s. Gregorio, con nobile iscrizione.

CAVALLEGGIERI, GUARDIA pon- tificia. Milites Icvis armaturae. Que- sta antica guardia del corpo dei Sommi Pontefici, fu succeduta nei primi del corrente secolo dalla guardia nobile pontificia (Fedi), e dopo la guardia svizzera, è la piìi antica di quelle, che servirono i Pontefici sino alla nostra epoca , dappoiché le lancie spezzale [Fedi) e le corazze [Fedi) furono istituite nella corte del Papa dopo i caval- leggieri. Dallo stesso loro nome si conosce, che erano militari a cavallo d' una cavalleria detta leggiera dalla sveltezza de' suoi cavalli, e dalla qualità degli abiti, che usavano. Nel possesso, cui prese del Laterano Lpone X nel i5i3, si legge che l'ordine della cavalcata incominciava dagli equites Icvia armaturae. Dalla descrizione poi del dolt. Penni si ri-

CAV leva che principiavasi la processio- ne da duecento uomini a cavallo armati con lance. Ma osserva il Cancellieri, ne' suoi Possessi, pag. II 8, che la prima menzione della guardia de' Cavalleggieri, si fu nel solenne ingresso che fece in Roma Marcantonio Colonna il Trionfatore, ai 4 dicembre 1571, per ordine di s. Pio V, perocché dalla relazione fattane dall' Albertonio , si conosce aver preceduto ]Marcantonio il ca- pitano della guardia del Papa, colle guardie (forse i cavalieri fedeli o della fede, o della colomba istituiti sotto Paolo IV, che in appresso di- vennero Lande spezzate) , e che seguivano il magistrato romano i Cavalleggieri del Papa, i quali chiudevano la cavalcata. Tuttavolla, leggiamo nei ruoli della famiglia pontifìcia, del luglio i555, nel pon- tificato di Paolo IV, che già i ca- valleggieri esistevano a quell' epoca, giacché dopo i capitani di Castel s. Angelo, e della guardia, e prima del capitano degli svizzeri, sono regi- strati due capitani de' cavalleggieri capitani custodiae equituni levis orniaturae , con parte di pane e vino, che ricevevano dal palazzo apostolico ; ruolo eh' è il più antico degli esistenti in quell'archivio, laon- de si può congetturare, che l'istitu- zione di questa guardia pontifìcia sia anteriore a Paolo IV, il quale ascese al trono ai 2 3 maggio 1 555, leggendosi ne' successivi ruoli, co- stantemente registrati fra i signori della corte, i predetti due capitani. Anzi abbiamo dalla vita di Sisto V, creato nel 1 585, che avendo Nicolò Azzolino, capitano de' cavalleggieri , e parente del Cardinal Azzolino , cui il Papa amava teneramente, ucciso con uno schioppo in una rissa il sao alfiere, gli fece tagliare la testa.

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Che poi fino da Innocenzo Vili creato nel 1484 esistesse una guai-- dia del coi'po del Sovrano Pontefi- ce, e forse degli stessi cavalleggieri, si vedrà in seguito parlandosi dei loro quartieri. Leggo poi nel Bur- cardo, Conclavi de' Pontefici, ed in quello per 1' elezione di detto Papa, eh' egli deputò Paolo Orsini co'suoi soldati alla guardia, o custodia del palazzo apostolico, col consueto sti- pendio; che nel conclave per l'elezio- ne di Alessandro VI, le ronde dei cavalleggieri facevano continuamente la ronda avanti il palazzo vaticano; e che il successore Pio III nel i5o3, fece capitano del palazzo apostolico il nipote marchese Giovanni Saluz- zo , il quale, essendo poco dopo morto il Papa, parti dal palazzo apostolico, e passò ad abitare altrove.

Rileviamo dal Lunadoro, Relazio- ne della corte di Roma, Bi'acciano 1 646, che il Papa aveva per guar- dia della sua persona due compa- gnie di cavalleggieri, composte ognu- na di cinquanta individui ; ed i due capitani, e gli alfieri di esse veniva- no nominati dallo stesso Pontefice con apostolico breve ; che tanto i capitani, gli alfieri, ed ulfiziali dei cavalleggieri , venivano in uno ai cavalleggieri pagati ad uso di guer- ra , con emolumenti e mancie , e che dodici cavalleggieri, e quattro lancie spezzate erano continuamente di guardia al palazzo apostolico. E noto poi, che i soli ufficiali de' ca- valleggieri erano nobili, e che ogni nuovo Pontefice, se non confermava i capitani, ne dichiarava a suo pia- cimento i primari signori, o i suoi fratelli e nipoti, come rilevasi in di- versi articoli di questo Dizionario.

Appena nel 1676 divenne Pon- tefice Innocenzo XI, che avendo in- trodotto nel palazzo la moderazione,

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abolì porzione della guardia de'ca- valleggieri, accresciuta senza neces- sità, con grave dispendio della ca- mera apostolica. Il Bonanni, Gerar- chia ecclesiastica, pag. l\^o, parlan- do dei famigliari del Papa, dice che nell'anticamera vicina a quella dei bussolanti, dopo la sala de' palafrenie- ri, assistono alcuni cavalleggieri col- r abito a seconda della figura, che riporta al num. i4^» pag- 4^6, cioè sotto-abito ad arbitrio, ed una giubba, che tutti indossavano di panno rosso, con maniche pendenti sino al ginocchio, guarnita di oro ; usando sempre stivaletti di drappo nero, cogli speroni, spada al fian- co, bandoliera di color celeste tri- nata d' oro attraverso del corpo , ed una pistola in mano, che ripo- savano sul braccio sinistro. Aggiun- ge, ch'erano divisi in due compa- gnie, comandate ciascuna da un distinto capitano, con diversi uffi- ciali ; e che quando il Papa proce- de per la città in pubblico, alcuni cavalleggieri lo precedevano a ca- vallo , per {sbarazzare la strada da qualunque impedimento, mentre un drappello ne seguiva la carroz- za, la lettiga, o la sedia, secondo che o l'una o l'altra era usata dal Pontefice. Il medesimo Bonanni, a pag. 477> »"i- portando le testimonianze di diversi celebri cerimonieri, osserva, che an- ticamente nell'appartamento ponti» fìcio, dopo r anticamera de' caval- leggieri, eravi quella degli scudieri; ma dopo che Innocenzo XI regolò le guardie delle anticamere, i»ella anticamera della bussola di dama- sco eranvi di guardia i cavalieri lancie spezzate, 1' alfiere e il tenen- te della gtiardia svizzera, i cornetti delle compagnie de'cavalleggieri, i lo- ro capitani ed altri, e che nelle ca- valcate alcuni cavalleggieri prcce-

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devano il corteggio con lancie in mano, per rimovere nelle strade gli impedimenti; e che dopo i prelati, i quali seguivano il Papa, cavalcavano le compagnie de' cavalleggieri coi lo- ro capitani, ed il vessillifero colf in- segna della Chiesa l'omana. 7-^. Chat- tard. Descrizione del Valicano, to- mo II, pag. i6o, e i6i, ove parla delle anticamere,^ in cui risiedeva- no i cavalleggieri. Neil' edizione poi del Lunadoro, del 1774? viene con- fermato che i cavalleggieri erano di- visi in due compagnie, coi loro ca- pitani, e cornetti , dipendenti tutti immediatamente dal prelato mag- giordomo. Ma dopo l'invasione del- lo stato pontificio operato da' fran- cesi, nel declinare del secolo decor- so, restando soppressa la guardia de' cavalleggieri, il nuovo Pontefice Pio VII, nel 1800, con suo moto proprio, approvò l' erezione del cor- po delle guardie nobili pontificie , fatta con decreto della congregazio- ne economica del sagro palazzo a|)o- stolico, giacche molti nobili romani, e dello stato ecclesiastico si erano of- ferti di supplire alla guardia de'ca- valleggieri.

I cavalleggieri avevano due quar- tieri, con abitazioni, e scuderie pei cavalli tanto al Vaticano, che al Quirinale presso la residenza del Papa. Il menzionato Chattard, al tomo III, p ig. 32 3, descrive il Quir- tiar della n^al guardia del corpo, detta dti' cai>allegg!eri presso il ì^a- tìcano. Questo quartiere era situa- to presso la porta di Roma chia- mata Posterula , che poscia per questo oggetto prese il nome di porla Cai'alleggicri , in un luogo chiamato il predio Alagdlo o Ma' cello , che vuoisi eretto da Inno- cenzo Vili, ed ingrandito da di- versi Pontefici, massime da Paolo V,

CAV con lutli i comodi opportuni pei- i' abitazione delle guardie, e per la scuderia decloro cavalli. L'Alveri, Roma in ogni stalo, parte 11, pag. 24 1> dice che presso la porta Ca vai- leggieri evvi l'abitazione perla guar- dia pontificia, fabbricata nei tempi d' Innocenzo Vili; e il Cancellieri nel suo Mei calo, pag. 242 aggiun- ge, che la porta Cavalleggieri è così chiamata dai vicini alloggiamenti di tal guardia, di cui soleva essere ca- pitano il nipote del Papa regnante, il quale gotleva i proventi della stes- sa porta. Vicino poi al palazzo a- poslolico del Quirinale, nel 1732, Clemente XII fece edificare il pa- lazzo della consulta per gli uffizi di questa congregazione, per quelli dei brevi, e per le guardie dei cavalleg- gieri , e corazze, i cui quartieri ed abitazioni sono ora occupati dalle guardie nobili, come le scuderie dai loro cavalli.

La guardia de' cavalleggieri, come la guardia del corpo del Papa, finché esistette, sempre intervenne a tutte le tunzioni, e se ne fa menzione ai luoghi opportuni pei servigi, che ren- deva, particolarmente agli articoli Ca- valcate, CArPELLE Pontificie, e Tre- ni. Solo qui avvertiamo, che se il Papa andava in carrozza, i detti capitani il seguivano vestiti in abi- to nero, senza paggi, e senza vessil- lifero. JNei solenni possessi dei Papi ciivalcaiono con abiti bellissimi, il perchè ne daremo qui alcun cenno. Erano essi, che aprivano tal solenne ^ompa, ondesi legge nel possesso preso nel 1090, da Gregorio XIV: Praei- bat ctnluria equiluni Lcvis arniaturae de custodia ss. quasi ad viain di- ri^endaiìi. Chiudendo la cavalcata : » Demum quasi poslremum agmen M mililes brevis armaturae de cu- »? studia ss. cum corum capitaucu,

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»» et vexilliferis splendide ornati , »• omnes armati thorace ferreo, et •» superinduti sago manicato, pur- tj pureo, hastas praelialas defei'en- " tes, in quarum summitate quae- dam pai'va vexilla appensa erant »» flavi, et purpurei coloris ". Ab- biamo, che nel possesso preso, nel i644> da Innocenzo X, la vanguar- dia de' cavalleggieri andò avanti per far isgombi-are i capi di strade, e- le piazze dalle carrozze. Dopo la letti- ga del Papa, seguivano due trom- bette de' cavalleggieri, e due paggi con lancie dorate, e giubbe ricama- te di velluto turchino, armati d'ar- me bianche, e cimieri in testa, con ornamento vaghissimo di piume di vari colori, portando lo stendardo di santa Chiesa, il marchese de' Ca- valieri, ed andando avanti di esso i due capitani Panfilio, e Naro, con ricchissime giubbe di velluto cremi- sino tutte ricamate d' oro, seguitati dalle due loro compagnie de^ caval- leggieri colle cornette, cinti d'arme bianclie e casacche di scarlatto tri- nate d' oro, banderole di taffettà turchino e giallo in cima delle lan- cie. Nel possesso preso, nel lyy^, da Pio YI, precedevano a disgom- brare le vie alcune coppie di caval- leggieri con lancie e cimiero di piu- me bianche e rosse, vestiti di ca- sacche rosse, ornale di ■velluto cre- misi, e galloni d'oro, seguiti da due lancie spezzate colie loro armatui-e di acciaro, ordinando la cavalcata. Appresso poi la carozza pontificia cavalcavano due trombetti de' caval- leggieri, e quindi quattio paggi col- le lancie erette, precedute dai prin- cipi Altieri, Giustiniani, Mattei, e Santa Croce, capita»! della stessa guardia, con armature di acciaro , e ricca sopravveste, in mezzo dei quali ciu à marchese Naro, vessilli-

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fero di s. Chiesa con bandiera spie- gata , e i cornetti, e le compagnie de' cavalleggieri.

I menzionati capitani de' caval- leggieri, fino ai ruoli di tutto il pontificato di Pio VI, erano regi- strati nella categoria di Diversi si- gnori della corte, prima del vice- castellano, del foriere, e cavalle- rizzo ec, godendo ancora le por- zioni di pane e vino ; ed il mae- stro di camera nella distribuzione delle medaglie, ne dava loro uno d'oro e l'altra d'argento per ca- dauno. P^. Ordini, e regole _, che si dovranno osservare dalle compa- gnie delle guardie de" cavalleggieri di Nostro Signore Clemente XI, Ro- ma 1 7 1 3 .

CAVALLERINI Giamacopo, Car- dinale. Gianiacopo Cavalierini, no- bile romano , oriondo di Modena , nacque a Roma, nel iGSg. Avvo- cato della curia romana , trattò le cause forensi , ed ascritto ai pre- lati , le giudicò per destinazione di Alessandro Vili , come luogo- tenente dell' uditore di camera ; uf- fizio , cui sostenne per venti an- ni con tale integrità e robustez- za, che Innocenzo XI lo ascrisse a- gli uditori di Rota , ed Innocenzo XII gli affidò la nunziatura di Francia, durante la quale, lo stesso Pontefice, ai 1 2 dicembre del 1 695, lo creò Cardinal prete di s. Barto- lommeo all' Isola, e prefetto della segnatura di giustizia; poi lo ascris- se alle congregazioni del concilio , dei vescovi e regolari, di Propagan- da, e parecchie altre. Mori a Ro- ma, nel 1699, ^' sessanta anni, e fu sepolto in chiesa di s. Carlo ai Catinari, innanzi la cappella di s. Paolo,

CAVALLERIZZO maggiore del Pai'a. Praefcctus stabuli , Pracfe-

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ctus Equilis Pontificii. Grado , e dignità di quello, che nella corte pontificia ha la cura generale dei cavalli del Papa, e di tuttociò che ad essi appartiene, ulliciale palatino della classe dei camerieri segreti di spada e cappa laici. Il Muratori, nel tomo I, delle Dissertazióni so- pra le antichità italiane, nella quar- ta degli uffizi della corte dei re an- tichi d' Italia, e degl' imperatori, di- ce a pag. 32: " Trovasi nel palaz- zo dei re longobardi lo stratore, che oggi chiamano cavallerizzo, il cui ministero consisteva in as- •> sistere il re allorché voleva sali- re a cavallo, con tenei'gli la staf- fa, ed aiutarlo in altra maniera; giacché non so se 1' uso delle staffe, certamente incognite agli antichi romani e greci, si fosse per anco introdotto fra i longo- bardi. Non pochi dei re de' seco- li susseguenti ( tant' era la loro ■i riverenza a s. Pietro) non isde-

> gnarono di tenere la staffa ai ro- mani Pontefici, e la briglia nelle

> solenni funzioni. Talmente s'era stabilito quest' atto di ossequio verso i vicarii di Cristo, che Fe- derico I, Barbarossa, allorché nel 1 1 55 , venne verso Roma per prendere la corona imperiale, a- vendo ricusato di prestarlo ad Adriano IV, non fu ammesso al bacio del piede dallo stesso Papa, come si ha dalle memorie di Cencio Camerario, e da altre sto- rie, e s' imbrogliavano forse gli affari di questa contesa. Ma co- tanto si adoperarono i più vecchi, e r autorità de' principi, con alle- gare l'antica consuetudine, che fu stabilito: quod domnus impera- tor prò apostolorum principis, et sedis apostolicac rcverentia exhi- beret statoris oificium, et strcugam

CAV » domno Papae teneret ". In lin* gua longobardica , lo slratore era chiamato marpahis , e clic fosso questo un uffizio splendido , lo si può dedurre da Paolo Diacono, il quale nel lih. 2. e. 9, scrive, es- sere stato Gisolfo , nipote del re Alboino , vir per omnia idone.us qui cidtni slraLor crat, queiii lin- gua propria marpahis appellont. JVella corte de' principi di Beneven- to pare, che vi l'ossero più d' uno di questi marpahis, trovandosene menzione nella cronaca del moniste- ro di Volturno, nelle carte degli arci- vescovi di Benevento, e nella cro- naca di santa Sofìa, tom. VII della Italia sagra. Leggiamo nel Macri , al vocabolo Slrator, essere esso sta- to un uiìiziale della corte imperiale di Costantinopoli, che aveva cura di mettere a cavallo l'imperatore; ed il collegio di quei ministri era chiamato Scholae Stratorum^ ap- pellandosi il capo prolo-stralor. Fin- ché durò il sagro romano impero, l'elettore di esso duca di Sassonia, avea la dignità di cavallerizzo per- petuo del medesimo impero ; e lin- cile i vescovi furono sovrani delle loro diocesi, alcuni ebbero per ca- valleiùzzo uno de' signori loro feu- datarii, come il vescovo di Cahors (Fedi) e quello di Utrecht. Ed il czar di Moscovia, prima che Pie- tro I diminuisse la giurisdizione del patriarca di Mosca, teneva ad esso la briglia e la stalFa. Sopra l' uso di tenere la staffa, F'. il Ducange ad Cinnamunij pag. ^']o. Stefano Estevc scrisse, De ritu tencndi frae- nunij et siaphades summis Ponli- ficibus ah Imperatoribus .

Dagli articoli Cavalli e Cavalca- te si vede quanto era antica la consuetudine nel Sommo Pontefice di cayalcare, e perciò quanto debba

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essere antico l' uffizio di presiedere alla scuderia pontificia, osservando il Bonanni nella sua Gerarchia, pag. 471, che nell'ordine romano nono dell'anno 'Tqo, nel pontificato di s. Gregorio I, a carte 98, si nomina prior stabuli. In im documento ri- portato dal Galletti , Del Priniicero pag. 2')8, del pontificalo di Bene- detto Vili, che fu clelto nel io 12, si vede sottoscritto certo Martinus slrator pontificalis , Soggiunge il medesimo autore, che slrator pon- tificalis era quegli, che sollevava il Pontefice da terra, quando doveva montare sul cavallo, eil indi tenen- do il freno lo addestrava per qual- che spazio della strada . E raccon- tando r Anastasio le onorificenze re- se da Pipino al Pontefice Stefano II detto III, dice che fece le veci di slratore. Nel possesso preso da Leo- ne X nel i5i3, si dice che appres- so a diversi principi e cavalieri pro- cedevano dei maestri di stalla, con più di quaranta famigli di stalla vestiti di rosato.

11 nome di cavallerizzo soltanto eb- be origine nei primi del secolo XV III, come in progresso si vedrà. Stante le vicende de' tempi, ed il sacco di Roma sotto Clemente VII, i più antichi ruoli del palazzo apostolico non rimontano che al jiontificato di Paolo IV, eletto nel 1 555. In essi fra gli officiali maggiori sono regi- strati due maestri, ed un sotto mae- stro di stalla, mentre gli altri inser- vienti alla scuderia del Papa, si ri- portano all'articolo Famiglia Pon- tificia. In altro ruolo si leggono tre maestri di stalla, che avevano pane e vino, ed altre distribuzioni dal palazzo apostolico, quattro servi, e cinque cavalli per loro servigio. Si legge ancora, che il maestro di stalla di Paolo IV ebbe nella co-

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Fonazione pel vestiario velluto nero, canne quattro e mezza, damasco leo- uato canne quattro, e raso cremesi- no rosso cann« una e mezza, laon- de rilevasi il modo come allora ve- stiva. Evvi pure registrato, che certo Nicolò de Belis, maestro di stalla di Giulio III, e Marcello II, procurò di entrare a servire Paolo IV, me- diante le commendatizie del Cardi- Mal Pisano, loccliè dimostra eh' erano amovibili. Quindi ne' posteriori ruo- li i capi della pontificia scuderia continuarono a chiamarsi maestri di stalla, e nel pontificato di Clemente X, e dal 1675 in poi, si appellaro- no sopraintendenti alla stalla, finché sotto Clemente XII, si ebbero sta- bilmente il titolo di cavallerizzi mag- giori con quarantacinque scudi men- sili d' onorario, oltre la parte di pa- lazzo. Difatti si legge nella prefazio- ne dell' Istoria delle guerre avvenu- te per la successione alla monar- chia delle Spagne , del mai-chese Francesco Maria Ottieri, Roma 1828, che essendo egli stato fatto da In- nocenzo XI II soprai n tendente della «talla pontifìcia, il di lui successore Benedetto XllI non solo il confer- mò nella cospicua carica, ma l' o- norò col titolo di cavallerizzo^ e per maggior decoro gliene fece spedire il corrispondente breve apostolico in data i4 luglio 1727, ed in luogo dell' antico tenuissimo stipendio di novantadue paoli mensili, gli diede quello di cameriere segreto, tutto confermando il successore Clemente XII, e gli altri Pontefici,

Dagli sgravi della scuderia e stal- la pontificia del sagro palazzo del pontificato d' Innocenzo XIIl si ri- leva, che in morte di quel Papa , r Ottieri con ordine del Cardinal Al- bani camerlengo di.s. Chiesa, rice- vette in dono un cavallo; ma in

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seguito i cavallerizzi ricevettero scudi sessanta in compenso del cavallo a lo- ro spettante. Cos\ nelle antiche note delle medaglie, che il palazzo aposto- lico dispensava ai tìiinigliari pontificii in occasione del solenne possesso del Papa, e nell' annuale ricorrenza del- la festa dei principi degli apostoli , evvi assegnata fra quelle, che distri- buiva il prelato maggiordomo di due medaglie d' oro, e di due d'ar- gento pel cavallerizzo maggiore del Papa. Allorché il novello senatore di Roma fa la cavalcata nel solen- ne possesso, per cui il palazzo apo- stolico somministra il cavallo nobil- mente bardato, incombe al cavalle- rizzo maggiore presentarglielo, dopo che abbia ricevuto dal Papa lo scet- tro. Finché venne eseguita la pre- sentazione della chinea, o mula bian- ca magnificamente bardata, per cen- so del regno di Napoli al Pontefice, siccome al cavallerizzo maggiore spet- tava detta chinea e sua bardatura, così erasi convenuto coli' ambascia- tore straordinario contestabile Colon- na, che ogni volta il cavallerizzo ri- ceverebbe trecento scudi in compen- so dell'una e dell'altra. Avanti di descrivere le incumbenze e preroga- tive in vigore per questo primario uffiziale della corte pontificia, pre- metteremo alcune notizie sull'inter- vento de' maestri di stalla ai solen- ni possessi dei Papi, e gli onori fu- nebri resi loro in morte.

Rilevasi pertanto dai Possessi de- scritti da Cancellieri, che in quello preso al Laterano da Gregorio XIV, nel 1590, dopo gli scudieri, ince- deva il maestro di stalla di sua Beatitudine con diciotto chinee bian- che, quindici coperte di gualdrappe di broccato d' oro ornate di piastre intagliate, e di fornimenti d' argen- to, e tre di relluto cremisino, con

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Irine, frangio e fiocchi cVoro, gui- date a mano da diciolto fauiigii vestili di losso, seguiti da tre letti- ghe, e da monsignor prociuatore fi- scale. Ed in altra descrizione di tal cavalcata in idioma latino il maestro di stalla viene detto stabuli praefe- ctus. E poi singolare quanto si leg- ge nel possesso preso da Leone XI, nel i6o5, che cioè appresso ai mae- stri di strada cavalcava Pompeo Frangipani , cavallerizzo maggiore di sua Santità, mentre lai titolo in corte pontificia non era ancora in uso; ed è perciò, che in quello pre- so nel medesimo anno da Paolo V, si vedono seguire le lettighe ponti- ficie dal maestro di stalla Lelio Cin- quini.

11 Lunadoro pei'ò nella Relazione della corte Hi lioniOj stampata nel 1646, dice a pag. i4, che un gen- tiluomo di qualità era il maestro di stalla pontificio, dappoiché non era soUlo il Papa dare il titolo di caval- lerizzo a chi presiedeva alla sua scude- ria. Pure Leone XI die il titolo di ca- vallerizzo maggiore a Pompeo Frangi- pani, cavaliere principale romano. Ag- giunge poi il medesimo Lunadoro a pag. 18 5, che nella corte de' Car- dinali era vi il cavallerizzo maggiore al quale, fi'a le altre cose, incom- heva di aiutare il Caixlinal a mon- tare, e discendere dalla carrozza. Nel possesso del 1676, d' Innocenzo XI, si trova che vi cavalcò il maestro di stalla del palazzo apostolico. Nuo- vamente nel possesso di Clemente XI, preso nel 1700, si legge, che col foriere maggiore cavalcava il cav. Spoleti cavallerizzo; e quindi, nel 1611, , in quello d' Innocenzo XII, il marchese Otlieri soprastante, o sopra in tendente della stalla di nosti*o Signore, che poi, come dicemmo, fu dichiarato cavallerizzo. Indi ne'pos-

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sessi di Clemente XIII, Clemente XIV, e Pio VI, che furono gli ul- timi a prenderlo in cavalcata, il ca- vallerizzo si vede cavalcare col fo- riere maggiore, e sebbene Pio VII, nel 1801, lo prendesse in carrozza, avendo avuto luogo la cavalcala , prima de' camerieri d'onore, caval- carono ambedue nel loro abito ne- ro di gran formalità. Allorché poi il Papa cavalcava, incombeva al ca- vallerizzo maggiore di presentargli il cavallo, e di riprenderlo allorché ne discendeva, supplendo al prin- cipe assistente al soglio, e al magi- strato romano, quando non interve- nivano, nel consegnargli le redini, e tenergli la staffa.

Per riguardo poi agli onori fune- bri resi ai cavallerizzi maggiori del Papa , i Diari di Roma ne fanno la descrizione. Dal numero 3750 dell' anno 1 74 1 abbiamo quella pel marchese Vasé-Pietramellara cavalle- rizzo coadiutore di Benedetto XIV, esposto nella chiesa pan-occhiale dei ss. Vincenzo ed Anastasio a Trevi, con trenta fiaccolotti, e l'assistenza di tutta la camera segreta, e fami- gliari del Papa, cantandovi la messa monsignor Boccapaduli elemosiniere, coli' assistenza dei cantori , e mini- stri della cappella pontificia. Dal numero 8326 del medesimo Diario dell'anno 1771, si ha il funere ce- lebrato nella chiesa del Gesii al defonto conte Alessandro Petroni, cavallex'izzo maggiore di Clemente XIV, venendo vestito il cadavere con abito da città di cameriere se- greto laico, contornato da quaranta cerei. Monsignor Garampi, segretario della cifra, cantò la messa, assistita dai musici, ministri e chierici della cappella pontificia, con l'intervento del prelato maggiordomo con tutta la camera segreta ( Fedi ). E dal

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numero 5i4> dell'anno 1779, si ha la descrizione delle esequie e pompa funebre celebrata pel marchese Ge- rolamo Serlupi Crescenzi , cavalle- rizzo maggiore di Pio VI, nelle quali cantò la messa monsignor Stay segretario de' brevi ai principi, coi cantori , e ministri della cappella pontificia, e coli' intervento dell'an- ticamera segreta del Papa eccle- siastica che secolare.

Attualmente il cavallerizzo mag- giore del sovrano Pontefice, che nelle sovrane corti secolari equivale al grande scudiere, è il terzo came- rieie segreto di spada e cappa , co- me è il secondo iiffiziale nell'ammi- nistrazione del palazzo apostolico, dappoiché non solo sopraintende alle scuderie pontificie, e sue apparte- nenze, agli ufllziali ed individui di esse , ma in virtù dei motu-proprii di Leone XII, e del regnante Gre- gorio XVI, fa parte della congre- gazione amministrativa palatina, di cui è capo il prelato maggiordomo, prefetto de' sagri palazzi apostolici. Questo cospicuo impiego si concede liberamente da ogni nuovo Ponte- fice ad un cavaliere fornito delle opportune cognizioni a vasta azien- da, solendosi talvolta da lui confer- mare quello del predecessore, come meritò di esserlo il presente caval- lerizzo maggiore barone Giuseppe Testa Piccolomini romano, il qua- le nominato all'onorevole carica da Pio VII, ci venne confermato da Leone XII, Pio Vili, e Gregorio XVI.

L'abito ordinario del cavallerizzo di città è tutto di color nero, cioè scarpe con fibbie , calze di seta , calzoni e gonnella, corpetto, e abito di panno n(no nell' inverno, e di seta nell'estate. Il mantello è sem- pre di seta, e sovr'esso nelle solcn-

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nità vi sono meiletti neri, per di- stinguerlo dai camerieri segreti so- prannumerari e di onore di spada e cappa: nel resto l'abito è eguale, meno la collana, che si usa da questi ultimi. Così usa ancora il collare o bragiuole, con manichetti di merletti bianchi, ed al fianco cinge la spada con impugnatura d'acciaro. Però il cavallerizzo usa inolti'e una nobile montura di panno rosso ricamata d'oro, con bavaro e mostre alle mani, di velluto nero, cappello piu- mato con granoni d'oro, sotto abito bianco, calze di seta bianca, scarpe con fibbie quando porta i calzoni, mentre usando i pantaloni si pone sotto gli stivali , e spada civile con elsa dorata. Questa montura è di due specie, cioè una più nobile e ricca dell'altra. La più bella è ado- perata da lui nelle visite de' novelli Card'mali , od in occasione di qual- che solenne convito, che imbandisca il Papa, e l'altra nei viaggi, e nelle villeggiature pontificie, mentre il sud- descritto abito nero si porta sempre dal cavallerizzo maggiore in tutte le altre sue rappresentanze ordinarie e solenni. Il Falaschi , nella sua Gerarchia ecclesiastica j e famiglia pontifìcia j Macerata 1828, a pag. 125, parla di questo personaggio, e ne riporta la figura in montura, vedendosi a pag. 127, quella di ca- meriere segreto laico, in abito nero nel modo superiormente descritto.

Il cavallerizzo, oltre alcuni emo- lumenti, percepisce cinquanta scudi al rnese per onorario, e gode l'uso del frullone palatino, ricevendo nelle suindicate epoche quattro medaglie di argento, nonché le distribuzioni delle candele, palme, Agnus Dei benedetti ec. Allorquando il Ponte- fice esce dal palazzo coi treni di città, pubbhci, o nobili, il cavai-

CAV Joiizzo precede in frullone palati- no col foriere maggiore la cariozza del Papa, di cui apre e chiude lo sportello quando ascende e discende, uflizio che esercita verso il Pontefice anche nei viaggi, se egli fa parte del seguito, non cedendo tal incarico che ai sovrani, alle sovrane, ai Cardinali , agli ambasciatori, ed al maggiordo- mo, quando il Papa porta seco in carrozza due Cardinali. si deve lacere, che fino agli ultimi dei de- corso secolo, il cavallerizzo precede- va a cavallo la carrozza pontificia andando per la città, ed allo sportello nei viaggi e nelle villeggiature, e da ultimo andò anche nella seconda muta palatina. Prima che il Papa esca dal palazzo, il cavallerizzo riceve le istruzioni dal prelato maestro di camera tanto per la strada che deve fare il treno, quanto pei luoghi ove si deve andare, ed allora ordina al battistrada, che in un alle velette dei dragoni ne percori-a la via; per tutte le altre ingerenze proprie del suo uffizio, egli se la intende con monsignor maggioidomo. Il cavalle- rizzo inoltre fa parte della camera segreta , e perciò in essa interviene tutte le volte, che il Pontefice esce co' suddetti tieni , nonché pel rice- vimento di sovrani e sovrane, let- tura di decreti per beatificazioni, concistori pubblici e segreti, imposi- zioni di berrette ai nuovi Cardinali, cappelle, processioni, e pontificali, visita della basilica vaticana ne' ve- nerdì di marzo, ed in altre circo- stanze per le quali il Papa si rechi in quella basilica. Se egli vi va a piedi, il cavallerizzo Io precede cogli altri cubiculari, ma quando il Papa ascende la sedia gestatoria ( Vedi ) , il cavallerizzo va presso di essa, nel modo che dicesi all'articolo Cappelle Pontificie {Vedi)^ ove si dicono

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altre cose che il riguardano, e che pure vengono trattate agli articoli Trem, e Camerieri del Papa, ed al- tri, dicendosi a quest' ultimo dei privi- legi, e delle prerogative accordate dai Pontefici ai loro cavallerizzi maggio- ri, siccome appartenenti alla fami- glia nobile, e precisamente al titolo I, De" Camerieri segreti partecipanti^ e al titolo HI. AI cavallerizzo inol- tre spetta la cura della portantina , specie di lettiga, che portano i pala- frenieri e sediari pontifìcii, nella quale si asside il Papa quando gli sia di peso ascendere le scale, per cui il cavallerizzo va allo sportello, che apre e chiude, invigilando che sia portata con sicurezza. Quando non si usavano le carrozze, tanto i palafrenieri, che i sediari pontifìcii, dipendevano dal cavallerizzo mag- giore; quindi ne' primi del secolo XVIII vi restarono soggetti i soli sediari, che poi nel secolo corrente non lo furono più per le riforme della corte papale. Sopra questo argomento possono consultarsi i se- guenti autori, cioè per quello che riguarda pure gli uflici del cavalle- rizzo nella corte dei principi , ed anche il cavallerizzo, che esercita e ammaestra i cavalli, e insegna ad altrui a cavalcare, come il cavalle- rizzo d'opera della pontifìcia scude- ria che, prima in abito nero ed ora in montura , addestra la mu- la cui nei treni nobili cavalca monsignor crocifero colla croce asta- ta del Papa: Claudio Corte, il Ca- vallerizzo, nel quale si traila tutiociò che riguarda i cavalli, e che a buon cavallerizzo si appar- tiene, Lione 1578; d. Giovanni de Gamba , La ragione dell' arte del cavalcare , Palermo 1606: ed An- tonio Locatelli , // perfetto cavaliere, opera corredata di stampe miniate,

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rappresentanti le varie specie dei cavalli, Milano iS-zS.

CAVALLO , Eqnus , Caballux. Questo vocabolo pei naturalisti in- dica un animale quadrupede , che facilmente si rende docile alla volon- tà dell'uomo, e lo porta sul dorso, e tira i carri, le carrozze e simili. Nostro scopo non è di parlare di quest'animale tanto conosciuto , se non se per dire di quelli usati dai Papi, e da altri della gerarchia ec- clesiastica. Tuttavolta ci permettere- mo dire , che i cavalli si credono originarli della pianura elevata del- l' alta Asia, donde si sono sparsi in tutto il rimanente del continente, e ci permettiamo ancora di riflettere col Buffon, che l'uomo per mettersi in sicurezza, e per rendersi padrone dell' universo vivente, si procacciò un partito, fra mezzo agli animali, affi- ne di apporlo a tutti gli altri. Quin- di conciliatosi l'amore del cane, che ha tutte le qualità per esigere la sua benevolenza, la più nobile con- quista fatta poscia dall'uomo, è quel- la del cavallo. Ora palpando l'uomo blandemente, ora sforzando e pun- gendo cogli spei'oni il puledro ge- neroso, lo persuade ad ubbidire al freno, ed a condurgli il cocchio, ri- partisce con lui le fatiche della guer- ra , e la gloria de* combattimenti , de' trionfi , e divide i suoi piaceri alla caccia , ai tornei , e alla corsa. V. Dav. Wendeler, Dominium ho- minis in creaturas infr-riores , Wit- tembergae 1687. I' Reiskio scrisse Dissertatio de Irìumpho romano per eqiios candidos facto, Luneburgi 1675. Innumerabili sono gli autori, che hanno scritto sulla nobilt'i, bel- lezza, coraggio, e grandi pregi del cavallo, trattandadi molte cose con- siderevoli , e prodigiose de' piìi ce- lebii cavalli, degli onori resi ad essi,

CAV

della loro docilità , qualità ed al- tro, il p. Menochio nel tomo 111 del- le sue eruditissime Stuore, alle pag. 58 1 , 583 e 591 ; il Garzoni che nel 1774 pubblicò in Venezia, V Ar- te di ben conoscere , e distinguere la qualità de:" cavalli j ma soprat- tutto è degna di leggersi T opera stampata in Milano nel 1825 di An- tonio Locatelli intitolata, // perfetto cavaliere, corredata di un volume in foglio di stampe miniate^ rappre- sentanti le varie specie de' cavalli, incominciando dal selvaggio, ed i loro differenti mantelli. Quest'opera è ancora accompagnata dalla storia naturale del cavallo scritta dal cita- to Buffon ; dalla scuola di cavalleria di Guerinlerc , contenente la cono- scenza, r istruzione e la conservazio- ne del cavallo con nuove aggiunte tratte dai più recenti autori ; da al- cune osservazioni sul tipo di bellez- za fissato al cavallo dai più celebri artisti antichi , che moderni , da tutti i migliori squarci con cui ce- lebrollo la poesia ec. ec, infine dal- le memorie , e dalle descrizioni più notabili intorno al cavallo. Per quan- to poi può riguardare l' erudizione, si possono leggere nella parte se- conda dell' opera stessa Dei primi domatori dei cavalli, pag. 5o i ; Dei cavalli attribuiti ai numi, e ado- perati ne^ sacri ficii , e nei giuochi , ed onorati di tomba, pag. 498 ; Or- namenti, onori e fregi accordati ai cavalli , pag. 5 1 3 ; Elenco de' ca- valli pili celebrati, pag. 527; Di alcuni cavalli fantastici, pag. 544- Da ultimo nella stessa città di Mi- lano, e nel i83i Luigi Fcrreri pub- blicò con figure miniate l'opera del Passi na sul modo di conoscere dai denti l'età dei cavalli.

I romani Pontefici pertanto pri- ma che fosse introdotto l' uso delle

CAV carrozze, allorché si recavano a ce- lebrare le funzioni nelle diverse ba- siliche e chiese di Roma, e in oc- casione di prendere il solenne pos- sesso, ovvero nei viaggi ordinarli, solevano cavalcare vm cavallo bianco, la groppa del quale era coperla nei primi tempi con panno rosso. Di questa usanza si trovano frequenti menzioni negli antichi rituali. Il Co- nanni nella sua Gerarchia ecclesia- sticaj cap. 99, descrive il Pontefice a cavallo _, e dice , che l' uso dei Papi di cavalcare rimonta al Pon- tefice s. Silvestro I, che fu elevato alla cattedi"a apostolica Tanno 3r4, locchè si deduce dalle antiche pit- ture , come è quella osservala dal Torrigio a carte 43o nella chiesa de'ss. Quatti'o Coronati, edificala dal Pontefice s. Melchiade predecessore di s. Silvestro 1, e meglio lo si de- duce nell'oratono antichissimo dedi- cato al medesimo s. Silvestro I, do- ve si osservano alcune pitture del settimo, o ottavo secolo rappresen- tanti le pie gesle di Costantino , e dove vedesi quell' imperatore , che tiene il freno del cavallo del santo Pontefice. Così ancora nel palazzo vaticano si vede la medesima dipin- tura, coU'iscrizione, constantinvs im-

PERATOR S. silvestri EQVIFP^ENVMTENET.

Nell'Ordine IX del pontificale Sa- li sburgense, riferito dal Martene, de. ritibus antiquis, pag. 407 , parlan- dosi dell'elezione del Papa, si legge : » Egrediens autem inde, cum ad in- » feriores gradus s. Petri descendit, » ibi stat equtis , vel sella pi-aeces- « soris ponitur ei ad sedendum pa- » rata , et accedentes pationi re- » gionum uno incipiente, caeteris >' respondentihus in hunc modum, " canunt ei laudem etc. Hoc usque " ter dicto, accedit prior stabuli, et » imponit ei regnum, quod a simi-

CAV 3t

» litudine cassidis ex albo fit in- »» dumento, et lune demum ascen- « dit super equum suum, et valla- »> tor a judicibus etc. ". Onde os- serva lo stesso Bonanni , che di- cendosi ciò del Pontefice s. Leone I, abbiamo l'epoca del 44^, '»» cui fu eletto. Ma il Galletti, nel primicero y e secondlcero della Santa Sede , racconta a pag. i4; che ritornando il Papa nella mattina di Pasqua dalla basilica liberiana al palazzo laleronense , quando discendeva da cavallo, era sostenuto dal primicero, ed il secondicero gli toglieva dal capo la corona , per cui non si sa comprendere, come il prior stabuli fosse quello , che la imponesse al Papa.

Nella vita di Papa s. Giovanni I si ha, che essendo partito da Roma nel 525 per Costantinopoli , giunto che fu a Corinto, ed avendo pel suo viaggio bisogno d' un cavallo , un nobil uomo gliene somministrò uno mansuetissimo, che a tal effetto ado- peravasi dalla moglie di lui. Ma do- po che il Pontefice l'ebbe usato, ri- mandò il cavallo al padrone, il qua- le vedendo , che era divenuto cosi indomabile da non permellere che ninno il cavalcasse, dopo aver ser- vito al vicario di Gesìi Cristo, lo rimandò al Papa in dono. Tanto racconta s. Gregorio I ne' suoi Dia- loghi, cap. 8, lib. 3, e viene riferito dal Ciacconio. Da questo mirabile avvenimento vuoisi originata la tra- dizione, che vm cavallo venendo ca- valcato una volta dal romano Pon- tefice, non dovesse più servire al- l'uso di verun' altra persona. Certo è, che dalle memorie dell'archivio del palazzo apostolico ho letto, che essendo morto il cavallo , cavalca- to dal Papa, se ne concedeva il cor- po, secondo il consueto, e per lo

32 CAV

scortico, alla confraternita dei coc- chieri, ma la pelle si conservava in memoria nella scuderia pontificia.

Anche i Pontefici più santi han- no sempre giudicato, che alla mae- stà del loro grado convenisse l'usare cavalli di bella corporatura. S. Gre- gorio I, Papa del Sgo, sebbene en- comiato per la sua umiltà, scrisse nondimeno a Pietro suddiacono pre- fetto del patrimonio, che la santa Sede aveva nella Sicilia : " Unum no- » bis caballum miserum , et quin- « que bonos asinos transmisisti. Ca- » liallum illum sedere non possum, » quia miser est ; illos autem bonos >' sedere non possum , quia asini « sunt. Sed petimus, ut si nos con- « tinere disponitis , aliquid vobis » condignum deferatis, lib. II, ind. » X, ep. 32 ". S. Adriano I poi più chiaramente si esprime, scriven- do a Carlo Magno l'anno 784, nel ringraziarlo del cavallo, che gli ave- va trasmesso, e nel pregarlo di vo- lergliene mandare ancor degli altri, che sieno i più belli. Alla detta let- tera di s. Gregorio I soggiunge il Mabillon ne' suoi Commenta riij pag. 128: Et id certe exigit Pontificia dignitas, sempre riconosciuta, e ve- nerata dai monarchi, i quali vollero tonere il freno del cavallo, su cui il Papa montava, raccontando l'Ana- stasio, che recatosi Stefano III nel 753 in Francia a chiedere aiuto al re Pipino, contro Astolfo re de' lon- gobardi, fu incontrato dal figlio di hii Carlo, cento miglia lungi da Pontyon coi principali del regno, e poi il re colla moglie e coi figli usci per tre miglia a riceverlo , e smontando il Papa da cavallo, tutti .si gettarono a' piedi di lui, e li ba- ciarono , quindi Pipino , come fosse imo scudiere, prese le redini del ca- vallo, e accompagnò il Poulcfice al

CAV

palarzo , che gli aveva preparato. L' imperatore Lodovico II, nell'BSS, recandosi ad incontrare il Papa Ni- colò I, prese il fieno del cavallo, e lo guidò per qualche tratto di stra- da, come riferisce il medesimo Ana- stasio. Nel 1099, venendo eletto Pontefice Pasquale II nella chiesa di s. Clemente, si legge, che depo- ste le vesti monastiche, ed assunte le papali , equo albo ad ha lilìcae constantinianae porticnm perducilnr comitantihns Cardinalihus , etc. Dal- le cronache di Genebrando lib. IV, si ha l'ossequio reso ad Alessandro III, da Federico I imperatore, da Enrico re d' Inghilterra, e da Lo- dovico V re di Francia, sorreggendo- gli la staffa allorché montava a ca- vallo. Eletto Papa nel 1294 s. Ce- lestino V, egli entrò nella città del- l'Aquila cavalcando un giumento, per la singolare sua umiltà , adde- strato dai re di Napoli, e d'Unghe- ria ; ma nella sua coronazione ca- valcò un bianco cavallo. Il medesi- mo ufficio, per non dire di tutti (trattandosene all'articolo Sovrani), jn-aticarono ad Urbano V gì' impe- ratori Carlo IV e Paleologo , non che Venceslao a Gregorio XI. Dai quali cenni non solo rilevasi la ri- verenza , cui sempre le leste coro- nate hanno avuto pel Sommo Pon- tefice, ma eziandio l'uso costante di andare il Papa a cavallo per le pid> bliche vie s\ nei viaggi, che per le città di Roma, Avignone, ed altre ove dimorarono, massime nelle so- lennità , e nelle sagre funzioni, con addobbi, e pompa ecclesiastica, co- ronato di mitra , o di triregno. Che incedesse colla mitra, si legge nell'Ordine romano § i3: mane ipsius lertiae dominìcae, quae dìci- t(ir Gaudcle , Papa equitat ad s. PcLrum , et portai milram aurifri-

CAV

sìatam eundo, et redeundo, et nota quod casula est ornata perlis.

Nel rituale di Cencio Camerario, che porta la data del i 192, nel de- scriversi al cap. 3 quanto il Papa faceva nella festa di s. Stefano, ecco quanto ci sembra opportuno ripor- tare : » Induit se pianeta alba , et descendit de palatio usque ad Porlicellum,ibique invenit equum phaleratum cum novo scarlato, ita tamen , quod secundum con- suetudinem antiquam equus ipse domini Papa? non debet habere collum phaleratum, et ascendens equum et de manu adextrato- rum regnum recipiens induit ip- sum , sicque vadit ad ecclesiara b. Stephani in Coelio monte co- ronatus ". Nell'Ordine del medesimo Cencio, cap. i5, si legge, che il Papa; » in die Pasquae induit planetam al- bam, pallium , et mitram sole- mnem , descendensque de palatio usque ad exitum porticelli , ubi albus palafredus cum nacco scar- latae superi mposito , et argenteo freno solemniter praeparatus est a magistro senescalco, et ab adextra- toribus, imponitur ei regnum ab archidiacono , et ita coronatus palafredum ascendit, et equitando incedi t prascedentibus in ordine suo bandolariis etc. ". Neil' Ordi- ne di Benedetto canonico, § 5 1 , par- landosi della funzione, che faceva il Pontefice nella seconda festa di Pas- qua, in cui era la stazione a s. Pie- tro , si dice : " finita missa Papae co- » ronatus ante basilicam s. Petri in lo- w co ubi ascendit equum, et coronatus « cum processione revertitur ad pa- « latium, idest lateranum". Altret- tanto si legge nel § 63, tornando il Papa dalla chiesa di s. Maria ad Mariyres^ detta la Rotonda : » post

VOI,. XI.

CAV 33

» missam coronatus redit ad pala- " tium sicut inos est ".

Quando cominciasse l' uso di co- prirsi la groppa del cavallo pontifi- cio di coperta rossa, non si rinvie- ne presso alcuno scrittore ; si legge però nel capo 3 del citato rituale di Cencio Savelli , il quale fu poi Onorio III, che dovendo il Papa ca- valcare,»» invenit equum phaleratum

cum novo scarlato , ita tamea ■5 quod secundum consuetudinem

> antiquam equus ipse Domini Pa- » p?e non debet habere collum pha- 5 leratum, et ascendens equum, et de 5 manu adextratorum regnum l'eci- 5 piens induit ipsum, sicque vadit ad

> ecclesiam beati Stephani in Coolio

> monte coronatus ". Di tale usan- za si trova anche menzione nel ritua- le pubblicato nell'anno 1271 per ordi- ne di Gregorio X, ove nel §IX in cui si descrivono la cavalcata, e l'accompa- gnamento, col quale il Pontefice si trasferiva al Laterano per prendervi il possesso, fu prescritta la funzione nel seguente modo : » Omnibus rite

> pcractis , ipse Summus Ponti- » fex, et omnes Cardinales, et a-

> lii pi-aelati , quilibct in gradu j suo indutus vestimentis pretiosis ' albi coloris, episcopi pluvialibus, 5 presbyteri casula, diaconi dalmati- 3 ca, subdiaconi tunicellis, acolylhi » superpelliceis , et ahi capellani ,

> episcopi, archiepiscopi, abbates, et » patriarchaj pluvialibus , et judices j scriniarii, similiter praefecti et ad- ) vocati erunt induti pluvialibus ; j ipse in pluviali et mitra, et simi- j liter superpelliceis, et Papa omnia j pretiosa ornamenta habebit , et

pallium , et mitram optimam, et

> chyrothecas, et annui um pastora- lem , et sic cum omnibus venit

> ad portam, si ve ad gradus eccle-

> sìjc, ubi prior diaconus Cardinaiis

3

34 C A V

exuit mitram , et ponit ei coro- M nam, qiiae vocatur regnum in ca- « pite, toto populo clamante Kyrie « eleixon etc, et sic cum omni oi*- " natu quilibet Cardinalis, et prae- M latus equitant equum coopertum M panno albo, subdiaconi vero, ca- « pellani , scrinarli , et alii equitant » ornate vestiti, non tamen habent » equos coopertos. Papa equitat e- » quum magnum phaleratum , et » coopertum tantum ex parte po- « steriori, et de scarlato ; in par- « te vero anteriori non cooper- » lum ".

Il Bonanni non potè rinvenire il motivo perchè il cavallo adoperato dal Papa dovesse essere coperto nel- la groppa, e non avanti il petto, e neppure perchè il cavallo dovesse esser bianco, se non forse perchè me- glio risplendesse la sua maestà. Per molti secoli poi segui il costume, che il Pontefice cavalcasse co' sacri paramenti , ma giudicandosi esser meglio, che comparisse in pubblico per le vie con altre vestimenta, i Papi cominciarono a cavalcare colle vesti domestiche, e con cappello rosso orlato d'oro, cinto di cordone simile, con fiocco, che pendeva sul petto, nel modo che si vede nella figura riportata dal medesimo Bonan- ni a p. 365, assumendo però il cappel- lo pontificale nelle solenni cavalcate, le quali , meno le principali , cessa- rono dopo r introduzione delle car- rozze, e delle lettighe sostenute dalle mule, o chinee (P^edi) bianche. Pel primo ne fece menzione il Pan- vinio, nelle addizioni al Platina nel- la vita di Sisto IV nel di della sua coronazione, cioè a' 25 agosto 1471 , raccontando che nel por- tarsi il Papa in lettiga a prende- re possesso alla basilica lateranen- se, venendo alcuni del popolo cal-

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pestati dalla cavalleria pontificia, insorse grave tumulto.

Ad altri tumulti andarono sog- getti i romani Pontefici, quando alcuni, od il popolo volle impadro- nirsi del cavallo da loro cavalcato. Nella cavalcata, che fece nel i4i7 Papa Martino V, per la città di Costanza, per eseguire la funzione del possesso, insorse contesa fra i famigliari del Pontefice, e il bor- gomastro della città , pretendendo ciascuno di appropriarsi il cavallo montato dal Papa, che alla fine fu aggiudicato appartenere al borgo- mastro. Nel possesso pi*eso da Pio II in Roma nel i4^8> incorse egli pe- ricolo di vita, perchè i romani colle spade nude si disputavano il cavallo da lui montato, per impadronirsene dopo la funzione. Egual pericolo passò Innocenzo Vili quando, nel 1 484 > prese il possesso, giacché i romani, appena il Papa discese dal cavallo bianco alla chiesa di s. Cle- mente, con forte rissa lo rapirono, come pur fecero della sedia, e del baldacchino da lui adoperato. Nel possesso di Giulio II, nel i5o3, i romani senza litigi s' impadronirono del cavallo da lui cavalcato, e della sedia e baldacchino. Leone X, che fu l'ultimo Papa a prendere possesso coi paramenti sacri, volle prenderlo agli 1 1 aprile 1 5 1 3, cavalcando quel medesimo cavallo turco, sid quale nello slesso giorno dell' anno prece- dente era stato fatto prigioniero a Ravenna dai francesi, e sul quale fuggì, avendo un suo famigliare tagliata la mano ed ucciso quello, che ne aveva afferrata la briglia. Collo adoperare Leone X lo stesso cavallo nel suo possesso, volle divi- dere in certa guisa con lui la gloria, e l'onore del trionfo del possesso, co- me nel Cardinalato ne aveva divise le

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fatlclie , e i pericoli della guerra. Però il Cancellieri nel descrivere a pag. 66 tal possesso, aggiunge che essendo stato fatto poi prigioniero in detta fuga, lo ricuperò per da- nari dai nemici , e che gli divenne tanto caro, che comandò non fosse più da veruno cavalcato, e volle fosse pasciuto, e tenuto con gran diligenza sino alla sua vecchiezza. Giunto che fu Clemente XI sul Campidoglio, nel possesso preso nel 1 700, affollandosi il popolo, il ca- vallo bianco, che gli aveva donato il principe Chigi, si spaventò al- quanto, e poco mancò che il Papa ricevesse un colpo d'alabarda dallo svizzero, che respingeva il popolo. Ma nello scendere il medesimo Cam- pidoglio Clemente XIV, mentre ai a 6 novembre 1 769 con maestosa cavalcata si recava a prendere il possesso, giunto vicino il carcere mamertino, il cavallo sul quale era montato si pose in ardenza per le acclamazioni del popolo, e non es- sendosi potuto fermare dai conser- vatori di Roma, che alloia ne reg- gevano secondo il consueto i cor- doni della briglia , lo gettò a ter- ra. Essendo la strada coperta di arena, il Papa non si fece gran male , onde lepidamente disse ; Non vi è contusione , ma un poco di con- Jìisionej e perciò entrato in lettiga aperta , si recò in tal modo al La- terano. Rammentando poi questo avvenimento, soleva dire: Salendo al Campidoglio, io sono comparso come s. Pielroj piacesse a Dio, cìie essendo sialo rovesciato a ter- ra, io diventassi come s. Paolo. Corse pericolo di cadere da cavallo anche il Cardinal Pallavicini suo se- gretario di stato. Egual disgrazia an- teriormente era avvenuta con peggio- ri circostanze, nel 1 3o5 a Clemente V

CAV 3:5

in Lione mentre prendeva possesso» giacché rovesciandosi un mvu'o, egli cadde da cavallo, andò per terra il triregno, e morirono dodici baroni. Nel codice poi della biblioteca Za- luski di Varsavia si rappresenta, Casus, cjuem ss. D. P. Joannes XXIII in monte Adula eundo Con- stantiam, e quadriga, et cum qua- driga prolapsuì iiditj lo che accad- de a' 2 3 ottobre \^\^, mentre ai 28 di esso entrò a cavallo in Co- stanza accompagnato dalla sua corte, che, oltre a nove Cardinali e molti prelati, consisteva in piìi di seicento persone.

Finalmente è a sapersi che negli ultimi tempi, nelle solenni cavalcate, i Pontefici cavalcavano vestiti di fal- da , sopra la sottana e la fascia , di rocchetto, di mezzetta, e di stola preziosa, portando in testa sopra il camauro il cappello papale di vel- luto o di raso rosso, con guan- ti bianchi, e bacchetta inargentata in mano. Il cavallo poi era bian- co nobilmente bardato di val- drappa e sella di velluto cremisi trinato d' oro, con ricami simili, ed otto fiocchi pendenti dalla bar- datura quadrata, ed anch'essi d'oro, venendo condotto al luogo ove mon- tava il Pontefice , dal suo cavalle- rizzo maggiore [Vedi). Neil' ascen- derlo il principe assistente al soglio, siccome il più degno laico, presen- tava al Papa le redini di seta cre- misi e d' oro, e sosteneva la staffa sinistra mentre tenevasi la staffa destra dal primo conservatore di Roma, stando il secondo alla testa del cavallo. Quindi il principe assi- stente al soglio conduceva il cavallo pel freno sino alla metà della piazza quirinale, o vaticana, secondo ove abitava il Pontefice, il quale allora gli comandava che cavalcasse col

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governatore di Roma, restando a tenere il freno dai due lati i due primi conservatori, che a vicenda col terzo, e col priore de' caporioni continuavano sino al Laterano. 11 Papa veniva circondato dalla guar- dia svizzera, camminando alle staffe i due maestri delle strade, le guar- die del corpo, i paggi, i mazzieri, i cursori , e palafrenieri pontifici , col decano, e sotto decano, con due ombrellini aperti, portandosi da due paggi altro cappello, guanti, e bac- chette inargentate per uso del Papa all' occorrenza. Se poi egli non ca- valcava, andava in nobile sedia co- perta di velluto cremisi trinata d'oro, portata da due mule bianche, con finimenti pure di velluto cremisi ricamati d'oro. Fino poi al pontifi- cato di Pio VI , la carrozza del Papa era tirata da sei bellissimi cavalli frigioni bianchi : ora però sono morelli, come lo sono gli altri della scuderia pontificia, oltre le mule bianche. Prima queste e quelli erano in maggior numero, dappoiché la maggior parte de'prelati, uffiziali, ed altri addetti al servigio del Papa godevano l'uso di uno, o più cavalli secondo i gradi. V. Treni, e Pa- lazzi Pontificii per le scuderie del Papa, ed altre notizie analoghe, mentre ad Eucaristia ss. si dice il rito, col quale veniva essa portata .su di una mula, o chinea bianca, quando i Pontefici usarono farla precedere nei loro viaggi [P^edì)^ e possessi alla basilica latcranense {Fedi).

L'uso dei cavalli nei Cardinali, lo dicemmo all' articolo Carrozze , non che a quello delle Cavalcate : laonde sol qui rammenteremo, che Innocenzo IV, nel la/j.'T, impose loro di andare a cavallo; che Paolo li, nel i464> accordò loro le valdrap-

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pe rosse, usandole prima di drappo bianco, con finimenti, e staffe di metallo dorato ; e che essendosi in- trodotte le carrozze, Giulio III, nel i55o, e poco dopo Pio IV eccita- rono i Cardinali a non profittarne, ma a continuare 1' uso di cavalcare. Qui noteremo, che il Cardinale Sca- rampo Mezzarota, del i44o» fu il primo porporato a mantener un gran- dissimo numero di cavalli ; ed inol- tre, che Urbano Vili concesse ai medesimi Cardinali di poter guar- nire i cavalli delle carrozze con se- terie, fiocchi, e ciuffi rossi, potendo però usarli anco di lana. Distinti sono i Cardinali decano, principi , e marchesi, i quali godono le inse- gne principesche, con seterie, fiocchi, e ciuffi frammisti d' oro.

La prelatura nelle cavalcate usa- va di mettere ai propri cavalli fi- nimenti e valdrappe di panno di color paonazzo, cioè i vescovi ed i primari prelati , e gli altri nero , come nere erano le valdrappe e i finimenti de' cavalli di altri per- sonaggi della corte e curia romana, e della famiglia pontificia. Ripetere- mo altresì, che i quattro prelati di fiocchetti usano ai cavalli delle loro carrozze i fiocchi e ciuffi di seta paonazza, distinzione di che godono oggidì pure i patriarchi, E dal nu- mero 8488 del Diario di Roma, del 1773, si apprende, che Clemen- te XIV, con biglietto della segrete- ria di stato, confermò loro l'uso de' fiocchetti neri ai cavalli, essendo verdi quelli dei vescovi allorcliè si recano a celebrare qualche fini- zione.

È noto, che i vescovi prendono il possesso della loro chiesa a ca- vallo, e che il Pontefice Anastasio IH, del (^11, concedette l'uso del cavallo bianco al vescovo di Pavia,

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t come si rileva dalla vita di lui. L'Cghelli, nel t. II deìV Italia sa- gra j in Episcop. 3Iat. n. 3r, ri- porta la storia di una gran contro- versia, nata fra i canonici, e il ve- scovo di Modena pel cavallo usato da lui , mentre tornava in città do- po la sua consacrazione, giacché il pretendevano giusta il costume. Di- cemmo poi altrove che il barone, il quale addestrava la mula al nuovo vescovo di Cahors, la liceveva poi in sua proprietà.

Il resto della romana prelatura non può usare ciuffi e fiocchi ai cavalli, meno il maestro di camera del Papa. Riportammo pure all' arti- colo Carrozze, che in Roma gli ambasciatori, i principi assistenti al soglio, i principi romani e i mar- chesi di baldacchino usano ai loro cavalli fiocchi di seta celeste, e di altro colore mista ad oro, e che il magistrato romano gode la prero- gativa di guarnire i propi'ii cavalli con fiocchi, e ciulH di seta bleu, intarsiati con oro. Dai Diarii di Roma del secolo passato si legge, che gli ambasciatori, i principi e le principesse inccdcvaiìo con caval- li ornali di fiocchi d' oro, alla pri- ma carrozza, e con fiocchi di seta nera a quelli della seconda, e della terza carrozza ; e che gli ambascia- tori, benché Cardinali, usavano i ca- valli della prima carrozza coi fioc- chi d'oro. Quando l'ambasciatore veneto Cornare, nel 1722, si recò in forma pubblica da Innocenzo XIII, per essere decorato della mi- lizia aurata, componevasi il di lui corteggio di nove cai'rozze : i cavalli della prima avevano i fiocchi d'oro, quelli della seconda di seta color d' oro, quelli della terza di seta e oro, quelli della quarta, e quinta di seta nera, ma i cavalli delle altre

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quattro non avevano fiocchi. Ed il numero 887 dei citati Diarii rac- conta, nell'anno 1722, che il cada- vere della principessa Orsini fu tras- portato alla basilica latei'anense en- tro una carrozza d'acciaio, i cui cavalli portavano i fiocchi d'oro, avendo quelli della seconda carroz- za i fiocchi di seta nera, mentre non li aveano quelli delle due al- tre carrozze.

Si vuol qui ricordare l'antico co- stume di fare uso ancora dei ca- valli nelle esequie dei morti, massi- me de' nobili e ricchi, come si può vedere presso Giulio Lavor, Varia- rum Luciibrat. pag. 89. Ecco quan- to in proposito ha scritto s. Gio. Grisostomo: Divile aliquo mortilo^ non servof solos, et ancillas, sed et equos nccessarii sacco amicientes y et agasonibus tradentes, ad sepul- turam sequi jiibent, calamitalis ma- giiiludineni oslentanles , Discor. par. 2. png. 22. Vincenzo Borghini alcu- ni esempi ne reca, e dalla piccola cronaca manoscritta del IMoraldi, ab- biamo che nelle esequie di m. Ni- colò di Jacopo degli Alberti, morto agli 8 agosto i38i, erano " otto « cavalli, uno delle armi del popolo « perchè era cavaliere del popolo, « ed uno della parte guelfa, perchè » ei"a de' capitani : due cavalli co- " perti con le bandiere grandi con " r arme degli Alberti, ed un ca- » vallo con un pennoucello, ed uno col cimiero, spada e sproni di » oro : il cimiero, una donzella con " due ali; ed un cavallo coperto » di scarlatto, e il fante con un » mantello di vaio grosso foderato; " ed un altro cavallo non coperto, » con un fante, con un mantello « di paonazzo, foderato di vaio » bruno. " Apiid. script. Rer. Ital. tom. XVII, col. 858. Andrea Gatta-

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ro descrivendo la pompa funebre di Giovanni Galeazzo Visconti, duca di Milano, morto a' 3 settembre i4o2, narra che in essa furono veduti cen- to cavalli coperti di zendado, e altra sorte di seta, colle insegne di venti- sette città, e castella grosse, suddite del duca di Milano ; ed oltracciò un cavallo coperto coli' arma imperiale , la quale fu stimata valere quindici- mila ducati d'oro.

II p. Lupi, nella Dissertazione X sopra i cavalli sovente scolpiti, o dipinti dagli antichi cristiani, di- ce , che non è difficile trovare negli antichi monumenti cristiani r immagine di uno o più caval- li, massimamente nei sepolcri dei martiri; ed in una cappella sotter- ranea del cimitei'O di Basilla, sco- perta nel 1726, la tribuna era di- pinta con immagini di cavalli sciol- ti, e che libei-amente pascolavano, e ne riporta le immagini il Bianchi- ni nt Prolegomeni, al tomo III di Anastasio. Al sepolcro antico di s. Valentino martire, e vescovo di Ter- ni, erano dipinti due cavalli. 11 So- sio trovò due cocchi a quattro ca- valli dipinti nella volta di un mo- numento nel cimitero di Priscilla ; ed altre somiglianti pitture, e scul- ture di cavalli si trovano negli an- tichi sepolcri de' martiri, e de' cri- stiani. Fra le spiegazioni, che si dan- no a tali simboli, vuoisi che i cri- stiani, i quali ebbero tal figura ai sepolcri loro, appartenessero al col- legio, o al comune detto de' Giu- mentari!, o fossero delle famiglie , che servivano alle stalle imperiali , che si chiamavano Sacra Stabula , ovvero che tali cristiani spettassero al servizio dei cerchi, ai quali era- no destinate molte famiglie. Tutta- volta il medesimo p. Lupi dice, che tal simbolo è secondo il precetto

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dell'Apostolo, tolto dalle corse pub- bliche: correte, o fedeli, in maniera che riportiate il premioj e difatti nel sasso di s. Fiorenzo fanciullo martire, vicino al cavallo è espres- sa la meta, ove il corso si finiva; come per esprimere un egual sim- bolo in alcuni sassi cristiani è scol- pita una nave vicina ad una di quel- le torri, che servono di fanali ai porti, significando che quel fedele dopo una travagliosa navigazione ha preso porto.

Sulla benedizione de' cavalli per la festa di s. Antonio, può vedersi r articolo Camaldolesi, monache, a cui appartiene la chiesa dedicata in Roma a quel santo. Il Cancellieri ne parla ne' suoi Possessi, a pag. 5 IO, focendo pur menzione di pio uso lo Spengero, il Desieine ed altri. II p. Fabrizio dell' Oi-dine de' pre- dicatori , compose un' opera sulle Ricerche dell'epoca dell' equitazio- ne, e dell' uso dei carri equestri presso ^li antichi, Roma 1764. E poi troppo nota la sorpresa, il ter- rore e r ammirazione che produsse negli americani la vista dei cavalli di Colombo, dappoiché supponeva- no il cavaliere, e il cavallo ambe- due ragionevoli, anzi credevano fos- se un solo animale, donde gli anti- chi inventarono la favola dei cen- tauri, de'quali scrisse il Banier, Dis- serlation sur i origine de la falle des centaures, dans V histoire de V acad. des Ind. II. a 6.

CAVE (Cavae), o Cavi. Borgo dello slato pontificio, nella Comarca, diocesi di Palestrina, appartenente alla casa Colonna. Esso giace in a- menissima posizione, ed ha pittore- schi dintorni. Si ammirano poco distante, siccome avanzo della sua antichità, alcune mura ciclopee, i ru- deri d'uu sepolcro piramidale, e il

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moderno ponte, eretto nel 1827, che sopra sette archi scavalca un torren- te, il quale vuoisi derivare dal Trero, oggi Sacco, fiume che va a scaricar- si presso Ceprano nel Liri. Questo borgo desume il suo nome dai por- tentosi cavi, o grotte, eseguiti fi-a le rupi, affine di far passare la via fra i quali si trova. Fra Preneste e Ca- ve avvenne, l'anno 267 o 269 di Roma, cii'ca cinque secoli avanti r era cristiana, la battaglia campale fra i romani comandati dal console Caio Aquilio Tusco, e gli ernici, che furono compiutamente disfatti. Il moderno paese fu costruito verso l'anno 998 di Cristo, e popolato per cura de' monaci di Subiaco. Pri- ma si chiamò il castello de santi tre 3 dai titolari delle chiese ivi e- difìcate : il primo era dedicato a s. Lorenzo col contiguo monistero dei benedettini, consacrato nel 1092, dal vescovo Prenestino Cardinal Ugo Candido ; ma nello scisma di Cle- mente III, falso Pontefice, furono i monaci discacciati. Fu in detto an- no, che Cave venne occupata da Pietro Colonna, il quale faceva la guerra a Papa Pasquale II, che ad onta degli aiuti dal Colonnese rice- vuti dal conte di Capua Riccardo, lo ricuperò alla Chiesa insieme ad altre terre concedendolo nel iioi, per due terzi, insieme colla rocca, alle monache di s. Ciriaco, il cui mo- nistero era presso la chiesa di s. Ma- ria in Yia Lata, le quah ne otten- nero il possesso soltanto nel 11 25. Abbiamo inoltre dal Martinelli, che una metà di questa terra insieme colla chiesa di s. Stefano e s. Sabi- no, e due parti della rocca di Ca- ve, erano slate occupate da Calo- leo da Cave. Dipoi questo castel- lo si denominò il Castel de' santi (inauro : il perchè una porzione

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del territorio ancora ne porta il nome.

Alcuni autori vogliono, che nel 1 100, quei di Cave coi prenestini eleggessero contro Pasquale II l'an- tipapa Teodorico, che di poi fu obbli- gato a prendei'e l'abito religioso : e mentre altri sostengono, che l'anti- papa Gregorio Vili fosse rilegato nel menzionato monistero di s. Lo- renzo, i più critici asseriscono do- versi ritenere piuttosto il monistero della ss. Trinità della Cava presso Salerno, per luogo di sua penitenza. Certo è che, nel 1 1 1 8, profittando i Colonnesi della persecuzione ecci- tata dai Frangipani a danno di Gelasio II, tornarono ad impadro- nirsi di Cave, che in seguito ebbe comuni le vicende colla vicina Pa- lestrina, centro della potenza della famiglia Colonna, ad eccezione che non andò soggetta alle distruzioni, co- me quella città nel 1298, e nel i437, nei pontificati di Bonifacio Vili, ed Eugenio IV. Però, nel 1482, fu stretta d' assedio dalle milizie ponti- ficie nella guerra fra Sisto IV, e il duca di Calabria, e dovette aiTen- dersi.

Per le gare fra i Colonnesi e i CarafTeschi nipoti di Paolo IV , i primi, nel i556, furono scomunicati, e vennero dati i loro stati ai secon- di, che fortificarono Paliano (Vedi). In tal' epoca avendo citato l' avvo- cato del fisco della camera aposto- lica Filippo II re di Spagna, come reo di violato giuramento già px-e- stato a Giulio III, pel feudo del regno di Napoli, dichiarandolo de- caduto, il viceré di Napoli duca di Alba unì le sue genti ai Colonnesi, prese Cave, e Genazzano (Vedi)y portò il terrore ne' dintorai, e si ac- costò col suo esercito a Roma. Ma dopo varie guerresche vicende, le

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truppe pontificie, guidate da Matteo Stendardo, valorosamente rivendica- rono diversi conquisti : senonchè, a mediazione di Giovanni III, re di Por- togallo, fu segnata la pace in Cave, per cui il luogo acquistò celebrità. Il Cardinale Carlo Caraffa, nipote di Paolo IV, a tal effetto col suo se- guito si recò da Palestrina a Cave, venendo incontrato, nella pianura detta gli olmi di Cave, dal duca di Alba, accompagnato pure dai suoi; dopo il qual pacifico abboccamento si riunirono in Cave in casa Leon- celli, oggi Mattei, presso la piazza di s. Stefano , ed a' 7 settembre 1557, fu stipulata la concordia, i cui capitoli si leggono nel Rinaldi a tal anno n. 14. Alessandro d'An- drea scrisse tre discorsi della guer- ra della campagna di Roma, e del l'egno di Napoli, nel 1 S56, e 1 557, stampati poi in Madrid, nel 1589, e nella detta casa se ne legge la memoria per una isci'izioue. Attual- mente Cave ha dei regolari edifizii , e fra le chiese è degna di menzio- ne quella de' minori conventuali de- dicata a s. Carlo Borromeo, ove sono due colonne spirali .

CAVERNA. Città d'Africa presso Cartagine, in cui nell'anno 894 si celebrò un concilio sopra il vescovo Primiano. Reg. III. Labbé, tom. II. Arduino, tom. I, e Lenglet.

CAZINZARTANI. Eretici derivati dagl' iconoclasti. Ebbero origine nel secolo VII, ed agli errori di quella setta ne aggiungevano qualcuno eziandio de' nestoriani. Prestavano culto alla sola immagine della Cro- ce; perciò si appellai'ono anche staurolatri.

CEA ( Tìicrmia , o Zea ) . Isola del mare Egeo, una delle Cicladi, con città vescovile fino dal IX se- colo. Nel XVII divenne arcivcsco-

CEB vato onorario di rito greco, sotto- posto alla metropoli di Atene, come vuole Commanville.

CEADDA (s.). Fu prima vescovo di Yorck, e ne adempiva con molto zelo i doveri; ma tornato di Fran- cia s. Wilfrido, che aveva un ante- cedente diritto a quella sede, per la elezione di Alfredo re di Nor- tumbria, seguendo anche il consiglio di s. Teodoro, arcivescovo di Can- torbery e primate di tutta la Chiesa britannica, cedette a quest' ultimo r episcopato, dedicandosi alla vita solitaria nella badia di Lesti ngay. Le virtù distinte di lui non permi- sero, che rimanesse lungamente ce- lato, e non andò molto, che venne chiamato a succedere Giarumano vescovo dei merciani. Egli fu il- primo tra i vescovi di quei popoli, che stabilisse la sua sede a Letch- fleld, e tanto affaticò nel pastorale ministero, che s. Teodoro ebbe a prescrivergli di moderare le zelanti sue cure, affinchè la preziosa sua vita fosse più lungamente conservata ai vantaggi della Chiesa. Portò sem- pre un grandissimo affetto alla riti- ratezza , e riponeva le sue distra- zioni nel conversare con alcuni mo- naci, che abitavano presso la sua cattedrale. Presenfi, per particolare inspirazione, la sua morte, e se ne dispose alla maniera dei santi. Morì il giorno primo di marzo dell'anno 673.

CEBARADISA. Sede episcopale della Bizacena nell'Africa occidentale, sottoposta ad Adramito, il cui ve- scovo Mustuto intervenne al conci- lio lateranense, celebrato l'anno G54 dal Pontefice s. Martino I. Ep. Syn. liisac.

CEBRIAN, o CEVRIAN-Y-Val- DA Francesco Antonio, Cardinale. Francesco Antonio Cebrian-y-Valda

CEB nacque a' 19 febbraio 1734 nella città di s. Filippo di Xativa nella diocesi di Valenza di Spagna, da una delle più distinte famiglie del regno , godendo il grandato di Spagna; il perchè ricevette una pro- porzionata educazione, che unita ad un carattere nobile, pio ed amabile, gli procacciò stima sino dalla sua tene- ra gioventù. Nello studio fece profitto, massime nella giurisprudenza civile e canonica nella università di Va- lenza, ove dopo essere slato laureato in ambe le leggi, ne divenne catte- dratico, e rettore, e si acquistò riputazione per la profondità del sapere, e per le belle sue maniere. Ordinato sacerdote, fu fatto cano- nico della metropolitana di Valenza, e meritò di essere nominato vescovo di Tudela. Senonchè, avanti di ri- cevere le bolle pontificie, venne di- chiarato vescovo -di Orihuela, col qual titolo ricevette l'episcopale con- sacrazione. Governò la diocesi con gran zelo e prudenza, e per la sua vigilanza pastorale procacciossi l'a- more e la venerazione del suo greg- ge , particolarmente allorquando si offrì vittima per esso, nell'assistenza personale, che prestò a' suoi dioce- sani nell'epidemia da cui fu afflitta la Spagna nel 18 12. Ritornato nel- l' anno seguente al trono degli avi suoi il re Ferdinando VII, siccome conoscitore delle virtù di Cebrian, lo nominò patriarca dell'Indie, vi- cario generale dell' esercito, nonché curato ordinario del real palazzo, e della regia famiglia; per le quali cariche e spirituale giurisdizione Pio VII gli fece spedire le relative bolle. Ma non trovò pace lo spirilo del buon prelato dimorando in Madrid presso la persona del re, sinché non gli fu concesso di riimnziare la chiesa di Orihuela, che vedovasi impossi-

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bilitato di governare. Quindi fu fatto arcidiacono di Toledo, e nel conci- storo de' 23 settembre 1816, il me- desimo Pio VII lo creò Cardinale dell'ordine de' preti, e perchè non si recò mai a Roma , non ebbe ti- tolo Cardinalizio. Finalmente pieno di meriti, amato dal re, che inoltre gli conferì la gran croce della Con- cezione di Carlo III, rispettalo da tutta la corte, cessò di vivere in Madrid agli 8 febbraio 1820, nell'età di ottantaquattio anni. Era di pa- cifico carattere e mansueto, distac- cato dal mondo, amante de' poveri , e generoso con essi; per la qual cosa la sua memoria è in benedizione.

CEBU' [Nomiiu's Jesu). Vesco- vato nelle ìsole Filippine. V. Nome DI Gesù,

CECERITA. Sede episcopale della provincia proconsolare d' Africa , il cui vescovo Quobulo si recò in Ro- ma al concilio di Laterano, adunato da s. Martino I.

CECCANO Annibale, Cardinale. Annibaldo Gaetani da Gactani da Ceccano, luogo della provincia di Campagna , diocesi di Aquino , d' ingegno acuto, magnanimo, esper- to nel maneggio degli afEiri, dotto- re nei canoni ed in teologia, era arcidiacono di Arras, quando circa i' anno i326 Giovanni XXII lo promosse ad arcivescovo di Napoli, poi a' 18 dicembre del 1827 lo creò Cardinal prete di san Lorenzo in Lucina. Nel i33i accomodò una grave discordia tra il vescovo di Parigi, e 1' università della Sorbona, perchè quel prelato avca multato di quattrocento lire un cherico di quell'accademia. Due volte nel pon- tificato di Clemente VI andò in quali- tà di legato a comporre la pace alla corte di Francia tra quel monarca , e quello d'Inghilterra, cioè nel i344}

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e nel i347. In Parigi egli fece la solenne dedicazione della chiesa del collegio della Sorbona , a' 1 9 otto- bre del medesimo anno , e stabilì una tregua di tre anni, rotta la quale, MI tornò, ma inutilmente. Gli riuscì meglio la legazione in Ale- magna, nello stesso anno i347, ^ Carlo re de' romani, elettp impera- tore invece di Lodovico Bavaro sci- smatico e scomunicato. Andò a Na- poli a determinare nel ducato di Benevento i confini dello stato Pon- tifìcio; ed in questa legazione do- vette molto soflerire, perocché segnò una tregua di tre anni fra Lodo- vico re di Ungheria, e Giovanna re- gina di Napoli , pena la scomunica coU'ammenda di 200000 fiorini d'oi'O a chi l'avesse violata. Governò Roma con amplissime facoltà nel giubileo del 1 35o ; ma ristrette ai forestieri le visite delle basiliche di Roma con danno dei mercanti , ed artigiani , corse più di una volta pericolo della vita, specialmente per la scelleratez- za del famoso Cola di Renzo, il quale con un dardo gli avea trafo- rato il cappello. 11 Cardinale lo sco- municò: perlocchè partissi di Roma il Cola, e ricovrossi presso Carlo re de' romani in Boemia. Poscia spedito il Cecca no in Ungheria per rimuo- vere quel sovrano dalla spedizione di Nàpoli, morì nel luglio del 1 35o in Castello s. Giorgio nella Campa- gna, come si crede, avvelenato, do- po 22 anni di Cardinalato. Fu se- polto nella vaticana basilica, della quale era arciprete, nella cappella dei ss. Lorenzo e Giorgio. Era stato presente ai conclavi di Benedetto XII, e Clemente VI, e concorse col suo suffragio alla loro elezione. Come chiarissimo poeta, estese in versi eroici le vite dei ss. Apostoli Pietro e Paolo, e teneva corrispoudenza

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col celebre Petrarca. Inoltre eresse un monistei'o ai celestini presso Avi- gnone, e lo dotò generosamente.

CECCANO Giordano, Cardinale. Giordano Ceccano, nobile della Cam- pagna, monaco cistcrciense, ed abba- te di Fossanova, assai perito nelle lettere umane e divine, ai 2 1 marzo del 1 188, da Clemente III fu creato Cai'dinal diacono, poi divenne prete di s. Pudenziana . Divoto alla b. Vergine, 1' eresse magnifico tempio in patria. Ebbe la legazione di Francia, dell' Alemagna, e da Inno- cenzo III quella della Marca, ove raffermò quei popoli alla ubbidien- za della Chiesa. Il medesimo Innocen- zo III, lo spedì con i5oo oncie di oro a sovvenire ai monaci di Mon- tecassino assediati da Marcualdo , siniscalco al i-e di Sicilia, tutore del re pupillo, o meglio, invasore del regno. Morì il Ceccano circa l'anno 1210, dopo un Cardinalato di ven- tidue anni, e di essere stato ai comi- zi d' Innocenzo III.

CECCANO Gregorio, Cardinale. Gregorio Ceccano nacque a Cecca- no di Soi*a da nobile famiglia. Se- gretario del Pontefice, a mezzo del Cardinal Gaetani poi Gelasio, venne da Pasquale II promosso al cardi- nalato col titolo di s. Lorenzo in Lu- cina, e fu alla elezione di Gelasio II. Approvò quella di Cahsto II avvenuta nel monistero di Clugny nelle Gallie; e morì, secondo l'Au- bery, nel pontificato di Onorio II.

CECCANO Stefano, Cardinale. Stefano Ceccano, era detto il Cardinal di Fossanova, perchè vi aveva pro- fessato la regola dei cistcrciensi , divenendone priore, ed abbate. De- gno nipote al Cardinal Giordano dello stesso nome, nel 121 3, da Innocenzo IH fu creato Cardinal diacono di s. Angelo, poi prete dei

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«s. Apostoli, e Camerlengo di s. Chiesa. Alla sua presenza s. Dome- nico, di cui era intimo amico gli risuscitò il nipote Napoleone mor- to per una caduta da cavallo. Si trovò alla traslazione solenne, che avvenne della immagine della B. V., che si vuole dipinta da s. Lu- ca, dal monistero di s. Maria del- la Tome, che anticamente esisteva presso la chiesa di s. Cecilia, a quello di s. Sisto, la, quale immagi- ne a pie scalzi si pose sulle spalle. Cooperò alla erezione del magnifico tempio dedicato a Dio in onore dell' Assunta , e di s. Galgano in Siena, cui arricchì generosamente; edificò una cappella sotto T invoca- zione di s. Maria della Rotonda, nella sagrestia della quale si vede- va l'effìgie di lui in atto di vene- rare la Vergine santissima. Final- mente, dopo i comizi di Onorio III, e di Gregorio IX, mori nel 1227, quindici anni dacché avea conseguito il cappello, ed ebbe tomba nella basi- lica liberiana con breve iscrizione.

CECCANO Teobaldo, Cardinale. Teobaldo Ceccano dei conti di Ter- racina, abbate nel monistero di Pos- sano va, consanguineo al Cardinal Giordano del medesimo nome , nel 1275 fu ci'eato Cardinal prete da Gregorio X. Nel concilio generale di Lione, si rese celebi'e per molte legazioni assai decorosamente soste- nute. Vide la morte dell' angelico dottore; enei 1279, lo seguì dopo quattro anni di Cardinalato.

CECCHINI Domenico, Cardinale. Domenico Cecchini, patrizio romano, era fornito di bello spirito, e vi- vace ingegno ; e laureatosi nella u- niversità di Perugia, andò alla curia di Roma presso Pamfily, e Ludovisi uditori di Ruota : questi divenne Gregorio XV, e quegli Innocenzo

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X. Quindi datosi a patrocinar cau- se, Gregorio XV lo associò agli avvocati concistoriali, lo fece suo ca- meriere segreto, uditore del Cardinale camerlengo, che eia nipote del Ponte- fice, canonico della basilica vaticana, e rettore dell' archiginnasio l'omano. Urbano Vili lo ascrisse ai votanti di segnatura, e nel i643, agli udi- tori di Ruota, ed ai consultori del s. offlzio. Innocenzo X, nel i644> lo fece datario, ed ai i4 novembre dello stesso anno, lo creò Cardinal prete di s. Sisto , e lo confermò neir ufficio colla qualifica di pro- datario. Fu uno dei giudici nella cau- sa di Giansenio; intervenne ai co- mizi di Alessandro VII, dopo i quali mori nel i656, di sessantotto an- ni, e undici di Cardinalato, con fa- ma di dottissimo personaggio. A ca- gione delle falsità del sotto-data- rio Mascabruni, il nostro Cardina- le nel pontificalo d'Innocenzo X, sebbene di lui favorito, sofflù ama- re vicende. Ebbe tomba nella basi- lica di s. Maria in Trastevere, ove avea ornata la cappella della Ma- donna detta di Viacupa.

CECI Pomponio, Cardinale. Pom- ponio Ceci, valente in filosofia ed a- stronomia, ebbe un canonicato in s. Giovanni Laterano ; e da Paolo III, nel i538, il vescovato di Orte e Ci- vita Castellana; dipoi quello di Su- tri e Nepi ; quindi fu vicario del Pontefice, e da ultimo dallo stesso Paolo III, a'3i maggio del i542, fu creato Cardinal prete di s. Ci- riaco. Ma dopo due mesi morì a Roma, e fu sepolto nella basilica lateranese, nella sua gentilizia cappel- la dedicata alla nascita di Nostro Si- gnore, con semplicissima lapide a prirte destra della medesima, che porta il nome di lui, con quello di alcuni altri di sua famiglia.

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CECILIA (s.), romana, educata al- la scuola del vangelo, (Ino da fanciul- la si mostiò adorna di rare virtù. Quantunque uscita di ricca e nobi- le famiglia, avea fatto voto di rima- nersi vergine per tutta la vita, ma, costretta dai genitori, si legò in ma- trimonio con un gentiluomo, Vale- riano di nome, eh' ella seppe ritrar- re dall'idolatria alla religione del vero Iddio. A questa conversione aggiunse anche quella di Tiburzio, suo cognato, e di Massimo, i quali condannati a morte, perchè cristia- ni, la precedettero di pochi giorni nella gloria del martirio. Credesi, che cib avvenisse l'anno aSo, sotto A- lessandro Severo.

Nel quinto secolo vi era in Ro- ma una chiesa, dedicata a santa Ce- cilia. Il Pontefice Pasquale I ve ne eresse una nuova, nella quale tras- feiù il corpo di s. Valeriano, che fu trovato unitamente a quello di s. Cecilia, ed ivi ancora comandò , che si trasportassero i corpi di s. Tiburzio, di s. Massimo, e dei som- mi Pontefici Urbano e Lucio; tras- lazione avvenuta nell'anno 821. Il medesimo Pontefice fondò pure un raonistero presso la nuova chiesa. 11 Cardinal Paolo Emilio Sfondrati, nipote di Gregorio XIV, ne la ri- fabbricò, e decorò riccamente, ed è titolo di Cardinal prete. Le reliquie di questi santi furono riposte in una magnifica volta, sotto 1' aitar maggio- re, e si chiama in oggi la confessio' ne di santa Cecilia, come meglio dicesi all'articolo Chiesa, di s. Ce- cilia [P^edi). Questa santa è assai celebre nella Chiesa, e viene anche nominata nel canone della messa. I cultori dell'arte musicale l'hanno scel- ta a proteggitricc, perchè è noto, che questa santa accordava al canto del- le divine lodi lu musica istroracatule.

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CECILIO (s.), africano di nascita, fu convertilo alla fede di Gesù Cri- sto, per le preghiere insieme e per le instruzioni di Ottavio e di Mi- nuzio Felice, che dalle tenebre del paganesimo erano venuti alla luce del vangelo , e ne sostenevano con molta sapienza e forza le ragioni. Questo santo, che fu prete, ebbe il merito della conversione di san Ci- priano, il quale , per sentimento di venerazione e riconoscenza, volle in seguito portarne il nome. Mori in età molto avanzata , e fu beneme- rito assai della i*eligione cristiana. Di lui si fa memoria nel martirologio romano.

CEDAMUSA. Sede vescovile di Sitifi in Africa, nella provincia della Mauritiana. Not. Jfr.

CEDDO (s.). Questo santo prela- to era fratello di s. Chaddo ve- scovo di Litchfield, del santo sa- cerdote Celino e di Cimberto, i quali si adoperarono ad illuminare nelle verità della fede gli anglo-sassoni. Il desiderio di restare nell' oscurità , e di attendere alla propria santifi- cazione, lo indussero a ritirarsi nel monistero di Lindisfarne. Le virtù, ond'era adorno, gli meritarono l'ono- re del sacerdozio , ed il vescovo di Lindisfarne gli affidò l' importante incarico di ammaestrare nella fede i popoli soggetti al re Pende, che avea ricevuto il battesimo con molti de' suoi ministri. La predicazione di s. Ceddo ebbe un esito felicissimo , imperocché si videro ben presto at- terrati i templi degl' idoli, ed i loro cultori pi'estarono al vero Dio quel- l'onore, che prima tributavano alle insensate divinità. Ma un campo più esteso si aperse allo zelo di Ceddo, il quale avrebbe ben volentieri sa- crificata la vita per acquistare pro- seliti alla cioce. Oswy re di Nor-

CEF thumberland, mandollo con vm pi'ete da Sigiberto re dei sassoni orientali, il quale avca abbracciato la fede di Gesù Cristo. Le fatiche del santo apostolo furono da Dio benedette , ed il numero di quelli, che si con- vertirono, fu veramente ammirabile. Recatosi in seguilo a Lindisfarne per trattare col vescovo Finan intorno ad alcuni aflàri importanti, fu con- sacrato vescovo dei sassoni orientali. Insignito di questa dignità, andò tosto nella sua diocesi, e continuò l'opera che vi avea intrapreso. Fondò mol- te chiese, e tre monisteri : assistette al sinodo celebrato a Stx'cneshalch nel 664, ove stabilì che si seguisse la pratica stabilita dai canoni intor- no alla celebrazione della Pasqua. Dopo qualche tempo fu colpito dal- la peste, e terminò la sua carriera nel suo monistero di Lestingay nel giorno iG ottobre. Il martirologio d' Inghilten-a ne fa menzione nel 7 gennaio.

CEDI A S. Sede episcopale d'Africa nella parte occidentale, d' ignota pro- vincia. Di essa si sa soltanto, che il suo vescovo Secundeno , nel t(u-zo secolo assistette al concilio di Car- tagine adunato da s. Cipriano, men- tre nel quinto il vescovo Fortis do- natista fu alla conferenza di Carta- gine.

CEDRENO Giorgio. Monaco gre- co, vissuto nel secolo undecimo. Ha scritto vma specie di cronaca, o sto- ria universale dal principio del mon- do fino all'impero d' Isacco Comne- no, cioè fino alla metà circa del se- colo undecimo dell'era cristiana. Quest'opera è una compilazione poco assai giudiziosa; tuttavia Ritradotta in latino ed arricchita di note dal p. Goar domenicano.

CEF AL A [Caephala). Sede ve- scovile d'Africa iiella prima provin-

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eia proconsolare, sottoposta a Carta- gine. Collalio Carili ng. i, cap. i33.

CEFALONIA e ZANTE {Ccplia- lonien. , et Zacynthicn. ). Vescovati uniti sulTraganei di Corfù nelle isole Jonie. Cefalonia, una delle isole de- gli Stati Uniti delle isole Jonie, sog- gette all' Inghilterra, presso la costa occidentale della Turchia Europea, fra il golfo di Patrasso , e le isole di santa Maui'a e quella di Zante , contiene tre città , e cento trenta villaggi , in un' amena , deliziosa e fertile posizione. I monti ne inter- secano la superficie, e su tutti pre- domina r Enos, celebre nell'antichi- tà, il quale conserva ancora il suo nome. Fu primieramente conosciuta sotto i nomi di Sainos , o Snnih , poscia di Melaejin, indi di Tdcboa, e in fine di Cefalonia , nome che prese dall'ateniese Cefalo, governa- tore dell' isola. Si novera Cefalonia fra gli stati d'Ulisse, e fu anco do- minata dai corinti , e dai tcbani condotti da Arafitrionc. Dopo essere stata in potere dei macedoni, fu oc- cupata dagli etoli, a' quali la tolsero i romani comandati dal console Mar- co Fulvio, 189 anni avanti l'era cri- stiana, e siccome nella città di Sa- trovò vigoi'osa resistenza, l'arse, la saccheggiò, e ne vendette gli abi- tanti. In tal maniera Cefalonia di- venne soggetta alla romana repub- blica, e seguì i destini dell' impero. Aveva dapprima adottato il reggi- mento repubblicano , chiamandosi allora tetrapoli a cagione delle sue quattro principali città , cioè Samè, Palis, Grane, e Cooni, che si erano diviso il suo territorio. Figurò fra le isole greche , e godette per un tempo il primato sulle Jonie.

Appartenne all' impero d' oriento sino al 1 125, in cui per la decaden- za di esso ebbe i suoi signori par-

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tìcolari. Quindi, Terso il ìì^S, sog- giacque alle incursioni de' normanni e poi ancora ai despoti di Morea , i quali come vennero detronizzati da Maometto II , passò al dominio ottomano. Variano gli autori intor- no al tempo in cui passò l'isola sotto quello de' veneziani : certo è però, che nel i499 il generale ve- neto Benedetto Pesaro se ne impa- dronì colla forza delle armi, e seb- bene due volte i turchi la ripren- dessero, sempre i veneziani la ricon- quistarono, rimanendone in possesso sino all'anno 1797» epoca in cui si estinse la loro repubblica. Passa- ta alla Francia , nell' anno i 799 , dovette essere ceduta alla flotta tur- co-russa, ed in progresso seguì la sorte delle altre isole Jonie, per cui manda otto deputali Cefaleni all'as- semblea legislativa del parlamento Jonio.

L' isola Cefalonia è per la mag- gior parte abitata da individui, che seguono il rito greco. I cattolici ascen- dono circa a duecento, non computan- dovi i maltesi, che sono in grandissimo numero. Essa ebbe un vescovo greco e un vescovo latino; ma la cattedrale si- tuata in Argostoli, capitale dell'isola, è ora distrutta. Argostoli è posta in fondo ad un'ampia e sicura baia nel lato australe dell' isola. Ha un liceo, ove si educano i giovani per l'università di Corfìi. Ne' suoi din- tonii vi sono gli avanzi della città di Grane , rammentando la ferace pianura di Palecchi 1' antica Palis ; all'estremità, ov' è il Capo-scala, esi- steva l'antica città di Cooni, di cui non rimase vestigio. Nel quinto se- colo i greci della terza provincia di Achea, nell'esarcato di Macedonia, vi eressero la sede vescovile colla residenza in Argostoli, sotto la me- tropoli di Corinto; quindi nel XYI

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secolo divenne arcivescovato. I latini nel XII secolo vi fondarono un seg- gio vescovile, suffraganeo del metro- politano di Gorfù, e nel XIII si unì a Zante ove passò a dimorare il vescovo , che tuttora vi risiede go- vernando le duft diocesi, soggetto al- la congregazione Cardinalizia di Pro- paganda. F. Zante.

CEFALI]' (Cephaluden.) Città con residenza v escovile nel regno delle due Sicilie, nella provincia Val- le minore di Palenuo. Essa è po- sta nell'angolo di un promontorio, im poco più basso del castello an- cora esistente, che formava 1' antico paese. Varie cave di fini marmi ha nei dintorni, e fra essi merita men- zione la lumachella, marmo atto a stupendi lavori. Questa città cinta di mura, sembra che tragga il suo nome dal capo vicino, il quale si chiama Celili, nome che deriva dal greco, e vuol dire capo, o pro- montorio, per cui i suoi abitanti si dissero Cefaledi. Dai messinesi ven- ne un tempo distrutta, ed al re Ruggiero I, come diremo, è dovuta la sua riedificazione nel bel sito dell' odierna area.

Fino dai tempi, in cui la Sicilia era dominata dai saraceni, in Ce- falù eravi un vescovo, e quello del- l'anno 868 fu uno dei dodici ve- scovi, che insieme a s. Ignazio pa- triarca di Costantinopoli si oppose- ro energicamente a Fozio, nell' Vili concilio generale, laonde rilevasi che i greci vi avessero istituito la sede episcopale. In progi-esso di tempo la città, essendosi ridotta quasi al nulla, il normanno Ruggiero I, re di Sicilia, la ritornò al suo primie- ro splendore, ristabilendo la sua se- de vescovile, nel 1 i3i, sottoposta a Messina per opera dell' antipapa A- uaclelo 11, di cui seguiva le parti per-

TEF che Io aveva ornato col titolo reale. Si racconta pertanto, che trovando- si tal principe in grave pericolo di naufragare nel mare di Saleino, fe- ce voto, clie se ne usciva a salva- mento, avrebbe fatto fabbricare un tempio al Salvatore, ed agli Apo- stoli ; quindi tornato il mare in cal- ma trovossi nel golfo di Cefalìi, nel giorno sacro alla trasfigurazione del Salvatore. Disceso a terra, prima di tutto edificò una chiesa in onore di s. Giorgio al piede della rocca, e dipoi non solo volle riedificata la città, ma in esecuzione del voto vi fece innalzare una sontuosa catte- drale col nome del Salvatore, fa- cendo scolpire nella magnifica fac- ciata questa iscrizione : hoc s\crum

TEMPLUM A. pio ROGERIO I SICILIAE KEGE AB. ANN. I I 3 I AD I 1 4^ FUN-

DATUM ETc. In cssa chiesa fra le altre cose si ammirano bellissimi mosaici e il mausoleo di d. Eufemia reggente del regno nella minorità degli ulti- mi sovrani del ramo aragonese. Que- sta chiesa era la quinta del regno nell'assemblea degli stati.

Tuttora questa sede trovasi suf- fraganea della metropolitana di Mes- sina. Il capitolo della cattedrale, che anticamente era regolare sotto l'Or- dine di s. Agostino si compone di quattro dignità , prima delle qua- li è il decano, di otto canonici con due prebende, ventiquattro mansio- nari detti pi'ebendati, oltre diversi altri preti, e chierici pel divin cul- to. La cura nella cattedrale si eser- cita da tre cappellani eletti dal ve- scovo, non essendovi nella città al- tra parrocchia. Vi sono peiò sei conventi di religiosi, un monistero di monache, un conservatorio, al- cune confraternite, ospedale, mon- te di pietà, seminario con alun- ni , cimitene , episcopio etc. La

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mensa è tassata ne' registri della ca- mera apostolica in fiorini quattro- cento.

CELCHYTH {Celchytum). An- tica città d' Inghilterra nel regno di JNIercia, in cui si celebrarono due concilii chiamati Celcliyterisi. Il pri- mo fu tenuto l'anno 794 per dotare il monistero di s. Albano, coli' in- tervento di nove re, quindici vesco- vi, e venti duchi. Offa, re dei mer- ciori, per la venerazione che avea per s. Albano primo martire d' In- ghilterra, concesse al monistero molti beni e grandi privilegi. Angl. I. 11 Lenglet, oltre questo concilio, pre- cedentemente , e all' anno 787, ne registra un altro adunato in Celchyt sopra la disciplina .

Il secondo si convocò nell' anno 816 da Vulfredo arcivescovo di Cantorbery, che vi presiedette alla presenza di Renulfo re dei merciori, e di molti signori, intervenendovi dodici vescovi, molti abbati, preti e diaconi , che fecero undici canoni. Il secondo ordina, che le chiese sieno benedette dal vescovo dioce- sano dopo la loro edificazione, e che r Eucaristia sarebbe posta in una scatola , colle reliquie sotto l'altare, o in un luogo segreto della medesima chiesa. Il 4-° concede au- torità al vescovo di eleggere col consenso della comunità l'abbate, e l'abbadessa. Il 9.° prescrive al ve- scovo di tenere registrati i regola- menti sinodali da osservarsi da lui, il nome dell' arcivescovo da cui di- pende, e gli altri vescovi della pro- vincia. Il IO." comanda, che si dia a' poveri , o si eroghi in opere pie, la decima parie de' beni del vescovo defunto, ed inoltre ordina preghiere, digiuni, e la liberazione degli schia- vi, pel riposo delle anime. Questo concilio prese provvidenze anco sui

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costumi. Angl. tono. I. Conc. tom. VII, pag. i484.

CELENDERIS. Città vescovile dcir antica Cilicia, e, secondo Com- manville, nella provincia d'Isauria, nel patriarcato d' Antiochia , eretta nel V secolo sotto la metropoli di Seleucia.

CELEPiINA. Sede vescovile del- l'Africa occidentale , di cui s' ignora la provincia . sa soltanto , che Donato suo vescovo, l'anno 4'Ij si recò alia celebre conferenza di Cartagine. Coli. Cari.

CELESTINI. Congregazione mo- nastica benedettina. I monaci di que- sl' Ordine furono dapprima chiamati Eremiti di s. Damiano, o di Mo- rene, non che Murroniti, o Morro- niti, e" poi Celestini, allorquando il loro fondatore fu assunto al ponti- ficato col nome di Celestino V. Questo santo nacque in Isernia, pic- cola città capitale nel contado di Molise, nel regno di Napoli da ge- ni toii di bassa condizione, che nel battesimo gì' imposero il nome di Pietro. Passati i primi anni nella pietà e nello studio, siccome aman- te delia solitudine, nell'anno i244j si ritirò sopra una montagna, e qui- vi dimorò per tre anni in una ca- verna, finche la sua santità gli at- tirò molte persone a visitarlo, che l'indussero ad uscire da quel na- scondiglio, e ad abbracciare lo sta- to ecclesiastico. Allora recatosi a Roma, fu ordinato sacerdote, quin- di passò nella Puglia, fermando la sua dimora sul monte Moronc, per cui viene chiamato s. Pietro Cele- stino da Morone. Quivi elesse per abitazione una buca, ch'era covile di un gran serpente, e non molto dopo da un abbate fu vestito del- l'al)ito religioso, ed in quella stette per lo spazio di cinque aoni, nel qual

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tempo era favorito da Dio di molte grazie, massime dell' umiltà. Altri di- cono, che si fece monaco benedettino nel monistero di Fai foli nella diocesi di Benevento, e che divenutone abba- te, concepì r idea di fondare una nuova congregazione. In appresso prescelse per più rimota solitudine il convento di Majella nell' Abruzzo non lungi da Sulmona, ove, ad on- ta del luogo orrido, in poco tempo si formò, verso l'anno ii5^, una comunità religiosa, alla quale egli serviva di regola e di esempio, pel penitente e santo tenore di vita. andò guari, che vedendo come ncir oratorio da lui fabbricato sul monte, non poteva contenere tutti i suoi discepoli, ne edificò degli al- tri in quelle vicinanze.

L'Ordine, nel 1264, fu approva- to da Urbano IV, che lo incorporò al benedettino ; ma sentendo Pietro da Morone, che il Pontefice Grego- rio X, nel concilio di Lione, forse doveva sopprimere i nuovi Ordini religiosi istituiti dopo il concilio la- teranense che ne vietava la molti- plicazione, andò a Lione, e malgra- do la sua dispregevole apparenza , ottenne colle sue austerità, e col mi- rabile dislacco dalle cose tei'i-ene, e con una vita tutta angelica, una bolla, colla data de' 17 settembre 1274, con cui Gregorio X confer- mò il nuovo istituto colla regola di s. Benedetto, e con alcune partico- lari costituzioni più rigorose, lo po- se sotto la pontificia protezione, gli assicurò il possesso de' suoi beni, e gli concesse alcuni privilegi, come la esenzione dalla autorità degli Or- dinari ce. Dopo di ciò l'Ordine si accrebbe maggiormente, a segno che Pietro si vide superiore generale di Irentasei raonisteri, e seicento reli- giosi, indi, nel 1 284? rinunziò al go-

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verno del medesimo, e del priorato di Majella , confermando l' uno e r altro a ceito Roberto, per andar- si a nascondere in un'altra foresta, ed ivi dedicarsi ad ulterioi'i peni- tenze ed assidue orazioni. Poscia, nel capitolo del 1293, essendo il mo- nistero di Majella per la sua posi- zione troppo orrido e disasti'oso, fu stabilito, che il monistero di s. Spi- rito di Sulmona sarebbe stato il capo dell'Ordine, e la residenza del- l' abbate generale, che ve la fece si- no a' nostri tempi.

Nella morte del Pontefice Nicolò IV, per la discordanza de' Cardina- li nel dargli il successore, dopo due anni, tre mesi, e due giorni di se- de vacante, mentre Pietro erasi re- cato a Roma, per affari del suo Ordine, fu a' 5 luglio 1 294, eletto dai Cardinali nel conclave di Peru- gia a Sommo Pontefice. A nulla valse la sua virtuosa ripugnanza, e partendo per Aquila , ivi si con- dusse il sagro Collegio , ed egli fu solennemente coronato a'29 agosto, nella chiesa di s. Maria di Colle maggiore, o Madonna di Collema- dio del suo Ordine, col nome di Ce- & lestino V: il perchè, come dicemmo, la di lui congregazione assunse quel- lo di celestini. A' i4 settembre 1 294, nella stessa città d' Aquila, Celesti- no V confermò ampiamente le co- stituzioni, che avea composte pei suoi monaci, e pei monisteri suoi , ricolmandoli di grazie e privilegi. Nella promozione, che nel suddet- to mese fece in Aquila di dodici Cardinali, oltre diversi religiosi, vi annoverò Tommaso dell' Ocra, mo- naco celestino ed abbate del cele- bre monistero di s. Giovanni in Piano, e lo dichiarò anche camer- lengo di santa Chiesa. Questo ve- nerando Cardinale, avendo ricevuto

VOL. XI.

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da Bonifacio Vili in commenda il monistero di s. Giovanni in Vene- re, colla sua buona maniera gli die- de r incarico di celebrare i funerali dopo la morte di Celestino V. Ag- giunge il p. Croiset, nella vita di s. Celestino V, che fra i Cardinali italiani da lui creati, due erano mo- naci del suo Ordine.

In seguito il Papa si recò a mon- te Cassino, procurò che quei mona- ci benedettini abbracciassero il suo istituto, mandandovi a questo eifct- to cinquanta religiosi, i quali però vi rimasero pochi mesi. Finalmente, conoscendo Celestino V , che nel pontificato non poteva attendere al raccoglimento e alla preghiera, ai i3 dicembre 1294, spontaneamen- te lo rinunziò, facendo ritorno alla sua congregazione nel monistero di s. Spirito di Sulmona. Indi fuggì nella Puglia, e con alcuni eremiti vi passò tutta la quaresima del 1295; ma per timore di qualche scisma a cagione della .sua santa semplicità, mentre tentava altra fu- ga per mare, fu preso e condotto per ordine di Bonifacio VIII, prima nel palazzo apostolico d' Anagni, e poi nella fortezza di Fumone pres- so Ferentino, ove rimase per dieci mesi servito da due suoi correligio- si, i quali si cambiavano ogni due mesi , finché santamente morì ai 19 maggio 1269, d'anni ottantuno. In Roma gli furono fatte solennis- sime esequie coli' assistenza di Bo- nifacio Vili, e dei Cardinali; e per ordine dello stesso Bonifacio Vili, il suo corpo fu portato con solenne pompa in Ferentino nella chiesa di s. Antonio de' Celestini, che il de- funto poco prima aveva fondata fuori della città, illustrando il Si- gnore con molti miracoli il suo se- polcro. Dipoi, a'i5 febbraio 1327,

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rimanendo il cuore di s. Pietro Ce- lestino in Ferentino, ove si conser- va nella chiesa delle monache di s. Chiara, il corpo di lui fu trasferito nella chiesa di s. Agata, donde ven- ne trasportato al monistero dei cele- stini di Aquila, nel quale egli era «tato consacrato Papa, mentre i ce- lestini di Parigi s' ebbero la sua mascella inferiore con un dente bian- chissimo.

Dopo la morte di Pietro Celesti- no, l'Ordine fu graziato di altri pri- vilegi dal Pontefice Benedetto XI, e si diffuse per l' Italia , Germania , Fiandra e Francia, ove, nel i3oo, fu ricevuto dal re Filippo IV, il Bello, formando in seguito tali na- zioni tre Provincie, con più di cen- toventi monisteri. Fondatore di quel- lo d' Avignone fu 1' antipapa Cle- mente VII, che nella sua morte volle essere sepolto nella contigua chiesa, in cui gli fu eretto un bel deposito. I celestini di Francia, col consenso degl' italiani, e coli' appro- vazione, nel 1427, di Martino V, e poi di Clemente VII, volendo po- tevano fare nuove costituzioni pel mantenimento della regolare osser- vanza, come k fecero nel secolo XVII, e furono accettate nel capi- tolo provinciale del 1667. La con- gregazione di Francia componevasi di ventuno monistei'i, il capo dei quali era quello di Parigi, ed era governata da un provinciale con au- torità di generale. Il Pontefice Pao- lo V, in considerazione del bene re- cato da quest' Ordine alla repubbli- ca cristiana, gli accordò molle grazie e privilegi. Ma per le noie ultime vicende soggiacque alla conseguenza degli avvenimenti politici, e per for- 7s\. di essi si disciolsc. Si ammirano però ancora due de' suoi membri &iu due risjicttabili seggi vescovili,

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quali sono monsignor Francesco Ma- ria Cipriani di Norcia, fatto vescovo di Veroh da Pio VII, nel i8i4, e monsignor Francesco Saverio Buri- ni di Chieti fatto vescovo di Marsi dal medesimo Pontefice nel 1818, e poi trasferito alla sede di Aversa, nel 1823. Con sollecitudine pasto- rale governano essi il gregge alle lor cure afTulato. L'Ordine ebbe e- ziandio degli altri vescovi, e molti dotti nella repubblica letteraria, fra i quali merita special menzione il celebre p. abbate Couafede.

In vigore delle loro costituzioni , i celestini dovevano recitare in coro il mattutino due ore dopo la mezza notte, potevano mangiar carne se non infermi. Nel monistero era loro proibito di mangiare nell* av- vento anche ova e latticini , ed e- rano tenuti a digiunare nei merco- ledì, e venerdì da Pasqua sino alla festa della esaltazione della Cro- ce, e in tutti i venerdì di quaresi- ma, e nel venerdì santo digiunava- no in pane ed acqua. Consisteva 1' a- bito de' celestini in una tonaca bian- ca, cinta con una fascia di lino , o di cuojo dello stesso colore, con iscapolare o pazienza sciolto con un cappuccio nero ; ed in coro, e per la città incedevano egualmente in cocolla e cappuccio nero, pote- vano usare camicia se non di saja. In somma l' abito era eguale quasi a quello de' cistcrciensi, ma si rife- risce, che a tempo del fondatore, i celestini vestissero di panno grosso color tanè. In Roma i celestini eb- bero la chiesa, e il monistero di s. Pietro IMontorio; senonchè, mos- so Sisto IV dalla santità del bea- to Amadeo francescano, lo chiamò dal Portogallo in Roma, gli diede la detta chiesa col monistero, e con- cesse invece, nel i47'; "' celestini

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la chiosa di s. Eusebio [T'edi), e per monistero, nel 1476, accordò loro il coiiligno palazzo, eh' era del titolare. I monaci ne restauraro- no la chiesa , e ridussero T edili- zio a monistero. L' una e 1' al- tro però vennero sotto Leone XII consegnali alla compagnia di Gesù. Avevano inoltre i celestini in Roma la chiesa già parrocchiale di s. Ma- ria in Posterula, detta anticamente di s. Agata, nella via dell' Orso, col contiguo palazzo, di cui per dispo- sizione del loro protettore Cardinal Barberini, si servivano come di un Collegio. La chiesa, secondo il Pan- ciroli, fu fondata da un individuo della famiglia Posterula, ma l'Al- ▼eri nella sua Roma in ogni stato tom. II, p. gì, dice non essere ciò vero. La miracolosa immagine della Madonna vi si crede collocata nel i^yS. Il Cardinal di Parma la dotò di grosse rendite, e Clemente VII la concesse alla famigha Caetani, dalla quale, in uno al palazzo con- tiguo, passò ai celestini col paga- mento di dieciotto mila scudi. Da ultimo fu data agli agostiniani ir- landesi. Il palazzo venne pertanto edificato dal detto Cardinal di Par- ma per sua abitazione, da cui prese il nome il vicino arco, sulla spon- da del Tevere. Quindi il palazzo passò ai Caetani, e poi fu venduto ai celestini verso l'anno 1629, al* lorquando i Caetani acquistarono il palazzo Rucellai al Corso.

Di quest'Ordine, oltre il Ciacco- nio, il Vittorelli, e gli autori degli Ordini monastici, tiattarono il Bo- nanni nel Catalogo di essi a pag. CIX, Bollando nel t. Ili, e nel me- se di maggio; Becquet monaco ce- lestino, neW Istoria citila congrega- zione de' Celestini di Francia^ Pa- rigi 17 19, e il padre Annibale da

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Latera nel suo Compendio , cap. XXIX dell' Ordine de^ celestini . L' annalista Wadingo, Ann. minor. tom. II, e. 3, e il p. Helyot, Storia degli Ordini monastici, t. VII, e. 4, riportano le notizie degli Eremi- ti celestini deli' Ordine di s. Fran- cesco, che dovevano vivere austera- mente, e che ricevettero pur nome, nel 1291, dallo stesso s. Celestino V ; ma che per le persecuzioni po- scia sofferte furono costretti a rifu- giarsi neir Acaja, e quindi si spen- sero verso l'anno iSog.

CELESTINO I (s.), Papa XLV, di nascita romano, era figliuolo, se- condo alcuni, di Prisco, e parente prossimo all' imperatore Valentinia- no. Creato diacono Cardinale da In- nocenzo I, fu innalzato al soglio pontificio ai 3 novembre del ^i3. crede ch'egli abbia introdotto il salmo Introibo , le antifone dell' in- troito, il graduale, il tratto, 1' offer- torio, e la comunione nella messa, la quale era prima cominciata dal- le epistole di s. Paolo e dall'evan- gelio. {V^- Bianchini in not. ad A- nast. tom. Ili) ; ma da altri ciò piuttosto si riferisce a s. Gregorio I. V. Lambertini, Del sagr. della mes- sa. 11 Burio poi è di avviso aver s. Celestino I prescritto la recita dei cinque salmi per la preparazione del- la messa ; ma anche questo da al- cuni si contraddice ; il perchè è a vedersi il Bona, Rerum liturgie. 1. II, cap. 3 , dove lungamente tratta di quanto riguarda il decreto di s. Ce- lestino 1, in proposito o alle cose in- trodotte nella santa messa.

L'eresia di Nestorio [Fedi] diede motivo a s. Celestino I di far cele- biare nel 4^ i 'l concilio generale di Efeso, a cui intervennero duecen- to vescovi e tre legati pontificii, e dal quale furono fulminate le ereti-

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che sentenze da colui empiamente sostenute. Di che avendo ricevuta notizia s. Celestino per lettere di Costantinopoli, si diede premura di ri- spondere ad esse, e le sue risposte so- no in numero di quattro , tutte colla data del i5 marzo di quell'anno 43 1. La prima è al concilio di Efeso, vale a dire ai vescovi, che avevano oi'dinato Massimiano in luogo di Ne- storio, mercecchè da sei mesi il con- cilio era sciolto ; la seconda è di- retta all' imperatore Teodosio , del quale il Papa loda lo zelo per la di- fesa della fede ; la terza è a Massimiano vescovo di Costantinopoli, e la quai'- ta al popolo di quella città. Parec- chie lettere scrisse il santo Pontefice ancora durante quel concilio; ed altre innanzi pure ne aveva scritte. L'una ai vescovi d'Africa nell'anno 4^6, con cui ristabiliva, in conseguenza del suo appello alla Santa Sede , vm prete chiamato Apiario ; la seconda è in- dirizzata ad alcuni vescovi dell' llli- ria per raccomandar loro la som- missione alla Chiesa Romana, ed a quella di Tessalonica ; la terza , del 25 luglio 4^^? ^ diretta ai vescovi delle Provincie di Narbona e di Vien- na, perchè correggessero certi abusi introdottisi nella disciplina.

Dopo il concilio d'Efeso persegui- tò i pelagiani, i quali, benché per decreto di Costanzo imperatore fos- sero stati costretti sotto Bonifacio I a star lontani cento miglia da Roma, pur Celestino I, volle che lo fossero da tutta 1* Italia , e contro Celestio loro capo, che s'era ritirato nella Bretagna, spedì missionari, che dopo due anni ridussero quella regione alla fede ortodossa. Dipoi inviò nel- la Scozia Palladio greco, primo ve- scovo di quelle isole, e neH'Jbcrnia o Irlanda s. Patrizio, che ne di- venne i' apostolo . potendo il

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santo Pontefice soffrire, che i nova- ziani tenessero molte chiese aperte in Roma, confinò Rusticola loro ve- scovo in una casa vile, e gli vietò di tener più adunanza de' suoi. Con una lettera scritta inoltre ai vescovi delle Gallie raffrenò gli eretici semi- pelagiani , che passati dall'Africa in Mai'siglia , screditavano la dottrina di s. Agostino intorno alla predesti- nazione ed alla grazia.

Si sono perdute alcune lettere di questo santo Papa. Tale è quella , che aveva scritta in risposta ai ve- scovi, i quali gli avevano partecipata r elezione di Nestorio in luogo di Sisinnio , e quella, che aveva pure scritta al vescovo Fuenzio. Socrate a torto gliene attribuisce molte altre, come anche v' ha chi senza fonda- mento veruno lo crede autore di alcuni decreti.

Le lettere di s. Celestino sono d' uno stile incalzante e stretto , ma oscuro e talvolta confuso : loccliè forse procede dall' aver noi dovuto ricorrere alle traduzioni state fatte in Oriente a cagione dello smarrimento degli originali.

In tre ordinazioni s. Celestino creò quarantasei , e, secondo altri, sessantadue vescovi , trentadue pre- ti , e dodici diaconi. Governò otto anni , cinqtie mesi e tre giorni ; e morì ai 6 aprile del 432. Era zelante dell' osservanza dei decreti sinodali, e delle usanze introdotte dai suoi predecessori, che in veruna gui- sa sapevasi indurre a rivocare, od a sottoporre a nuovo esame ciò, che una volta fosse stato ordinato e de- ciso. Fu sepolto nel cimitero di s. Priscilla nella via Salaria, e quindi venne trasferito nella chiesa di san- ta Prassede. Vacò la santa Sede dopo di lui diecinove giorni.

CELESTINO 11, Papa CLXXII.

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Nacque questo Pontefice di una fa- miglia oriunda di città di Castello nello stato ecclesiastico, ed innanzi di salire al trono pontificio era per- ciò chiamato col nome di Guido del Castello. Discepolo di Pietro Abailar- do , siccome sotto di lui fatto avea sommo profitto nelle lettere, fu an- co appellato il Maestro Guido dei Castelli, forse dalla sua famiglia, come opina il Panvinio. In seguito creato prete Cardinale di s. Mar- co da Papa Onorio II, fu fatto go- vernatore di Benevento da Inno- cenzo II, e venne impiegato in di- verse legazioni. Alla morte d' Inno- cenzo II fu eletto Papa, e consacra- to ai 26 settembre ii^'i. La sua elezione riuscì non solo senza alcu- na delle perturbazioni , onde molte altie addietro erano funestate; ma si fece eziandio senza l' intervento del popolo.

Non appena Celestino si vide su- blimato alla sede Pontificia, che dal re di Francia Lodovico VII ricevet- te ambasciatori di ubbidienza, i qua- li lo supplicarono per la pace e per l'assoluzione dalle ecclesiastiche cen- sure contro quel re fulminate da Innocenzo suo antecessore, coli' in- terdetto a tutto il reame di Fran- cia. Vedendo cosiffatto pentimento , il Papa ebbe a riconciliarlo, secon- do che narra il conografo Maure- neacense in questo modo: » Alla « presenza di parecchi nobili , dei » quali suol esserne copia in Roma, »> benignamente si alzò, e colla ma- » no facendo il segno della bene- » dizione alla volta di quel regno, " lo assolvette dalla sentenza dell'in- " terdetto, in cui era stato per tre an- ni. " Governò questo Pontefice cin- que mesi e tredici giorni , nel qual tempo nell'unica sua promozione cx'eò otto Cardinali. Morì ai 9 marzo

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del ii44> 6 venne sepolto in Late- rano. Tre lettere ci rimangono di Celestino II, e dopo di lui la santa Sede vacò tre giorni solamente.

CELESTINO III, Papa CLXXXII. Era egli romano, e discendeva dall' il- lustre famiglia Orsini (Feo?/). Innanzi che salisse al Pontificato chiamavasi Giacinto Bobò, o Bobone Orsini, e da Papa Onorio II fu fatto nel i 126 Cardinale diacono di s. Maria in Cosmedin. Ai 3o marzo del iiqi, venne eletto Papa, ed ai i3 aprile fu ordinato prete, consacrandosi nel giorno appresso in una maniera af- fatto nuova, secondo il cerimoniale dell' Ordine romano, allora compo- sto dal camerlengo di s. Chiesa Cencio Savelli. Era egli assai vec- chio quando fu assunto al Ponti- ficato, tenendo i più che avesse ottantacinque anni, comunque altri suppongano, che ne contasse novan-. ta. Nondimeno lo spii'ito ed il cor- po di lui non risentivano punto il peso di quegli anni; e di fatti il gior- no dopo la sua incoronazione, inco- ronò r imperatore Enrico VI unita- mente air imperatrice Costanza mo- glie di lui. Roggero Ovedeno (in Annal. Augi. pag. 689 ) racconta , che accadesse tale funzione in que- sto modo: » Sedeva il Papa nella « cattedra Pontificale, ed avea tra » i piedi la corona imperiale. In- » chinatisi l' imperatore e la impe- " l'atrice per riceverla, il Papa la >j percosse con un piede , e la ro- » vesciò a terra a significare essere » in lui stata l' autorità come di w dargli così di torgH la corona, " ove Enrico lo avesse meritato. » Ma i Cardinali, dice Roggero, rac- J3 cogliendo tosto la corona, la po- » sero in testa dell'imperatore ". Questo racconto per altro, sebbene creduto dal BaroniO} ad au. 1 1 6 1 ,

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e dal p. Bianchi, tono. II, p. 368 , è slimato falso da Natale Alessan- dro (Z^wf. Eccl. toni. VI saec. XI, XII cap. 2, art. i3), può accordarsi col leggere, che si fa nella cronaca Reichespergense, che » Enrico fu dal « medesimo Celestino III onorevol- « mente consecrato e coronato in « Roma " come riflette il Miu'ato- ri, Ann. d" hai., tom. VII, an. 1191.

Celestino fece promettere ad En- rico dopo la incoronazione di re- stituire la città di Tusculo ; il che ■venne eseguito il giorno dopo, mar- tedì di Pasqua. Ma avendola il san- to Padre consegnata ai romani, essi, per vendicarsi delle discordie passate, barbaramente la distrussero , e gli abitanti privi di abitazione con fia- sche ne' luoghi vicini fabbricarono delle capanne 5 dal che il luogo pre- se il nome di Frascati , e diede origine a tal città , sede vescovile suburbicaria. Dipoi il Papa scomu- nicò r imperatore, perchè riteneva a torto in prigione Riccardo re d'In- ghilterra. Ma prima di morire, or- dinò Enrico VI al suo figlio Fede- rico II di porre in libertà il mo- narca inglese, e di reintegrare la santa Sede nei diritti , che avea sulla Sicilia . Confermò Celestino HI nell'anno 1192 il militar Ordi- ne Teutonico [Fedi), istituito nel- l'anno precedente secondo la regola di s. Agostino in Acri o Tolemaide; ed in queir anno canonizzò i santi Ubaldo canonico regolare lalera- nense ( Vedi ), Giovanni Gualberto fiorentino ( Vedi), mentre nell'anno antecedente avea canonizzato s. Pie- tro vescovo di Taranlasia, e nell'an- no appresso i santi Geraldo, e forse 5. Guccherio I, e s. Ladislao re di Ungheria.

Fra gli statuti per la disciplina

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ecclesiastica ordinò Celestino III, che i fanciulli offerti dai parenti a' nio- nisteri, giunti all'età adulta, potes- sero a piacer loro uscirne; il che confermò puranco il concilio Tri- dentino, quantunque fosse prima in uso, che i padri irritar potessero la data promessa, i fanciulli la- sciare i monisteri. Cieò questo Pon- tefice in due promozioni tredici Car- dinah; e dopo un governo di sei anni , nove mesi, e nove giorni , sentendosi prossimo alla fine, vo- leva rinunziare al Papato, mostran- do desiderio ai Cardinali di aver per successore il Cardinal Giovanni di s. Paolo della famiglia Colonna, detto di s. Prisca. Ma essi non vi acconsentirono, dicendo, che cosa era inaudita aver il Papa a deporre stesso. Morì questo Pontefice nella notte precedente agli 8 di gennaio I 198. Fu sepolto in Laterano pres- so s. Maria del Riposo. Non vacò hi santa Sede.

CELESTINO IV, Papa CLXXXVI. Chiamavasi questo Pontefice prima della sua elezione Goffredo Castiglio- ni, ed era figlio di Giovanni (^tistiglio- ni e di Cassandra Ciivelli , sorella di Urbano 111. Divenuto canonico, e cancelliere di Milano sua patria, era stato educato da s. Caldino, e fat- tosi monaco nel celebre nionistero di Altacomba, aveva ivi scritta la storia del regno di Scozia. Da quel monistero era stato da Gregorio IX tratto nell'anno 1227 contro sua voglia , e creato poscia Cardinale di s. Marco. 11 medesimo Papa Gre- gorio IX il fece poscia vescovo di Sabina, e lo spedì come legalo in Toscana, in Lombardia e finalmente a Montecassino, ove si trovava l'ini- pcratore Federigo II , afllne d' in- durlo a somminisliare soccorsi in sussidio di Tcna Santa. Dopo tanti

GEL GEL 55 impieghi, con somma sua lode sos- detta montagna di Morone, dalla tenuti, ai 0.1 settembre i'24i , fu quale gli è derivato il soprannome eletto Papa nel luogo chiamato Sette anzidetto. Lasciò questo ritiro per Soli. Ivi dal senato e dai romani andare, cinque anni appresso, sul rinchiusi furono a questo fine dieci monte di Majella nell'Abruzzo non Cardinali; ma tre di essi non ebbero lungi da Sulmona, dove rifugios- parte all'elezione, perocché uno mori si con due solitari in una vasta non senza sospetto di veleno, l'altro caverna. Colà si applicò ad imi- che era de' Colonnesi , fu fatto pri- tare san Giambattista modello dei gione dai romani qual fautore di solitai'i. Portava un cilicio tutto Federico II , ed il terzo, che prigio- sparso di nodi , una catena di ferro mero di Federico aveva da quell'im- sulla nuda carne, digiunava tutti i peratore ottenuto di recarsi all'eie- giorni, eccettuata la domenica, fa- zione del Papa, ritornò all'ai'mata ceva quattro quaresime all'anno, pria ch'essa fosse conchiusa. delle quali ne passava tre a solo Celestino IV, già molto avanzato pane ed acqua, pregava e lavorava nell'età, ed indebolito dalla decre- tutto il giorno, e la maggior parte pitezza, come fu sublimato al trono, della notte. Secondo questi principi! non più vi sedette che diciassette nel 1 244 fondò l'Ordine, che poscia giorni, e morì agli 8 ottobre 1241 dal suo nome pontificio si chiamò non consacrato, e senza pubblica- de Celestini [P^edi), e che ebbe si re veruna bolla , avvegnaché quel- prospero successo da produrre du- la diretta all' arcivescovo di Sens, rante la vita dello stesso s. Celestino che il Marlene ed il Mansi attribuì- trentasei monisteri, e seicento reii- rono a questo Pontefice, è piuttosto giosi. Quell'Ordine approvato venne da assegnarsi a Celestino III. Fu da Urbano IV, che lo incorporò a sepolto in Vaticano, e la santa Sede quello de' benedettini , e fu confer- restò vacante un anno, otto mesi e mato da Gregorio X, nel 1274, diciassette giorni dopo di lui, perchè nel concilio generale secondo di i Cardinali temendo la furia dell' im- Lione.

peratore, che quasi tutti gli aveva I dissidenti Cardinali riuniti in tenuti prigioni in Amalfi, non sape- Perugia all' elezione del Pontefice vano risolversi ad eleggergli un sue- dopo la morte di Nicolò IV, per cessore. opera principalmente del Cardinal CELESTINO V (s.), Papa CC, Latino Malabraqca Orsini domenica- detto in prima Pietro di Murrone no, vescovo di Ostia, elessero in fine o Morone da un monte presso SuU a' 7 luglio 1294 Pietro di Morone. mona ove condusse vita solitaria. Ma speditogli nel suo ritiro il decreto nacque nel 1 2 1 5 da Angelario, sera- di tale elezione, ricusava costante- plice agricoltore in Molise castello mente di accettare il sommo inca- del regno di Napoli. Dell' età di rico, si piegò se non vinto dalle diciassette anni si fece monaco be- suppliche de'Cardinali e de' re Carlo nedettino nel monistero di Faifoli II di Napoli, ed Andrea III di Un- nella diocesi di Benevento, e dopo gheria, i quali si recarono a lui molti anni di penitenza straordina- per costringervelo colle preghiere, e ria, andò a Roma dove ricevette il colla esposizione delle calamità da sacerdozio. Nel laSg si ritirò sulla cui era afflitta la Chiesa. Francesco

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Petrarca (lib. II de Vit. Solit. sect. HI, cap. i8) dice, che in sulle pri- me voleva il Pontefice sottrarsi colla fuga; ma ne fu impedito dal gran popolo accorso. Com'ebbe accettato, partì alla volta di Aquila nell'Abruz- zo ove, mosso dalla singolare sua umiltà , entrò su d' una giumenta , addestrata dai detti due re di Na- poli e di Ungheria, ed ivi, dopo r arrivo da Perugia de' Cardinali , fu coronato a' 29 agosto nella chiesa dell'Ordine suo di s. Maria di Col- lemaggio fuori delle mura, assu- mendo il nome di Celestino V. Quindi non più sopra un giumento, ma sopra un cavallo bianco entrò coronato nella città fra gli applausi di duecento e più mila persone ac- corse a veder primo personaggio del mondo quegli, che poco fa era umile romito.

Nella medesima città d' Aquila il nuovo Pontefice fece la promozione di dodici Cardinali, sette francesi, e cinque italiani; indi si trasferì a Napoli; ma prima fece due costitu- zioni. La prima rinovava quella di Gi*egorio X, pubblicata nel concilio generale secondo di Lione, relativa- mente al ritiro de'Cardinali in con- clave chiuso, per procedere all' ele- zione di un nuovo Papa; la seconda dichiarava essere libera ai Papi l'ab- dicazione al pontificato. Passando per Sulmona concesse a fr. France- sco da Apt, l'eligioso francescano, la fiicoltà di conferire gli ordini minoi'i a Lodovico, figlio di Carlo re di Sicilia; privilegio, che non ebbe più esempio in un semplice sacerdote quale allora si era quel frate.

Ciò è quanto fece, degno di spe- cial menzione, senza mentovare quel- lo che operò pel suo Ordine, in cinque mesi e otto giorni dopo la sua elezio- ne; imperocché conoscendosi poco atto

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agli affari temporali, conservando un desiderio invincibile per la soli- tudine, e non ignorando il malcon- tento de' Cardinali a cagione della prima delle sue costituzioni, per la quale erano costretti a rinchiudersi nel conclave per ovviare agi' indugi della sede vacante, in un concistoro, che riunì in Napoli il i3 dicembre 1294, rinunziò solennemente e spon- taneamente la pontificia tiara colla seguetìle formula:

» Io Celestino Papa V, mosso da » legittimi motivi, cioè per causa » di umiltà, di miglior vita, di n coscienza illesa, di debolezza di » corpo, di difetto di scienza, di » malignità del popolo, infermità " della persona, e per ricuperare la >} tranquillità della passata condi- » zione di vita, spontaneamente e M liberamente cedo il Pontificato, « ed espressamente rinunzio al luo- *> go, dignità, occupazione ed ono- » re, dando libera e piena facoltà » al collegio de' Cardinali per eleg- M gere canonicamente un pastore « della Chiesa universale". Spoglia- tosi pertanto di tutte le insegne pon- tificali, con generoso e modesto por- tamento si mise a sedere a' piedi de' Cardinali. Vacò la santa Sede dieci giorni, scorrendone nove per la prima volta, prima di cominciare il conclave, in virtù della legge di Gregorio X, da Celestino V confer- mata, che tanti ne debbano scoi'rere dopo la morte, o la rinunzia del Papa.

Così ritirossi nuovamente Pietro di Morone nell* eremo di Majel- la per darsi del tutto alla pi'eghic- ra , ed alla mortificazione. Il suo successore Bonifacio Vili, temendo qualche scissura, non per opera del romito, ma per le seduzioni a cui la semplicità sua era esposta, volle

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tenerlo in sua custodia. 11 santo, che ebbe sentore, si nascose dapprima per due mesi, indi, volendo passare in Dalmazia , spinto da una tem- pesta approdò a Viesti, città della Capitanata, ed ivi riconosciuto da quel governatoi'e , fu arrestato e mandato ad Anagni, ove si trovava il nuovo Papa. fu custodito in certa casa presso la camera del Papa, ma venne poscia trasferito nel ca- stello di Fumone , poco distante da Ferentino nella Campagna, ove lan- guì per dieci mesi in un carcere di aria morbosa, che era d' uopo cambiar ogni due mesi i due reli- giosi destinatigli a servirlo. Pure il Sitato vecchio sopportò quella pena sino all' età di ottantun anno, in cui , formataghsi una postema nel lato diritto , mori a' 1 9 maggio del 1 296, dopo un anno e cinque mesi dalla sua rinunzia, e dopo dieci mesi di prigionia. 11 suo corpo per ordi- ne di Bonifacio YIII fu portato con solenne pompa in Ferentino , e fu sepolto nella chiesa di s. Antonio del suo Ordine, che poc'anzi aveva fondata fuori della città. Ai i5 di febbraio del 1827 però fu traspor- tato nella chiesa di s. Agata della medesima città, donde finalmente ven- ne traslérito al monistero de'celestini d'Aquila nell'Abruzzo, in cui egli era stato eletto Pontefice. Il suo cuore ri- mase in Ferentino, e la sua mascella inferiore si conserva con un dente sommamente bianco presso i cele- stini di Parigi. Per le sue virtù, e pei suoi miracoli canonizzato venne in Avignone da Papa Clemente V ai 5 maggio 1 3 1 3 , diciassette anni dopo la sua morte. Egli ha lasciati alcuni opuscoli : Relatio vitce sucej de Firtulibusj de Vitiìsj de Homi- nix vaiiitatej de Exemplisj de Sen- lenliis Pali uni. Queste opere, delle

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quali si trovano i mss. di sua ma- no, sono state stampate in Napoli nel 1640. Scrissero la vita di que- sto s. Pontefice, Celestino Talera ab- bate de' celestini, la quale fu premes- sa alle opere del medesimo santo; Giacomo Aliriense Celestino; Giovan- ni Pinadelli negli Elogii de" Ponte- Jici, eh' ebbero il nome di Quinto ^ Roma i58i; Gio. monaco celesti- no ; Lelio Marini, Fila e miracoli dis. Pietro di Morone^MWano i63o. Paolo Reggio vescovo Equense con- tinuò la vita, che aveva lasciata il Cardinal Giacomo Gaetani, e la pub- blicò in volgare nel i58i, in Na- poli, Pietro Cardinale d' Ailli, la qua- le fu accresciuta dal p, Dionisio Fa- bri priore de' celestini, e stampata nel iSSg in Parigi.

Nel luogo poi ove mori s. Cele- stino V, e da lui perciò reso cele- bre^ già Onorio li, nel 1 1 24, ave- va rinchiuso 1' antipapa Gregorio \III, che vi morì miseramente po- co dopo a' 28 aprile. Allora quando Bonifacio YllI pose nella rocca di F'umone Celestino V, per evitare turbolenze alla Chiesa, era coman- dante della rocca Marco Tullio Lon- ghi, al quale venne poi donata da Clemente V ; e benché nel pontifi- cato di Alessandro VI, Borgia, se ne fosse impadronita la comune , sotto Alessandro Vili la ricuperaro- no i marchesi Longhi, i quali la ridussero in buono stato, celebrando i descritti avvenimenti con analoghe marmoree iscrizioni.

CELIA. Sede vescovile d'Africa, nella provincia di Numidia.

CELIBATO ( Coelibalus ). È lo stato di chi non è congiunto in ma- trimonio, come è quello degli ec- clesiastici. I teologi, e principalmen- te Bergier, dimostrano che il celi- bato propriamente è lo stato di quel-

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li, che rinunziano al matrimonio per motivi religiosi. Il celibato è cosa grata a Dio, come si ha da diversi passi dell'antico testamento, ma non per questo ne consegue, clie sia riprovato il matrimonio. La ver- ginità fu considerata come sagra anche dai gentili, e perciò tanto la Chiesa orientale, quanto la occiden- tale imposero ai ministri del culto l'obbligo di un qualche celibato. Tut- tavolta, sebbene il celibato sia più perfetto del matrimonio, non è com- preso nel diritto divino pegli ordini sagri, cioè non vi è legge divina, che vieti ordinare in preti persone aventi moglie, ai preti di am- mogliarsi. Certo, che il celibato è consentaneo alla ragione ecclesiasti- ca e politica, e lungi dall' essere dannevole alla società, torna anzi a grandissimo suo vantaggio. Il celi- bato fu sempre in uso nella Chiesa latina, e fu proposto nel secondo concilio di Cartagine, come una leg- ge ordinata fino dal tempo degli apostoli. Di fatti non si poteva sta- bilire cosa alcuna più santa per im- pegnare il sacerdozio ad accostarsi all'altare con purità, e renderlo più proprio all'amministrazione de' sa- gramenti. Quindi chmnque insegna, che i preti, i diaconi, e i suddiaco- ni non sono obbligati alla legge del celibato, dev'essere annoverato tra gli eretici. C. de Sen(. an. iSaB. Decret. 8. V. Matrimonio,

Mosè fece una legge espressa pel matrimonio, ed in favore di esso; Licurgo si pronunziò contro i celi- batarii ; Platone fu più mite, e li tollerò con alcune restrizioni , ed i romani onorando le vestali, multa- vano, e tenevano in dispregio i ce- libi. V. il p. Gio. Stefano Meno- chio, Stuorc tomo I , pag. 4^j ^^' \>o XX\'lll, oc nella legge niosai-

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ca fosse proibita la verginità, e il celibato j e pag. iy8, capo Vili, se i sacerdoti della legge vecchia erano obbligati a qualche tempora- le continenza dalle mogli loro , e del celibato de" sacerdoti della leg- ge nuova. Ma per quanto spetta al- l' uso, ed alle leggi della Chiesa, non è mai stato permesso ai preti ed ai vescovi di ammogliarsi, quan- do avevano dichiarato nel tempo della loro ordinazione , eh' essi vo- levano seguire lo stato celibe, cosa pure stata osservata in diverse chie- se di occidente pei sotto-diaconi.

La differenza, che vi era tra la chiesa greca, e la latina rispetto al matrimonio dei preti , è che nella chiesa greca si sono ordinati a pre- ti e vescovi persone ammogliate, purché fosse quella la loro prima moglie, e che non avessero sposate delle vedove, senza obbligarli alla divisione; mentre nella Chiesa lati- na non si sono mai ordinati preti, vescovi persone congiunte in matrimonio, a meno che ambe- due di reciproco consenso non pro- mettessero solennemente di vivere separati il resto dei loro giorni. Al- trettanto praticasi nella chiesa gre- ca pei vescovi , ma pei sacerdoti , pei diaconi, nonché pei sottodiaco- ni, si ordinano sebbene ammogliati senza obbligarli a dividersi dalle lo- ro mogli.

La diversità di tali costumanze proviene dall'avere la Chiesa latina conservata l'antica disciplina, che era in vigore pure fra i greci nei primi tempi, i quali ultimi però si condussero ben diversamente su que- sto punto gravissimo, ed introdus- sero l'usanza, che tuttora sussiste fra loro, mai però condannata dal- la Cliicsa latina, neppure nel conci- lio fiorenti 00. Abbiamo per altro,

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che il concilio neocesariense dell'an- no 3i6, ordinò la deposizione di un prete, ch'erasi ammogliato dopo la sua ordinazione. Quello d'Andra, del 3i3, permise il matrimonio sol- tanto ai diaconi, che si erano pro- testati contro l'obbligazione del ce- libato, ricevendo l'ordine. 11 canone XXVI apostolico lo permetteva sol- tanto ai lettori, ed ai cantori, se- condo l'antica tradizione della Chie- sa, che il concilio niceno stimò di dovere stabiliie, e che oggi ancora si osserva nelle diverse sette orien- tali. V. Pompeo Sarnelli, Lettere ecclesiastiche , tomo VII , lettera XXIV, n. 26, che tratta del celi- bato nella chiesa orientale, massime nel tomo IX lettera XXIV, ove parla del celibato de' preti tanto in occidente quanto in oriente. In orien- te nel settimo secolo il celibato soffrì molto . Circa la finzione degli eretici incontinenti, è a vedersi il ber- iiini. Compendio deWcresie pag. i 1 8. I principali decreti ponlilicii , e canoni in occidente sul celibato degli ecclesiastici , sono i seguenti. Si vuole pertanto, che il Pontefice s. Calisto 1, creato nell'anno 221, avesse di nuovo ordinato, che i sa- ceidoti contraessero cogli ordini sa- gri r obbligo di continenza, po- tessero ammogliarsi; e che Papa san Lucio 1, eletto nel 255, comandas- se nuovamente, che i ministri del- l'altare si eleggessero continenti , e che non potesseio coabitare con donne, meno quelle loro congiunte da stretta parentela. Certo è però, che il concilio di Elvira, il più an- tico di quelli che ci rimangano sul- la disciplina, e che vuoisi celebrato l'anno 3oo, o 3 1 3, merita vma sin- goiar considerazione per quanto sla- biTi su ciò che riguarda il celibato, e la purità de' chierici, come rileva

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Bercaslel, lom. II, pag. 23 1. Col 33, o 36 canone venne pertanto universalmente comandato da' ve- scovi ai preti, diaconi e suddiaconi l'astenersi dalle loio mogli : legge generale, che però non era nuova, anzi una conferma della legge co- mune da immemorabile tenìpo os- servata dai ministri dell'altare, piut- tosto in virtù d'una tradizione apo- stolica, che di un espresso coman- do. Proibirono egualmente i padri di Elvira a qualunque ecclesiastico l'aver in casa pei'sona di dilFercutc sesso, olire la propria sorella, o la propria figlia, le quali fossero ver- gini e consagiate a Dio. Tal conci- lio fu confermato da Papa 8. Siri- ciò del 385 in una decretale scritta ad I merlo vescovo di Tarragona , nella quale proibì, che i bigami impedì), e gli ammogliati con vedo- ve potessero ordinarsi, prescrivendo il celibato a' sacerdoti e diaconi. V. De Marca, Cono. Sac. et Iiitp, cap. 8, § 4> e Zaccaria nell' Antifchro- nio tomo II. Osserva il Novaes, nel- la vita di detto Pontefice, che sino a tal' epoca non erasi stabilita alcu- na legge, ne pubblicato canone al- cuno, il quale sotto precetto, e con pena canonica obbligasse i chierici maggiori al celibato. Vuole peiò il p Constant , nel tom. I. Epistol. Rom. Pont. col. 63 1, che sebbene al decreto di s. Siricio non sia pre- ceduta alcuna ecclesiastica legge, era esso tuttavia di legge divina dall'A- postolo intimata. Questo stesso de- creto sulla continenza de' chierici fu rinnovato da Innocenzo I, nel 4^4» nella lettera a Vitricio vescovo di Rouen, e in quella ad Emperio ve- scovo di Tolosa ; argomento , che tratta egregiamente il citato Zac- caria nella Dissertazione del Celiba- tOj E.oma 1773. p^. Vekgixi.

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In appresso si formarono canoni sul celibato, dai concilii di Toledo nell' anno 4^9? da quello di Carta- gine del 419? <^' Oranges del 44'? non che di Arles, Tours, Agde, Or- leans ec. Il Pontefice s. Leone I scrisse in argomento a Rustico, ve- scovo di Narbona ; Pelagio li, del 578, impose a' suddiaconi di Sicilia la legge della continenza, vietando loro di più conoscere le loro mo- gli, ciò che pure avea proibito il detto s. Leone l, coli' tpistol. 1 2, cap, 4- S. Gregorio l, che nel 590, successe a Pelagio II, si dichiarò sempre pel celibato dei chierici , e vi legò i sotto-diaconi, i quali fino a quel tempo non erano contati che tra i chierici degli ordini minori, t. I. ep. 443 1- 4- ^P- 34- I centu- riatori di Magdeburgo, Heylin , ed altri dicono, che Gregorio I abro- gò il decreto, cui avea fatto per ob- bligar tutti i chierici a continenza , e ciò asseriscono fondati sopra una pretesa lettera di Uldarico a Papa Nicolò I; ma questa lettera è alFat- to supporta, e per conseguenza non merita alcuna fede, non essendo sta- to Uldarico contemporaneo di al- cun Pontefice di nome Nicolò. Si leggano le lettere di s. Gregorio I , e si vedrà in tutte parlare egli del- la legge, che obbliga i chierici al celibato, come antica e inviolabile.

Anche s. Eugenio I, eletto nel 654, ordinò che i preti, i diaconi, e i suddiaconi osservassero perpetua castità. S. Leone IX, nel concilio che celebrò in Magonza, nel 1049, ^"^ presenza dell'imperatore Enrico III, promulgò un decreto sopra la con- tinenza de' chierici ; quindi nel con- cilio, che convocò in Roma, nel io5i, depose Gregorio vescovo di Vercelli, adultero e spergiuro, e fe- ce un altro decreto sulla conlinen-

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za de' chierici. In questo decreto » cui denominò costituto, ordinò, che le donne ree di prostituzione coi preti entro le mura di Roma, in- corressero pena di essere per l' av- venire schiave per servizio del pa- lazzo lateraiiense. Stefano X, nel loSy, proibì eziandio i matrimoni de' chierici ; e Nicolò II, nel conci- lio romano del 1^09, determinò con- tro i Nicolaiti (così chiamavansi i difensori dei matrimoni degli eccle- siastici), che il sacerdote, diacono, e suddiacono, il quale prendesse moglie, o presa non l' abbandonasse, fosse subito sospeso dagli uffizi ec- clesiastici. Alessandro II confermò i decreti di Leone IX, e di Nicolò II, contro i chierici incontinenti, che ebbe pure a condannare nel conci- lio, nel 1067, tenuto da lui a Man- tova. In quello celebrato in Roma, nel 1074, da s. Gregorio VII fu determinato, secondo i sagri canoni e i decreti pontificii, che niun chie- rico potesse avere moglie, e che il sagra mento dell' ordine non fosse conferito se non a quelli, i quali professassero perpetuo celibato, e che ninno potesse assistere alla mes- sa dei sacerdoti, che avessero moglie. K. ì'epist. ad Olhoneni Episc. Con- stansiens. apud Labbceuni tomo X, Condì, col. 3 16, ed il Baronio al- l' anno 10745 n. ^o.

Anche Calisto II, nel concilio di Reims, del 11 19, proibì la moglie ai preti : ma per non dire di altri decreti e canoni contro gli ecclesia- stici e religiosi, i quali non avessero osservato il celibato, intorno alla qual cosa presero provvidenza i re di Plancia coi loro capitolari, che for- mavano i vescovi ed ecclesiastici /nel- le assemblee, conchjuderemo, che nel concilio di Trento si propose di accordare agli ecclesiastici la li-

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berta dei matrimonio, ma fu inte- ramente rifiutato. Sono dunque i sa- cerdoti obbligati a conservare invio- labilmente il celibato, come lo stato il più puro, e più conforme alla san- tità del loro ministero, e gli ordi- ni sagri sono un impedimento di- rimente al matrimonio. Questa è legge di disciplina, ma fondata sul- le massime di Gesù Cristo, e de- gli apostoli, perciò sulle intenzioni della Chiesa primitiva, sulla santità dei doveri di un ecclesiastico, e sul- le medesime ragioni politiche. Fra le pretensioni poi fatte a Pio VII dall' imperatore Napoleone, prima di completare l' invasione dello stato pontificio, una fu quella dell'aboli- zione della -vita celibe in avvenire, e l'abilitazione al matrimonio alle persone consagrate già al culto del- la religione d'ambo i sessi, anche in forza di voto solenne ; il perchè, nel breve che diresse Pio VII su tale argomento al sagro Collegio , disse, che quello era un articolo opposto alla santità della religione stessa, ed alla promessa fatta a Dio dalle persone religiose con sagrifizio volontario de meliori bona.

Nel i774> l'abbate Lami pubbli- cò : Della necessità del matrimonio degli ecclesiastici, con una disser- tazione sul celibato. Nell'anno stesso l'abbate Francesco Antonio Zaccaria diede in Roma alla pubblica luce la Storia polemica del celibato sa- gro da contrapporsi ad alcune de- testabili opere uscite a questi tempi. E da ultimo, nel i833, egualmen- te in Roma il p. Emidio Jacopini diede alle stampe II Sagro Celi- bato. Merita di essere consultato anche il Rergier, Dizionario enci- clopedico, all'articolo Celibato dei REGOLARI, ove parlando di quelli soppressi, dice che il breve di Pio

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VI, emanato a Vienna, nel 1782, e diretto al vescovo di Brùim, sta- bilisce ed autorevolmente dichiara , che i regolari soppressi, i quali non possono entrare in altri monisteri , si debbano considerare come mona- ci attuali, possano mai sperai-e licenza di nozze, di testamento, f^. Dispense.

CELINIA, o CELINA (s.), ebbe i natali nella città di Meaux. Alle- vata nella cristiana pietà, poiché sep- pe essere arrivata nella sua patria santa Genevefl'a , la pregò di voler- la accogliere sotto la sua direzione, professando verginità, quantunque promessa innanzi in isposa ad un giovane di quel luogo. Delle memo- rie di questa santa ci pervenne sol- tanto, che fioriva nel quinto secolo. Nella città di Meaux vi aveva un priorato del suo nome dipendente dall'abbazia di Marmontier.

CELINA. Città vescovile nel Friu- li, ora villaggio Maniago, sulla ri- viera Celina, appartenente ai Carnii, di cui fa menzione Plinio come di un' antica città rovinata al suo tem- po. Quindi essendosi ristabilita, se- condo il Noris, per avere Concordia ed altre circostanti città grandemen- te sofferto nell'incursione di Attila, i dispersi abitanti si rifugiarono a Moniago, o Monjago. Certo è, che nel quiuto secolo fu eretta in Ce- lina la sede vescovile, sufFraganea del patriarcato di Aquileja.

CELIO Gennaro, Cardinale. Ce- lio Gennaro Cardinal prete dei ss. Vitale, Gervasio e Protasio, viveva nel pontificato di s. Gelasio I, nel

494.

CELIO Giovanni, Cardmale. Ce- lio Giovanni Cardinal diacono, fio- riva nel pontificato di s. Gelasio I, nel 494? ii^l''i regione settima, e de- cimaquarta.

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CELIO Lorenzo, Cardinale. Ce- lio Lorenzo Cardinal prete di s. Prassede, ed arciprete di santa Chie- sa, viveva nel pontificalo di s. Gela- sio I, nel 494-

CELIO Simmaco, Cardinale. V. Simmaco (s.) Papa.

CELLA. Sede episcopale d'Africa nella provincia proconsolare, sotto la metropoli di Cartagine.

CELLA. Sede vescovile nell'Africa occidentale, provincia di Maiiritiana, sottoposta al metropolitano di Sitifi.

CELLA. Camera dei frati, e delle monache. Cella pur dicesi ad una cappella , ad un oratorio, Sacellurn. Il p. Lupi, Dissertazioni tom. I, pag. 12, parlando di quel luogo, il quale nelle antiche basiliche chia- mavasi cella, riporta l'osservazione di un dotto autore, fatta in una Dissertazione sui tempi antichi di Roma, il quale chiama cella quella parte dei templi, che noi chiamiamo nave di mezzo, e dice essere stata destinata principalmente alle cerimo- nie religiose. Questa stessa nondime- no dissacrata col semplice tirare di una cortina , la quale ruoprissc i simulacri e le are, serviva dopo i sagrifìzi per trattare gli affari pro- fani. Ecco le medesime parole del- l'autore dal Lupi citato: » Bien que 5> la partie du tempie appellée Cella " fùt destinée au eulte de la Re- " ligion , on ne laissait pas d' y » trailer des alTaires profanes après les sacrifices, en tirant des voiles, qui couvraient les statues et les " autels".

Intorno alle celle degli antichi anacoreti, e solitari del deserto nel- l'Egitto, leggesi nella vita di s. Ma- cario d'Alessandria, anacoreta fiorito nel IV secolo, eh' eranvi nel basso Egitto tre grandi deserti, i quali si toccavauo l'un l'altro, cioè di Scelti,

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cosi detto da una città di questo nome sui confini della Libia; delle Cellette, cosi chiamato dalle piccole celle de'solitari, che vi si vedevano; ed il terzo situato verso l'occidente, cui la montagna Nitria avea dato il nome, detto anche Cellia, come si può veder nelle P^ite de'ss. Padri, lib. I , cap. 6. In tutti questi luo- ghi potevano recarsi a stare in so- litudine quei, che già si erano lun- gamente sperimentati nel tenore di vita religiosa nelle congregazioni. Macario aveva una sua celletta in ciascuno di questi deserti. A Nitria egli accoglieva, e istruiva i forestie- ri, ma abitava d'ordinario alle Cel- lette, ove fu innalzato al grado sacerdotale. Ciascun anacoreta ci viveva sepai'ato interamente da'suoi fratelli, e non ne vedeva neppur la piccola ceHa , usciva della sua , se non che il sabbato e la dome- nica, nei quali giorni tutti si riuni- vano in chiesa per la celebrazione dei santi misteri , e per la s. comu- nione. Quando uno straniero volea stabilire il suo soggiorno fra loro, ognuno offi'ivagli la propria celletta, e quindi se ne fabbricava altra colle sue mani. Sappiamo in oltre, che il deserto delle Cellette era lontano cinque leghe dalla montagna di Ni- tria, e questa lo era sedici da Ales- sandria, e formava quasi uno stesso deserto; la chiesa di Nitria era gran- dissima, e ufliziata da otto sacerdoti. Nel deserto di Scelti eranvi quat- tro chiese per uso de'solitari; un decurione o decano invigilava sopra nove monaci, e un centurione so- pra dieci curie, e ciascun deserto avea per solito un superiore gene- rale. 11 Garampi, nelle eruditissime Memorie della b. Chiara, parla dei cellani o solitari, che abitavano le celie delle monache Cella murato-

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rum, e delle carceri e celle rigoro- se, ec. Che cella fosse alcune volte appresso s. Gregorio I appellato il inonistero, o lutto il suo recinto, chiaramente si osserva dal Macii a tal vocabolo. Abbiamo dal Sarnelli, tom. Ili, pag. 129, che di questo nome si valsero anche i monaci benedettini, per denotare i piccoli monisteri , dipendenti dall' abbazia principale, e però detti ancora nw- neisleriolij ahbatiolce vel obedienlice , quia majorihiis suberantj e che i monaci antichi chiamarono Laure «omiglianli luoghi, equivalenti al vico de' greci, dappoiché quelle cel- le erano fra distinte e separate, ma non con molta lontananza nel modo, che ancora sogliono abitare i camal- dolesi eremiti [l-^edi), ed hanno sem- bianza d'una villa, o picciol borgo. Anche il Borgia, Memorie di Bene- vento tom. I, pag. 243, parlando di quel monistero o cella di s. So- fia, dice, che qualunque monistero, o grande o piccolo che fosse, il quale dipendeva da altro monistero maggiore, appellavasi d' ordinano, o cella, o preposi lura, ovvero ob- bedienza, ed anche monisleriolo. Vi presiedeva un monaco col titolo di preposi to, o di decano dipendente dall' abbate del monistero maggiore, a cui era tenuto di dare un an- nuo censo. Non era però questa pratica così costante, che anche nelle celle, o siano prepositure, tal- volta o per privilegio, o per altra cagione non si ponesse per reggerle un abbate. Quindi il medesimo au- tore avverte, che talora presso gli antichi anche i principali monisteri, liberi da qualunque dipendenza, ve- nivano chiamati celle, come dicem- mo col Macri. così accadeva della denominazione di obbedienza, la quale non si trova usata, che

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pei piccoli monisteri, chiamati gran- de, vicarie, e priorati, appellandosi i monaci, che abitavano tali obbe- dienze obhedientari. Finalmente si disse celliota il monaco abitatore della cella , ed anche Cellnlanus, Syncellita , e Syncellus. Cellerario, ( J^edi) chiamasi il camerlengo dei monisteri.

CELLA DEL Conclave. Camera, ed abitazione de'Cardinali, nel luogo ove si rinchiudono in conclave per eleggere il sommo Pontefice, il quale dalla cella passa alla cattedra di s. Pietro, e al maggiore de'troni. Gre- gorio X, per togliere i lunghi in- dugi , che talvolta accadevano nel- l'elezione del nuovo Papa, nel con- cilio lionese del 1274, emanò san- tissime leggi, le quali diedero prin- cipio stabile al conclave ( Vedi). Nella seconda di esse ordinò, che nel medesimo palazzo, abitato dal Pontefice defonto, si formasse un conclave, nel quale senza muro, che separi uno dall'altro, senza lendine, o altro velo, tutti abitassero in comu- ne, riserbata soltanto una camei'a segreta. Ma questo rigore, stabilito da Gregorio X, per maggiormente sollecitare i sagri elettori a compiere il grande atto, fu moderato da Cle- mente VI, nel i35i, colla costitu- zione Licet. Bull. rom. tom. I, pag. 279, il quale non solo permise a ciascun Cardinale due conclavisti, ma ad ognuno di essi concesse il letto dagli altri separato, per mezzo di semplici tende o cortine; ciò che poi venne confermato nella sessione XLI del concilio di Costanza , cele- brata agli 8 novembre i4'7> come si legge in tal anno nel Rinaldi.

A seconda di tali prescrizioni si celebrarono i successivi conclavi sino all'elezione di Pio VI, seguita nel 1775, il cui modo andiamo a de-'

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scrivere. Fino a detta epoca si for- mava il conclave nel palazzo vati- cano, con altrettante celle o camere quanti erano i Cardinali viventi. Cominciavano le celle dalla gran loggia della benedizione sulla fac- ciata della basilica vaticana, e giran- do pel lato sinistro per le due scale, regia e ducale, distendevansi fino alle stanze de' paramenti e delle congregazioni. Queste celle erano quasi tutte costruite di legno, lun- ghe palmi diciotto, e larghe quin- dici, discoste una dall'altra un buon palmo. Tutte si distribuivano a sorte secondo il decreto di Pio IV, e Gregorio XV, nella sesta congrega- zione, che celebrano i Cardinali in sede vacante, come tuttora praticasi, col porsi in un' urna i biglietti col numero di queste celle, ed in altra urna i nomi de' Cardinali; determi- nando la sorte dell'estrazione la cella di cadaun Cardinale, sebbene assente da Roma, estrazione che si fa dal- l' ultimo Cardinale diacono. L'estra- zione però delle celle, come si vedrà in appresso, era anteriore ai men- zionati Pontefici, i quali colle loro disposizioni la confermarono, e re- golarizzarono. Appena i Cardinali .sono venuti in cognizione della cel- la, che loro toccò, la fanno addob- bare, e guarnire di mobiglie, ed altro occorrente nel modo, che di- remo in appresso. Sino al Pontifi- cato di Pio VI , le celle si addob- bavano di saja, o panno paonazzo, dai Cardinali creati dall'ultimo Papa defunto, e di color verde dagli altri Cardinali. Tal varietà di colori fra i Cardinali dell'ultimo Pontefice, e quelli creati dai precedenti , ebbe principio, come scrisse il Catalano, Commentar, in Cccremonial. S. R. V. pag. i3, num. i5, nel conclave dopo la morte di Giulio li, nel 1 5 1 3.

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Leggo però nella Storia de Conclavi a pag. 5o, che, nell'anno i447> P^** l'elezione di Nicolò V, il conclave fu fatto nel convento della Minerva; che i Cardinali abitarono le celle loro toccate in sorte, e formate nel dormitorio ; che esse non erano di legno ma di panno color verde o violato, e che soltanto il Cardinal Bolognese, pel suo curioso modo di pensare, volle farla addobbare di color bianco. Dello stesso rispettivo colore erano coperte le mobiglie della cella, cioè un letto, un tavo- lino, un inginocchiatoio, alcune se- die, ed alcun' altra cosa necessaria, mettendosi in tutte queste coperte, come alla porta di ciascuna cella al di fuori, lo stemma gentilizio del Cardinale, a cui appartiene. Delle suppellettili poi, che si adoperano nel conclave, tratta diffusamente il Lavorio, De Conclavi, cap. Vili, tit. 3, pag. 291.

Nel 180Ò per le circostanze dei tempi, il conclave si celebrò a Ve- nezia nel monistero di s. Giorgio Maggiore dell' Ordine benedettino, e per ordine dell' imperatore Fran- cesco, ogni spesa del conclave fu fatta dal governo. 11 monistero poi fu diviso come segue. Venti celle occuparono il dormitorio grande, sei la cancelleria, o foresteria, tre l'ap- partamento dell' archivio, sei il no- viziato, cinque il corridore de' lettori, ed in tutte furono quaranta celle. La vasta libreria fu ridotta ad uso di chiesa, e il coro domestico servi per cappella degli scrutini, donde sortì eletto 1' immortale Pio VII. Ma come questi mori in Roma, ai 20 agosto 1823, nel palazzo quiri- nale, riflettendo il sagro Collegio alla grande spesa , che occorreva per la consueta costruzione del con- clave nel Vaticano, dovendosi lòr-

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mare tutte le celle di legname, nella congregazione tenuta nel palazzo quirinale nel di seguente, coli' inter- vento di ventotto Cardinali, si sta- bili quasi a pieni voti di formarsi il conclave nello stesso palazzo nel suo lato più lungo, cioè colle ca- mere abitate dagli individui della famiglia pontifìcia pei coriidori detti degli svizzeri, che si estendono dall'a- bitazione del maggiordomo a quella del capitano degli svizzeri, forman- dosi degli appartamenti in altret- tante celle, in ognuna delle quali dovesse abitare un Cardinale co 'suoi due conclavisti, ecclesiastico e seco- lare, oltre vm domestico. Quindi nello stesso palazzo furono celebrati i conclavi per l'elezioni di Leone XII, di l'io Vili, e del regnante Gregorio XVI.

Ecco adunque quanto riguarda le celle de' Cardinali in conclave a' no- stri giorni. Dopo la distribuzione del- le celle, fatta, come dicemmo, nella sesta congregazione , i Cardinali si lecano a veder quella, che loro è toccata, e qualora la rinvengano an- gusta , od incomoda , nella congre- gazione del giorno seguente ottano a quelle de' Cardinali, che per la lontananza, vecchiezza, o altre ra- gioni, non si recano al conclave, men- tre intervenendovi, debbono loro re- stituirle. Questa ozionc segue per anzianità di Cardinalato, non di or- dine sagro , laonde i diaconi sono preferiti ai vescovi e ai preti , se prima di loro furono elevati alla porpora. Avviene talvolta, che due Cardinali si cambiano la cella, es- sendo in libertà di essi il farlo. Tut- tavolta queste permute anticamente noti si ammettevano. Di fatti abbia- mo nella Storia de' conclavi ^ pag. 460 , ed in quello , in cui fu nel i6o5 eletto Leone XI, che amma-

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latosi di febbre terzana il Cardinale del titolo di s. Cecilia, fu proposto di trasferirlo dalla sua cella alla ca- mera dello speziale del conclave ^ ma r impedì l' autorità del Cardi- nal Aldobrandino , nipote del de* fonto Clemente Vili , dicendo che le bolle il vietavano, non potendosi cambiar la cella anche a cagione d' infermità, e ciò per sollecitare l'e- lezione. Attualmente le celle si com- pongono di quattro , o cinque ca- mere, compresa la cucina, colle fi- nestre dalla strada pia, la quale è chiusa però alle due estremità da sbarre, mentre le antiche celle non avevano finestre , o almeno solo qualcuna , e le pareli invece di essere di mura erano di tavole j e perciò ricoprivansi di saia , ciò che ora non si fa più. Sono poi le celle addobbate delle mobiglie e letti occorrenti, ricoprendosi cori saia, o panno paonazzo o verde colle distinzioni suddescrilte, i tavo- lini, il letto del Cardinale, ed alcu- no vi fa ricoprire anche le sedie e i canapè. La maggior parte de'Car- dinali nelle celle erigono la cap- pella affine di celebrare, ed ascol- tare la messa; cappella, che suo- le formarsi al momento di ser- virsene. Tutti poi i Cardinali a-* vanti la porta della cella tengo-: no una portiera di panno o saia con fi'angia del colore competente paonazzo o verde, coH'arme in mez- zo del Cardinale. Qualora poi il Car- dinale voglia stare ritirato e non ricevere alcuno , si pongono fuori, o sulla porta della cella, due basto- ni obliqui incrociati , grandi o pic- coli della forma come la croce di s. Andrea , e perciò chiamasi tal segno il Sant'Andrea, il quale è pure di- pinto paonazzo o verde, collo stem- ma gentilizio.

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Nelle celle si jecano i Cardina- li dopo la formale entrata in con- clave, ed in esse la sera, avendo una guardia nobile per cadauna cel- la, ricevono vestiti di sottana, fascia, e mozzetta , le visite della prelatu- ra , corpo diplomatico , nobiltà ro- mana, ed altri personaggi, finché sia giunta l'ora della chiusura del con- clave, che viene annunziata dall'ul- timo maestro delle cei'imonie, col suono del campanello, in tre volte, dicendo nell' ultima : extra omnesj per licenziare i visitanti. Tal suono coir esclamazione, che va facendo passando innanzi alle celle, col dire: ìli celiarli Domini, il medesimo ce- rimoniere ripete nelle sere susseguenti ad ore tre di notte, nelle quali, seb- bene per la clausura non vi sieno in conclave estranei, vuoisi invitare ogni Cai'dinale a ritirarsi nella pro- pria cella. Evvi alcun Cardinale , che per incomodi od altro si reca nella propria cella prima del solen- ne ingresso in conclave, come altri dopo l'elezione del Papa vi riman- goJio anche a passare la notte. Que- ste sono le celle , o abitazioni dei Cardinali in conclave, nelle quali si tratta della grande opera di dare un capo alla Chiesa ed un sovrano ai dominii ecclesiastici ; e quando i Cardinali per indisposizione non si possano recare alla cappella dello scrutinio, i tre Cardinali infermie- ri, con formalità vanno alle celle a prendere il voto per lo scrutinio, e vi ritornano per l'accesso, tanto nel- la mattina che nel giorno, ed in- contrandoli i conclavisti, fanno loro la gonulk'ssione, come rappresentanti una corporazione.

All' abuso di spogliare il palazzo del vescovo defunto , ed anche del morto Pontefice , abuso rigorosa- mente vietato da Giovanni IX dcl-

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r 898 , in progresso di tempo suc- cesse l'altro di depredare il palazzo, che il novello Papa abitava da Car- dinale; il perchè il concilio di Co- stanza , e vari Pontefici fulminaro- no le censure ecclesiastiche contro chi osasse di ciò eseguire. Inoltre per molto tempo fu vigente l'al- tro abuso, che commettevano i con- clavisti nel depredare la cella del Cardinale sublimato al triregno. Di che gli esempi giungono al secolo XVII. Però finalmente vennero re- pressi e dalle proibizioni , e dalle cautele prese dai conclavisti dell' e- letto , ed invece i novelli Pontefici adottarono la benigna e generosa consuetudine di donare tutto quel- lo, che avevano nella loro cella di conclave , al cameriere conclavista ; come eziandio praticarono Pio Vili, e Gregorio XVI, del qual ultimo io stesso sperimentai gì' indulgenti ef- fetti.

Non si dee però tacere, che nel- la citata storia del conclave per l'e- lezione di Nicolò V, dicesi a pag. 5i, che allora entravano in conclave soltanto due maestri di cerimonie , a' quali venivano concesse , dopo la ci'eazione del nuovo Papa, per loro mercede, tutte le suppellettili, od or- namenti della di lui cella. P^. il chi- rografo di Alessandro Vili de' 29 novembre 1 690 , e la notificazione emanata a' 3 fjprile 1721 dal Car- dinal Albani, camerlengo di santa Chiesa, riportata dal num. 585 del Diario di Roma di tal anno, con- tro quelli, che s' impadronissei'o di cose spettanti al conclave, ai Cardi- nali, e alla camera apostolica, in se- de vacante.

Fra le celle abusivamente depre- date, o da alcuni inservienti del conclave, o dal popolo neh' a jìertu- la di ciso, registreremo i seguenti

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casi, unendovi qualche aneddoto pu- re riguardante le celle. Si legge nella Storia de conclavi, a pag. 79, che dopo la morte di Calisto III, a' 19 agosto 1458, segui 1' elezione di Pio II, Piccolominì, di Siena, ed i mi- nistri de' Cardinali, ch'erano in con- clave, spogliarono la di lui cella, e bruttamente misero a sacco la sua argenteria, benché poca, i libri e le vesti ; mentre la plebe l'omana non solo saccheggiò, ma rovinò tutta la casa, togliendovi anche le pietre. Altri Cardinali furono danneggiati, perchè stando il popolo sospeso , e sentendosi varie voci, che dicevano essere stato eletto or questo, or quel-