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HANDBOUND AT THE
UNUERSITY OF TORONTO PRESS
ARCHIVIO
GLOTTOLOGICO ITALIANO.
DIRETTO
DA
Gr. I. ASCOLiI.
VOLUME NONO.
ROMA, TORINO, FIRENZE, ERMANNO LO ESCHER.
ISSO.
Riservato ogni clirltto eli proprietà e eli traduzione.
re R7
MILANO, TIP. BERNAEDONI DI C. REBESCHINI E C.
SOMMARIO.
La Passione e altre antiche scritture lombarde, edite da C. Sal-
VIONI Pag. 1
D'OvmiO, Ricerche sui pronomi personali e possessivi neolatini » 23
Ascoli, retia, retiare, retiaculum » 102
Ulrich, Annotazioni alla Susanna, testo ladino, varietà di
Bravugn » 107
IVB, L'antico dialetto di Veglia » US
Salvioni, Saggi intorno ai dialetti di alcune vallate all'estremità
settentrionale del Lago Maggiore » 188
GUAENERIO, li dialetto catalano d'Alghero » 261
Bianchi, La declinazione nella toponimia toscana » 365
Morosi, Emendazioni e complementi alle sue 'Osservazioni e ag- giunte', concernenti la 'Fonetica dei dialetti gallo-italici
di Sicilia di 6. de Gregorio' » 437
Salvioni, Indici del volume » 441
LA PASSIONE
E ALTRE SCRITTUnE JLOMBA.n,DE,
che si coutengono in un codice della Bibliot. comun. di Como;
EDITE DA
C. SALVIONI.
Avvertenza dell' editore.
Un codice membranaceo della Biblioteca comunale di Como contiene: a) una meditazione sulla Passione di N. S.; b) una esposizione del Decalogo; e) una Canzone d'argomento sacro, in nove quartine. Si compone il codice di 34 fogli scritti, più alcuni in bianco; il formato s'accosta a quello di un moderno dodicesimo; il carattere è il romano tondo, e la lezione non delle più scorrette. Tutto mostra che non andassero errati il Mocchetti, il Monti e il competentissimo bibliotecario della Comense, il dott. Francesco Fossati, facendo risalire il nostro codice al XV secolo. — La Passione va per 46 fo- sti, adorni di trentuna vignette. La facciata anteriore del 46» è tutta occu- pata dalla vignetta di chiusa; la posteriore è bianca. L'esposizione del Decalogo prende sette fogli intieri, più la facciata anteriore e parte della posteriore del foglio successivo. Non v'ha nessuna indicazione di tempo o di luogo, o d'autore o copista. Solo nella Passione [81, 90] vediamo alludere a sé stessi e chi ha ordinato e chi ha composto l'operetta; ma il fanno per modo che non se ne possa cavare alcun criterio circa l'esser loro. Qualche divergenza idiomatica, tra la Pass, e il Dee., permetterà bensì la supposizione che si tratti di due autori diversi. — Nei due terzi che rimanevano della facciata in cui finisce il Decalogo, e nelle due facciate susseguenti, è contenuta la rozza Canzone ; e il carattere e la lingua ne dicono con tutta evidenza che sia cosa aggiunta in età a noi più vicina.
Nel 1836, Rosalinda Mocchetti, nata Cioffio, procurò, con intendimenti non altro che religiosi, un ristretto di versione italiana della Passione, con l'aggiunta di un' appendice, nella quale è detto del codice, e sono riprodotti dei saggi del Decalogo e della Canzone, portati però a forma italiana*. Della
* Sì la traduzione, non sempre letterale e fedele, e sì l'appendice, son Archivio glottol. ital., IX. 1
2 • Salvioni,
Passione parla più tardi anche Pietro Monti, nel suo Vocabolario a pag. xxxu- xxxiii, e ne offre una mostra, ih. xli.
Qui inlaulo si riproducono, con esattezza diplomatica*, le anzidette tre scritture. Le annofnzioni o illnstraz4oni, concernenti il loro dialetto, si com- prenderanno poi, con le debite distinzioni, tra quelle à-eW Antica parafrasi lombarda del ^ Neminem laedi nisi a se ipso' (VII 1-120), che avrò io me- desimo l'onore di aramannire ai lettori dell'Archivio. Subentrerò così al pro- fessore FoERSTER, che ne è stato distolto da altre sue cure e mi ha voluto proporre egli medesimo a codesto officio.
G. S.
veramente opera del marito della GiolBo, Francesco Mocchetti, dalla cui li- breria il ms. è poi passato nella Comunale di Como. Il libricciuolo, dedicato alle monache salesiane di Como, presso le quali la Cioffio era stata educata, è divenuto oggi alquanto raro, tirato come fu a soli 100 esemplari e forse non mandato in commercio. S'intitola: Meditazioni sulla Passione di JS. S. Gesù Cristo, tolte da un ms. del Mcccc, in pergamena, e dal dialetto co- masco recate in volgare italiano.
* Si sono però sciolte le ^ legature ', sempre quando sicuramente si poteva; e così: ede e de, elnaueua el n aueua, chella che-Ila (che la), eo e o (io ho); ecc.
Anlichi testi lombardi.
[Tua Passione.]
[1] Questa e una meditation de In passione del nostro segnar Jesu Criste in uulgare segondo le sete hore del di. In prima a matutin se de di. Anima ke [2] uore uegni a perfition se reduga al confanon zoe ala croxe in la quale morite lo nostro segnor per nu miseri pecaduri. In prima di andar con lo spirito ala cena amara e dolorosa a cena cum Juda traditore a date ^ amaystramento ke tu di perdona a zascnna persona. Or passa lo torrente Cedron in 1 orto consego ala oratione. E uedere lo to segnore sta in zenu- gion suspirando e tremando expectando responsione. L angelo donzello a •corto lo consola digando che el e de uolenta de deo padre cliel debia portare e sofrire pena e tormento per li miseri peccadu. Allora considera anima sancta ^^ spoxa de ybesu criste lo angososo sudore. [3] Possa cbel mondo fo mondo no lo ni mai sera cossi amaro sudor ke luto se conuerti in sangue ni fo may oyuo dir ni trouao scripto ke la persona sudando lo sudor se conuertisse in sangue seno al nostro segnore. Ma zo no fo altro seno [4] ke uedando la pena e lo dolore e la derrexion chel deueua portare su la soa bella persona ke 15 lo sudor se conuertisse in sangue. 0 anima sancta spoxa de lo segnor uà apresso de lo to segnor e domanda sego pianzando e suspirando. 0 creator meo padre me allegreza mia. Quente pagura quente stremimento e questo? que[n]te sudore doloroso e questo. El te respondera filia mia pìanze comego insema li toy peccai che per ti debio sofri la più obscrura [obscura] morte la 20 più soza la più dolorosa morte che may auesse nessun mal fatore ni nesun malendrin. E se tu planzare comego insema in questo orto tu te porre alegra comego insema in paradixo. Ueni sponsa christi lacrymis tuis lana faciem domini porrige [5] sudarium. Anima sancta lana de lagreme lo uixo del to 6[e]gnor . suga la fagia soa con un pano e di con gran fiduxia. 0 padre 25 meo no abi pagura che uu uenzeri ben questa dura batalia. No si uu ben che lo padre porta fadìga e pena per li soi filioli in questo mondo. E uu segnor ani metudo nu peccaduri in questo mundo . et imperzo no uè spa- uente tosto passara questa lesnada tosto passara questa tronada no si uo ben uegando a impij la scriptura de profetie. Tuta la scriptura dixe ke aui 30 uogluo nasse de la uergene maria per portar pena e doUor per nu. 0 se- gnor no uè faza male questo tormento pensando lo guadagno che uu fé per nu. Aregordeue segnor ke uu si digio che uu [6] si uegnuo a cercha quello ke periua che uu uè compare ala dona ke aueua pcrdu la dragma soa. La pegora perdua uu la si uegua [uegnua] a troua . e mo ke uu 1 aui quaxe 35 frouada uu uè stremi uu treme de pagura. [7] Ti spoxa pianzando no
4 Salvioni,
dorme coni fé li apostoli ni 1 alìandoiia fin cliel sia uiuo. Tu uedere li apostoli adormcntai pcrzo ke podio de amor erano intiaraadi ed imperzo tngi sen t'ugiu de pagura. Tu uedere ci-isto uegia e con tremor saspira. Or no abandona lo to segnor se tu uo esser consego crucificada domanda quen gratia
5 fu uo e tuto lo aure dal to segnor. Or uà * prega deo per li toy morti e per li toy uiui coni te piaxe. Stando con lo to spoxo e sego pianzando te dira dorme un poclio filia mia sposa mia clie no me uo abandonare in questa grande angustia. Bormio un pocho a li so pey el te domanda con la uose tremando. 0 spo.xa tu dormi cosi forte lo tractore [traitore] iuda no [8] dorme
10 miga . ma inanze sa niaza de lueteme in man de li zudei maluaxij e cani inigi. Or basta no dorme più ma sta in oratione a zo ke tu non intre in teraptation. [9] Parlando criste contego insema el fu uegnuo una grande compagn[i]a de malandrini con grande uoxe cridaudo e biastemando con lanze e eoa lanterne e altre arme asse . ma ti anima e sposa di al to se-
15 gnor. 0 meser me bon que uà cercando questa compagnia elo te respon- dera digando tu lo saure ben tosto incontanente. E cossi digando el ariua iuda spixor de cristo e ze a dire paxe al so maystro con saludo doloroxo e falzo digando. De te salue maystro. Oye quello respose. Amigo aqu etu uenudo a far da questa ora cossi tarde. 0 iuda tu pinsi ke no sapia zo
20 ke tu uè fazendo el so ben. In questa paxe ke tu me de tu me traysi in man de [10] peccaduri Qoe dri gudei. 0 sposa sancta attende le parole . el dixe a iuda amigo com elio amigo cliel ordena la soa angossosa morte doncba eralo inimigo no amigo. 0 segnore amoroxo inamorao de li peccaduri . e che lo giama amigo che tosto robara lo limbo . unde erano li soy amixi .
25 e lo giama amigo pero chel mena la molta de la nostra saluatiune. Adon- cha anima sancta di. 0 iuda traditore tu no dixe nero ke tu no uè per ben nesuno ma uu pomo ben dir . che tu ey ben nostro amigo . no miga de cristo . ma nostro si. Che tu procuri la nostra redemptione no sapiando ti zo ke ti fazi . donde no ten samo grao nesun a ti. Or ascolta cristo par- so landò a questa mala compagnia digando. [11] Segnuri que andeuu zerchando da questa bora con tanto remore e tanto furore? Respo[n]den quilli mal- uaxi gudei. Nu uamo cercando un ladro un gioton uu cristo yhesu nazare[u]o ke se fa filio de deo nu gè uoremo dar la mara pasqua. Dixe cristo e sonto quello ke uu ande zercando . e in contanente cazeii per terra de grande
35 tremor e pagura . dixe anchora meser yhesu cristo. Segnuri que andeuu cercando responden yhesu nazareno . dixe cristo . e u o za digio ke sonto quello que ne piaxe. Allora lo ligano per le mane e un sogeto gè meteno in la soa sancta gola . e desprexiadamente lo menen uia uerso la cita.
1 Nel ms. si leggerebbe piuttosto mi o ni/. Ma uè l'una né l'altra di queste lezioni conviene al contesto. Confesso, d'altronde, che il supporre un errore del copista e legger uà, la è cosa alquanto forzata.
Antichi testi lombardi. 8
Meser san petro Io uosse un podio ayar . el segnor no uosse ma gè [12] comando digando gouerna lo gladio to . ke sem uouesse [uoresse] defende senza ti. No e tu ueduo com eli cazen porista per terra no cri tu ke me padre me daraue gente per defensione ma e no uolio ke uolio mori per saluar la liumana generation. Or intende la proheza de san pedro e de li 5 apostoli . euau za prometuo de no abandonarlo e a[n]dar sego ala morte e im preson s el feua bexogno ma sen fuzin com prodomni [?]. 0 spoxa fedele guarda mo se tu e caxon de piauze a ueder lo lo amor cosi abandonao da li soy compagnon e fi menao con tanto derrexion com el fosse un can e con tanfo dexnor fo menao denanze a auna. Gorre poxo e no 1 abandona e si 10 oyre * ^ anna domandalo de la soa do[13]ctrina e de li so discipuli. No gè uare respoude sauia mente ke quello malandrino e sasin gè de una grande mas- selada digando. Gioton e ladro comò respondi tu a meser lo uesco. Dixe criste [14] per que m e tu dao ke digo ke sempre o predicao in manifesto e no may in occulto . la zente san quello ke o maystrao domanda loro e 15 tu m e dao senza caxon e senza rexon. 0 sponxa dolce guai'da lo to spoxo com el sta ligao denanze da anna in mezo de tanta mala zente ke cridano ala [alta] uoxe rao e tu criste in onde uoremo. Nu te dararao la mara pasqua e ti examinao com el fosse uno robao de strada. 0 sapientìa de deo padre in chi mane e tu ligao. 0 sapientia de deo padre da chi fi tu examinao. Con 20 tanta uergo[n]za sleua in mezo de loro e no parlaua guardando se al fosse che per lu parlasse . no era nesun che la cognosse. Alora li zudei lo batano corno uno ladro . la fazia piaseure [15] e gratiosa fi spuazada e dexorada de omicha spuda e dexnor. Li ogij e la faza infiada le forte i)ugnade quello uassello de la diuinita fi cossi martellao e no dexeua negota ma suspirando lo- 25 meutando torzandesse dexeua. Circondado son da li dolori de la morte . li doluri da 1 inferno m an circumdao. 0 deo ascoso per què no fé tu aurir la terra ke sosten costoro ke t a[n] la toa bocha bella sanguanada. Le zenziue e li dingij con li ogij son endegi e infiadi. E cosi desprexiado uergonzado uituperado lo menen a caxa de cayfax digando. Lena suxo yliesu cristo . susu . el te 30 fa bexogno uegni in altra parte ke tu aure la mala pascha. Alora spoxa sancta leuate e di. 0 anna e te prego chel [16] te piaza de lassa andare lo meo spoxo . e que tal fagio. Fa kel no moria ke se tu fé kel scampa al ta sana ominca infirraita de caxa toa. No fo may medego cotanto perfeto a sanar ^ascuna persona . uo tu kel moyra senz remissione. Lu no de morire 35 kel no a fato 1 iraperque . mi si et imperzo uize mi [lu] fa mori mi che sonto grande peccaor mi sonto degno de morte cento fiada. linde te prego
^ Va da questo asterisco a quello che è sul principio della seguente pa- gina, lo squarcio pubblicato dal Monti; cfr. p. 2.
6 Salvioni,
Ice tu lassi scampar lu e tor mi a cruxificar e a dexorarc ke no [ne] son bene degno . e lassa scampare lo meo spoxo . e lo meo amor. No stan per le toe parole ma lo mcneno con grande dexnor dcna[n]ze a cayfax. [17] E tu pianze amaramente uedando lo menare per quella maynera . e che tu no 5 e posuo uiar ne scampar lo to segnor. Gorre poso e ncdere cayfax * confor- toso e ateo de la presa . e uà incontra la soa famelia. di[18]gando mo i no fagio bene . ben uegne fangi. E pò dixe a cristo o criste tu sere pur lo male ariuado . che te darò pur la mala pascua. E unde son li toy apostoli . e onde son li toi miraculi. Unde son li toi amixi. Mo e tu unde e uolio . ne 10 te partire quando tu uorre. Ueni testimoni falsi e cayfax dixe. E te scon- zuro da padre [parte] de deo omnipoteute che tu me dige se tu e criste fi- liolo de deo uiuo e benedegio. Respose criste al uescho . se tei digo tu noi credere . ni me lassare scampare perzo che tu m e zurao per la nome de deo. E te digo ke son flliolo de deo omuipotente . e se me uedere ue- 15 nire a zudigare li uiui e li morti . de mi fa zo che tu uo . e sonto deo ueraxe . uenudo a saluare li peccatori. Oiando lo uesco el fende le ue[19]- stimente digando con criore. Blasfemauit . i uo ouido segnori zo kel dixe . que uen pare . tugi clamano alta uoxe el e degno de morte dolorosa . se- gondo la leze de moyses. lUora se leuano in contra lu gè dan per la boca 20 quando [quanto] eli pon . 1 altro per li ogij . altri per la testa . altri per le spalle . zascaun s e satio de darge segondo ke 1 aueueno desidrao. 0 a- nima sancta quente strepito e rumor e questo che tu sinti e ui che fi fagio su la persona del to amor. Qui pò tu pianze suspirare con lo to spoxo . fi metuo in la prexone in fondo. Uà tosto spoxa e fate sera dentro . e sede 25 a prono de lu consolando e digando. 0 padre meo . o segnor meo . o spe- ranza mia que e tu portao [20] per mi. 0 belleza senza raesura . come e tu deturbata. 0 alegreza deli angeli come e tu abassada. 0 faza più bella kal sole corno e tu spudazada. Lì ogij più belli ka zafiri come in-li infiadi. 0 spoxo meo tu m e tropo tosto cambiao. Tu e tanto i[n]riado che poco de 30 men che no ta cognosco. 0 creator meo que te dibie far a ti che tu le e tanto e fagio e portao per mi. In hora matuUna . parla criste a l anima. Responde criste. 0 spoxa mia dolze compagnessa mia fin che nasci e sena che era nao per mori per li peccatori . e sempre ei-o abiudo questa pena e questo tormento denanze a li ogij mei . e tanto femore u o abiudo e pa- 33 gura che mai no fu ueduo ridere . pianze si . no mai rire. Ei-o [21] quasi treatatri anni e de grande dolore che ho abiudo de la mia passion el pare che nbia ben zinquanta . e pairo uegio pur pensando questo dolor che porto. E tanto e amo li peccatori che per loro do la mia ulta . e do la mia eda florida . do la mia sustantia do lo meo iugenio . do la mia uolunta a portar 40 e sustenire omincha pena . omincha dolore omincha angoxa per redemer li peccatori. Me uolio domenfegare lo dolor de la mia madre dolze. Me uolio
Antichi testi lombardi. 7
domentegare lo honor del mondo e li mei apostoli . e tuto lo mondo sola- mente per saluare lo mondo. 0 dolze mia spoxa que t o e possuo far ke no t abia fagio. Oyudo lo to segnor responde e se di tu se dixe la uerita che tu e fagio tropo e tanto [22] che n o confusion . portata tanta uergonza per una stercora marza . per uno uasello de puza . adonclia amaramente 5 suspira e pianze . e crida digando. Segnor dolze per que di tu porta cotanta angoxa . tu no pechesi may . donde tu no di fi punido. Mi si 0 peccao omicha die . omicha nocte . donde mi son degno de mori e de li crucificao. E me sonto ornado de uestimente belle . e tu fi despoliado. Emo lauado la faza e tu fi spuazado. Ei-o dicto male de la mia boca . e la toa boca fi 10 batuda. Eio dormo in lo bon lecto . e tu in la prexone si e ligao. Ei-o cercao honor e tu sia cossi despresiao. Eio 0 cercao ben da mangar [mangiar] e ben da beuere . e tu de felle et aseo sie abeuerao. Unde te prego che tu me lassi [23] mori ke ne son ben degna . esse tu no uu ke moria per ti lassarne mori contego insema che senta le to angoxe più forte cha ti. Or 15 domanda perdonanza de li toi peccai pianzando . lomentando te e suspirando. El dolze segnor omicha peccao te perdonara. Ode criste digando. Golumba mia spoxa mia dolze. Uà tosto alla [allo] albergo de la mia madre esse narra la conditione mia come sto. Esse la consora quanto tu porre e male la porre consola. La spoxa corre e fo alla porta de lo cenaculo e busta angososa- 20 mente con grande remore. Como l anima narra ala nergene de lo so fiUo. [24] La uergene maria aurite la porta e quando ella ulte la spoxa tuta stremi. Lo core gè pica e dixe ben si tu uenuda filia mia . quente none me se tu di . tu m e fata tuta stremi . a odi picar cossi anxiamente. [2S] Respoxe. 0 madre del meo spoxo . madre de yhesu criste . e u 0 portao 25 rea nouella e amara . corno dixe la uergene maria . und e lo meo caro litio e-lo san. Und eio anco predicare questa sancta pasca. Und al dormio questa nocte . filia mia tu ra e fata tuta stremi . no pianze di quello ke tu uo anche dime tute cosse. Respoxe la spoxa. 0 madre mia e sonto ben grama de questa imbaxada ke uè debio fa el me 1 a cometuo e pregao . e possa 30 kel gè piaxe e che-Ilo iiori e uel diro. Lo nostro fiolo benedeto beri da sira si fo traido da inda so spendor per dane che l a abiiido . e fo ligao e menao a casa de anna , con maior uergonza e deresione e uilania che mai fosse menao nesun peccator. Inlo fo uituperao [26] desorrao spuzao [spuazao]. ha negro li soi ogij belli . la faza infiada de le pugnade . li dinti sanguanai 35 delle percussione. Madona mia . madre mia el no pare quello . uu no 1 i a cognosce tanto elio disflgnrao. Come criste fi menao a cai/fax. [27]. Po fo menao a caxa de cayfax e inlo sì g e fagio pezo. Madre mia el pare Icuroxo . tuto sangnanento . tuto mal conzo. E rao elio in la prexon in- bogao e ligao com uno ladro. Madona mia mi no 1 0 abandonao . ni lo 10 uolio abandona cossi comò a[n] fagio li soi apostoli . ese mandao a uu a di
8 Salvioiii,
che domau da niatin el de fi morto. Uè uoraiie uede iuaiize che) morisse. Unde se uu lo uori uede da matin sie apparegiada cou quella compagnia che gè piaxe. Quando la uergene odi questa nona tu pò pensa se 1 aue do- lore . caze quasi morta in terra tute le interiore se reuerson in lo corpo . 5 perde la loquella . la memoria li [lo] intelleto zoe la fauella e steua corno morta in terra. La magdaleua comenza [28] a suspirare e cridare alta uoxe. 0 maystro meo que oie dir de ti speranza mia onde e tu , per certo tu e a re oste albregao. Te uedere inanze che tu mori. Te porto [potrò] eio parla in qual parte sere ta cruciticao . me lassara li zudei che te parla uno poco
10 inanze che tu mori. 0 deo padre omnipoente . e tu deo e lasse tu mori lo to tiolo a cotal morte. Dame gratia chel ueza che gè parla inanze la morte. E que ha l'agio lo meo maystro : chel de porta tanto tormento in questo doloroso mondo. La madre sta in terra strangossa in cosso [scosso] de la magdaleua . e-lle altre marie son in cercbo a fregar le man suspirando
15 e digando. Ho deo que e questo che ne ti dito del uosti'o hou maystro. La madre no pò parla e le altre doue [29] tuta nocte no fen oltro che piauze e suspirare. 0 spoxa retorna a la prexone e no abandona lo to caro amore yhesLi criste che sta in tanta aflictione e narra zo che tu e fagio a criste E comò la madre sta in tanta afflictio[n] e sta strangoxata oiando tal
20 imbasata. Or ha yhesu criste dobio dolore quello de la madre el so. Parla criste e dixe. 0 spoxa mia fedelle dorme uu poco e mi se to im paxe guarda , che per mi tu e molto afadigada in questa nocte. Mi no poreue dormi che tantor eyo e più naspeto che no poreue dormi. E poy t o do- manda quando e firo meuao a crucitìcare in lo monte de caluaria a grande
25 torto e pecao senza raxon. Dixe criste. [30] 0 spoxa dilccta leua suxo che li familij de cayfax s armano con grande furore e uenano ala prexon con grande remo digando. Und e tu yhesu criste. Ueni ueni che nu te uore[31]mo a prona se tu e deo come tu e dito. Or pensa corno el poeua sta cossi nizao tuta nocte no eua dormio negota. Comenza a trema comò una folla . lo
30 meuo[n] ancora denauze a cayfax ligao comò un ladro. Deo omnipoente da chi fi tu examinao . da chi fi tu accusao da du ribaldi zugau da day. Da chi fi tu zudigao. Renouaueno iuiurie e uilanie . e pò cosi ligao lo man- dano a pillato cosi nizao. 0 spoxa corre ala mia madre e dige a-lle e tuti che ben me uoreuo zo eh e determinao de fa de mi. In ìiora prima. [32]
35 Or sta criste nizao li ogij mascarai . la boca e la faza tuto spuazao . e in- tìado denauze a pillato. La madre se leua con le altre marie e si dixe ala spoxa. 0 fìlia mia dime melior [33] none ke no me fissi heri da sira . qu e fagio da lo meo caro amore to spoxo e-llo scampao. Respoxe a . . a . . a . . madre mia dolze no e miga scampao . Ma g an fagio pezo che de-
40 nanze . e mo 1 an meuao a caxa de pillato a fa morire. E si may uu lo uori uedere lo nostro filio uegni in contanente. Inlora quela dolorosa
Antichi testi lombardi. 9
madre cria un crio uua uoxe cotanto amara . ke zascauu che 1 odi comea- zauo a piauze fortemente. E perzo che la no se poeua de dolore sostenire per man de mese san zoaune e de la magdalena eia fiua adiunada . e ue- niando disseua per la uia. 0 filio meo. 0 speranza mia. 0 anima mia. 0 conforto meo te uedero mai inanze ciie tu tizi morto. 0 filio meo chi t a 5 uenduo chi t a tradio . chi t a in balia 0 anima [84] mia. Unde e tu ale- greza mia . quando te porro uede core del corpo meo. 0 terra no m asconde la mia ulta . lasseme uede lo meo desiderio . ke senza lui no poreue uiue. 0 trista la ulta mia que debie f a . 0 . dolorosa 1 anima mia onde debie mo anda. E zascun che la odiua un che la uedeuauo plorare, più pianze- 10 ueno lo dolore de la madre cha del tìlio yhesu criste. No era peccaor che ogisse che consego no pianzesse . zascauu se prouocaua a pianze. E crezo che lengua no poraue di . ni la mane porraue scribere lo dolore che por- tana questa orphana madre. El pariua che 1 anima e 1 corpo se conuertisse in lagreme e cossi peruene. Unde era lo so dolze tìlio. Flanctus. [33] Quando 15 elio uite cossi squarsao . cossi intìado . negro e spuazado eridando eia disse. 0 filio meo dolze più cha melle . que e questo che uezo eh e fagio de la toa pecsona [36] bella. E chi t a ligao tu no offendissi mai a persona. 0 filio meo che e tu fagio a queste persone . e a questa zente maledeta . ehi t a sanguata eossi la faza che la no pare quella . chi t a battuo cossi dura 20 mente. No t an mìa alagiado ni in lo so neutre portao . ni nudrigao coloro che t an eossi desfagio. 0 filio meo chi me de mo consolar a chi me lassi tu in guarda. Tu me scuxeui filio . tu me scuxeni spoxo . tu me scuxeui padre . tu me scuxeui tuto. Tu eri lo meo conselio . tu eri lo meo solatio tu eri tute cosse. A chi debie mo anda . a ehi me debie mo torna. 0 filio meo tu sivi ben 05 tute cosse . perque t e tu lassao auilla cotanto . e desprexia per li pecca- turi. Lame[n]tamento de la uergene, [37] E chi me dira da mo indre lo to filio uà su per lo juare . a coma[n]dao anco a li uenti. Lo to filio a con- uertio 1 aqua in nino . a resuscitao li morti . sanao li leprosi . illuminao [38] li cegi. Ista no me fira più annunziao questa alegreza. E queste alegreze 30 me son conuertì in grande grameza. Digando zo la madre e torzandose . criste alza la uoxe a deo padre e dixe suspirando. Oration de yhcsu criste. [39] 0 deo padre omnipoente el pare che m abie abandonao . zaschaun pensa che no sia to fiolo uedando la penna che tu me lassi porta e che debio anchora porta. No uedi uo lo uetuperio e lo desuor che me fi fato . che expecto la uergonza de la 35 croxe . zascun fa beffe de mi . e de le iuiurie e falsi testimoni] che ma acusauo. Mi no uolio parla se no a ti che no m abandoni. 0 deo padre onde eri tu quando e fu prexo ligao batuo e desorao più ka homo che mai fosse . ni sera mai in questo mondo. Ampo deo padre e te prego che tu gè perdoni che li no san quello ke se fazano . e pò questa pena e uolio portare per aguadegua li 40 peccatori] [-ri] perdui. Tu spoxa dorme se tu uo. licspoxc la spoxa. A scgnor
10 Salvioiii,
[40] come porrciie dormi a odi lo suspiro de la mia madre . corno debie dormi a uege tuta la mia speranza cotanto araazao de aniroxa e de ama- ritudene de core. Se uoresse dormi tu me deuisse desuegia corno tu desue- gisse san petro chi donnina. [41] Qui pò tu uede comò criste fo apresentao 5 a pillato . e conio sta im pe la coliimpna del mondo . e fi accusao chel scia [scia?] morto. La madre gè uosse intra in caxa poxo lo filio No fa lassaa dal portane. Or sta de fora la madre dolorosa expectando ke la possa parla. Un almen che la lo possa uede. Tu spoxa intra in caxa e guarda tuto quello ke se fa co[n]tra criste saluator de mondo. El acusao kel contradixe a ces- io sarò imperator. Chel se fa re de li zudei . chel se fa filio de deo che tato lo mondo fin de galilea a conuertio molte zente. Pillato uedando che per inuidia 1 acusauano lo uosse scampa . etiam per la uision de la dona de pillato che la eua abiado la nocte perzo lo uoreua scampa. E per una scuxa lo mando [42] ad hcrodex eh era uegnuo a la festa de pascha. Or fi menao
15 yhesu criste con grande romor. La madre guarda che lo possa uege un parla . no g e remission zascun crida moria lo ladro moria 1 inimigo no- stro . moria lo gioton . Como cristo parla ali zudei. [43] Ilora criste parla alo pouoro de li zudei. 0 pouero meo que t o e fagio per que tu eri che moria. E te mene de la seruitudene de faraon . e tu m e ligao qui senza
?o caxon . e te illuminaua de nocte . e de di te refrcgaua [refregiaua] . e tu tuta nocte in obscurita e in dolore tu m e tenuo anxiao. E te passi qua- ranta anni in lo deserto de omnina delitie . e tu m e aparegao [aparegiao] felle e aseo. E flagelle faraon per ti . e tu m e flagella mi. E t o sempre seruio e honorao e tu m e più desprexiao che mai fosse nesun tristo e cat-
25 iuo. 0 deo padre aida me de man da herodex und e fizo menao con tanto remor. E de man de pillato tractor [traitor] perzo kell-a ben achomenzao ma all-a mal compio zascun se fa beffe de mi e derision. [44] 0 madre mia perque m e tu inzcnerao a porta tanta uergonza e despiase . tuto lo mondo e centra mi e nesun parla per mi. Come al /? menao a herodex. [45] El
30 presentao a hererodex [re herodex] e ueda[n]dolo cosi infìado e sanguaneuto, nizao scarpao li capilli e la faza spuazada e chel fiaa duramente acasonao. Lo domanda de alcune cosse. Uoiiandu chel faza alcun miraculo. No re- spondeua a herodex negota . perque no respox elio . a herodex . che 1 au- raue scampao de la morte . e . alora no era tempo de scampare ma de
35 morire perzo chel piaxeua a deo padre. Etiamde herodes no era degno de odirlo parla . e uedando chel no respondeua penso questo e un mato . e segondo le usanze de li mati lo fen despresia e bate . azonze delo ferro ala caza . dolore soura dolore . e pò lo mando a pillato digando chel no se irapaga chel ne fesse quello chel uoreua. Como criste fi menao jìer la cita
40 dc.rprexiadamente [46] a pillato. 0 spoxa amada guarda con quanta uer- go[n]za el fina menao per la cita. Un gè tra prede. El oltro gè tra baston .
Antichi testi lombardi. 11
oltri spua e pantan e dere[47]xion . e eoa la faza uà inginao e no dixe ne- gota. 0 spoxa irate a pc de Ja madre e ascolta quelo chela dixe . che co- luro ke choloro che la odiueno gè passaua lo core de compassion . e dixeua la madre. 0 fìlio me dolce per que fi tu cossi desprexiao. Tu e sanao co- storo e li so filio e guarido esse te dan cotal pagamento . perque fi spuzao 5 [spuazao] la toa amantissima e gratiosa faza . fìlio meo questa e soza ias- siua da laua la faza toa bella. Per que fi tu tanto desprexiado etiarade da li fantin. 0 uu madre refreue li nostri fìlio abie compassion a questa pouera pelegriua e forestera. Pur 1 oltre di che [ghe] ziui incontra con rame de oline laudando lu e cantando. Benedeto sia costu che uene e fi raandao da io deo padre [48] nostro segnor . e mo lo desprexiano cossi e co[n] tanfo roraor el no a miga caxon de fa questo imperzo ke pianzeua questa e grande com- pasion. E a uede pianze questa dona cossi amaramente e cossi angossosa- mente. 0 fìlio me bello per li peccaor tu fussi bandezao e metuo in confine sete anni tu e sostenuo nudila . fregio fame sede . persecution . uelanie 15 senza nomerò . e ancora no e satio de porta pena per nu e uo per nu mori. E cossi suspirando e pianzando peruene yhesu criste a caxa de pillato. La madre uosse intra in caxa lo portane no lasso. Ad terHain. [49] Or sta donclia a pe dela pianctorenta madre e dige. 0 madona mia. 0 alegreza mia tome a caxa azo che uu no fìze morta con lo nostro filio e che perdamo la luxe 20 no solamente [30] del sole ma etiarade de la luna. Se uu ste qui madre mia el uè faran desnor madre mia e uelania. Donde ell-e per lo melio che uu ande a caxa con queste done che son qui a compagnaue. Respoxe la madre tu dixe de bon amor fìlia mia quelo che tu dixe. Ma sapij ben che no me poreue parti da cholui che amo più che mi instessa . cha lei anima 25 che porto in del corpo meo . ell-e la mia ulta. Or fosselo nero che fisse morta sego insema . questo e quello che desidero e che certo [cerco]. 0 fìlia mia uà di a pillato chel me faza mori mi inanz cha lo meo filio ke sei more lu inanze e morirò uedando la morire. 0 se[g]nur zudei uu no per- done al filio meo . no perdone etiamde ala trista madre toy me tosto la [31] 30 uita azo che no ueda la mia ulta a peaare. 0 deo padre omnipoeute feme questa gratia uu . che me done le meo filio san e saluo . on che un me lasse sego insema morire . perzo che senza lu no poreue uiue . e digando queste parole con tanto sgiexo pertusaua lo core de quanti la odiua . za- scaun che la uedeua . on che la odiua pianze dexeuano . per certo questa 35 dona a mori ancho de grameza e de dolor. Dixeua alcun oitri tu dixi nero per certo ella consuma inanze che lo filio . e 0 ben ueduo jnadre ase pianze la morte de filio . e de mario . e padre e fradilli . mi no uili may pianze cossi dolorosa mente . el pare che lo corpo cou lo spirito se dcbia conuerti in lagreme. Tute le membro de [32] questa doua orfana pariueno che pianzes- 40 seno. E zascun eua compassione più a le cha al so filio yhesu criste. Fo
12 Salvioni,
alcun che disse al serauc l)on che questa donna fisse mcnada in qualche cha azo che la no moria ucdando lo filio a penare. Ma no se uosse parti da inlo fin chat no io inandado fora da caxa de pillato. Tu spoxa prega Io portane che te lassa intra in caxa e uedere yhesu criste inanze da pillato 5 con grande uergouza. E quamuix de que pillato sauesse che criste no era degnao de morte anpo per tenior mondana el lasso baraban ladro e criste comando che fisse flagellao . cossi era usanza de li romani . che colu che deuiua fi crucificao impruraeramente inanze fiua flagellao. 0 pil[53]lato de chi e tu pagura , la mosca te fa maior pagura ka lo throne , e tu pagura
IO d uno homo terreno più cha de deo creatore segnore de tute creature. Quando criste fo despoliao haue grande uergonza che quella carne uergene fo descoperta al mondo . che may fo uedua seno alora. Or ne . comò forte el fo ligao e più fortente el fiua flagellao. Le rene ghe pioueueuo sangue incerco incerco . la terra se sanguanaua. Lo corpo roto si infiaua . dal
15 cho fin in til pei fo roto e scauezao. Cinque milia cinque cento scuriade che [ghe] fo dao in quella domauada per disnarello in caxa delo biastemao pillato. El n aliena ben abiudo dele oltre in caxa de ana e de cayfax la note pasada. [34] 0 carne sanctissima corno poeua esse nizada . negra e mascarada. Illora criste alza la soa uoxe tremando e dixe. Or deo padre
20 glorioso que [5S] me lassi tu fa a quisti peccaor . da tuti e sonto aban- donao . e corno lion afamai illi criano contra mi , e ancora no son satij de fame apena. Lo spinao m an roto che no me posso driza a questa columpna . asse posso guarda . asse posso suspira che no trono chi m abia compassion. Tu spoxa uà de fora poxo la compasion de lo to segnon [se-
25 gnor] e uedere la madre de fora pianzando e mi ogiande la uoxe de criste dixe. In hora de tertia parla la uergene. [S6] 0 spoxa filia mia lo me core passa de dolore dime nero . e quella la uoxe che trema cossi forte angossosa del meo dolze filio. 0 filia mia dime-Ilo se-ll-e quella. Responde la spo[o7]xa. Madona mia madre mia si e ben quella la soa trista uoxe . perzo
30 chel fi tanto tormentao el tra quello doloroso crio. Dixe la madre. Ho spoxa de la mia alegreza cerca mo se tu me pò fa anda dentro da la porta a nedc lo meo filio inanze chel sia consumao e morto. 0 ladron zudei uu lo fari ben mori inanze chel ueda ni che gè parla. Coni criste fi flagellao. [58] Tu spoxa prega lo portane digando. 0 piazate de fa una grafia a questa
35 dona pouera peicgrina de lassara anda dentro da questa porta . che questo segnor che fi batuo si e so filio esse lo uoraue ueder inanze kel [o9] fiza sententiao. E si gè di e te promcto se 1u gè auri la porta eia t a auri la porta delo sancto paradixo . ke questa dona che te pare cossi pouera pele- grina si a le giaue de lo paradixo. [60] lUora intra dentro la madre. San
40 zoane euangelista e la maldarena e u edando criste cossi tormentao cossi squarzao dele scuriate e la carne smenuzada ala columpna ella dixe. 0
Antichi testi lombardi. 13
ilolze ine filio, 0 dolze anima mia. 0 dolze uita e spera[n]za mia . no me credeua miga che tu fussi cossi desfagio comò e uezo. 0 tilio meo caro comò tu m e cambiao tosto inanze. E chi t a cossi forte ligao e batuo . queste legame no son someliaute a quilli che te fassaua quando tu eri pizini[n]. Tu fussi ligao heri da sira in 1 orto. Possa fussi ligao in caxa de anna . 5 possa In caxa da cayfax . possa in la prexon. Ista e ligao pezo che sia an- cora fagio. E ancora tu uo fi ligao su la croxe. Lamento de la uergene. [61] 0 anima mia e te prego che tu no abij tanta compassion d oltru che tu uogli abandona mi trista madre . que debie fa speranza mia se tu [62] me abandoni a chi me debie pò torna. 0 maldarena sero mia chi me de mo io più consola. La mia anima me fi tolegia . la mia uita se more . la mia spe- ranza se profunda. 0 segnuri uu uori fa mori lo dolze me tllio fé mori sego la madre. Uu no uori perdona a lu do no perdone ni ancha mi. 0 filio meo caro no me distu qualche cossa . no parli tu ala toa madre . criste no re- spondeua che lo core de la uergene maria seraue delenguao. Zaschun che 15 la uedeua . che la odiua pianzeua consego insema digando loro . questa dona cazera morta de dolore in contanente. Com el fi incoronao de spine. [63] Qui no se pò fa oltro seno pianze . con la madre . e con lo filio . e to del so sangue e rubricare 1 anima e lauarte in quella fontana uiua. Stando cossi tu odire [64] uenire la zente a desligarlo . e uestirlo de una uestimenta 20 rosa con un bastone in man. E una corona de spine in testa infica iin alo celebro con tuta conuerta de sangue la faza . e la barba e li capilli sonar la rengo e criste innocente fi coudempnao ala morte sodissima de la croxe . con du ladrone corno s el fosse uno ladro da fi apicao per Ja gora che auesse robao e scakao e morto luto lo mondo. Como e data la sententia. [60] 0 25 deo padre unde e tu ascoxo que lassi tu far al to filio carissimo . que la- sare tu far a mi trista catiua piena de tanti peccai chel pare a zascun che tu 1 abij abandonao [66]. ^ascun criaua tolle tolie moria moria lo ladro sia tosto crucificao . oltrì gè da masselae digando. 0 criste tu e un grande profeta . profetiza chi e quello che t a dao questa squanzaua [sguanzaua] 30 e cossi fen un grande tempo . che no sen poreueno satiare de dage cossi netamente. 0 terra maledeta comò pò tu sostenire quilli peccaor che tanto an franzelao . despresiao e uergonzao lo to creator . lo to segnor. 0 angeli e donzeli quente amor porte uo al nostro segnor . si uo contenti de questo dolore che porta lo nostro creator . perzo chel piaxe allo padre nostro deo 35 e segnore . tute le creatore [creature] seraueno contro li peccaturi. 0 madre senza fiado e senza spirito chi poraue dire ni [67] scribere lo to dolore ni la toa pena. La madre dixe ne pò dire ni pò parla ni pò taxe. 0 dolze meo filio li no oifendisse mai a nessun e a ti fi offenduo da tuti. Mo de pugne . mo de spua. Mo de huraicha deresion se tu fussi de ferro tu de- 40 uissi esse roto e speza tutu. E me do marauelia comò tu pò tanto porta.
14 Salvioni,
Tuta nocle tu no e dorniio . ni heri ni ancho tu no e maugiao . e tu e tanto debile e catiuo che tu no e tuto desfagio. E ino fi lucnao alo maior tormento de la croxe. Ad sestam. 0 apostolo de criste chi deuera consola la dolorosa madre. 0 tilio quente trauo e cossi crosso [grosso] e tu in 5 spalla. Tuto lo feua de rene perzo che le spale e le rene erano rote da le scuriade. [68J La zente secoreuano . diuano [odiuano] la madre pian- zando . e consego pianzeueno. 0 iìlio . hlio iìlio lassami il cruciticada per ti . un fa che moria inanze che ti che no te ueda mori ti. 0 creator o se- gnor que debie fa che la mia ulta me fi toleta . la mia anima me fi inuo-
10 rada . la mia luxe me fi asmorsada. 0 trista. 0 trista . trista unde debie più anda. Unde debie più sta . que debie fa . la maio alegreza che poreue aue seraue che moi'isse. Planze la madre. 0 filio . lilio filio meo no me abandona. Respoxe criste. 0 maria madre e dolorosa pezo me fa de ti cha de mi . più me torze lo to dolore cha del meo. Mo certamente ere in deo
15 padre e in mi che domenega ho rescuscita glorifi[69]cao esse n auri grande conforto e alegreza. Como criste fa menao ala itistitia. Or lì menao fora da la porta alo logo de la iustitia. E ogiando criste lo pianzio de le done che [70] zeueno posso la zente se uolze digando. 0 done no pianzi soura mi lo meo dolor. Ma pianzi soura uu e soura li nostri fìlio che me fan
20 mori a questa morte a torto e a peccao . fon . a monte de caluaria. 0 spoxa qui ta strenze e ne comò la uestimenta gè fo strepada de dosso la se teueua con la carne rota tuto lo corpo incrostao comenza a pione sangue. Le osse poreueno ti anomerade. Ancora gè den bene felle e asedo azo che più tosto el morisse. Fo destexo sur la croxe e ingodao [iugiodao] e suxo
25 leuado. Le man rote . li pei squarzai. La testa inspiuada tuto lo corpo pio- ueua sangue . qual marauelia che tute le uene del corpo erano rote donde lo sangue ensiua. Ad sestam . come el e in croxe. [71] Or mo sta crucificao lo nostro segno yhesu criste de mezo de du ladron. Per lo corpo che pe- xaua le mane se rompano più. La testa tor[72]zeua mo in una parte mo in
so una oltra . no troua logo kel se possa un pocho repossa. 0 deo padre e questo lo to fìlio che pende sur la croxe. E questo quello iìlio tanto amao da lo padre con tanto dilecto. Ueraxraente no pare miga kel sia amado mare [pare] cliel te sia in desgratia. T al fagio cossa che te despiaza che tanta angossa al porta . etiamde crio credando quello che pare a mi digando.
35 Deo deo meo padre meo m e tu abandonao. Segnor no odi tu quante beffe e squergue [sguergue] el fan al to caro filio. Or spoxa to una scara e uà suxo la croxe e odi quello che te dixe yhesu criste. 0 spoxa fedelle pensa se tu pò pensa e comprende quanti [quanto] e lo meo dolor che porto per ti e [73] per tuli li oltri peccaor. Bixe criste a l anima. 0 filia mia te digo nero
40 e 0 fato tuto quanto e o sapindo e possudo fa per saluar ti e li oltri peccaor. Lo meo sangue ho dato im prexio de trenta dane . le spalle ali fanti che
Anticlii testi lombardi. 15
m au cossi guastao comò tu pò uedere. Ali zugaur da day la uestimeuta che me de la mia madre. Lo sudor delo sangue ali infirmi. Lo lado aperto a amar zascun e pregar per coUor che m an cossi couzio. L anima a lo limbo . la ulta a li morti. La madre alo discipulo . a simon la croxe . tuto me son dao a sanare li peccaor. Allora la spoxa pianzando to de lo sangue a e te lana digando. Una gota de questo sangue [74] si e suffitiente a pur- gare 1 anima da ominca peccao . e questa confession t a laua tuta da li toi peccai e di. Com criste a amado l anima spoxa soa. Reminiscens beati sanguinis quem profundit amator hominis fonde lacrimas. Hec est locus in- gratitudinis , nisi torrens tante dulcedinis. Atlingit anima, yhesu dulcis cur io tanta pateris . cum peccati uihil commiseris. Flos innocentie. Eo latro tu cruce moreris . ego reus tu pena plecteris. Nostre nequitie. Pro re uilli cur tantum pretium . quid lacrimas per hoc supplitium. Uiuis in gloria. Ante fecit amor sic obrium . nec penam crucis non putes. Obprobrium amoris gratta.^ [73] 0 segnor raxon se uore che chi pecca sia punido. Mi o peccao e in perzo 15 e debio porta pena . donde e te prego che tu me die le to piage che le porta per to amor . e perzo l anima spoxa de yhesu criste. Esse n o la purità de la toa madre che senza quello gladio in lo meo core corno ella sen- tina. E che 0 li peccai de lo ladro che te domando penitentia. E se no sonto tempio che fenda de dolor e sonto sepultura de humincha peccao e de desnor, 50 Ko son sole che me debia obscura . ma inferno che tu uo spolia. E se no son san tliomaxe che te meta la man in lo costao . e sonto peccatrix corno la malda[76]rena a chi fo per ti yhesu criste perdonao. 0 segnor meo no te domando honore . ma te domando lo to dolore. No te domando le delltie del mondo ni le to richeze. Ma e te domando per misericordia le to angoxe 25 e le to dolore. Inanze uolio esse sur la croxe ingioado di e nocte . cha com peti'o . iacomo zohanne esse tego a uederte in la .montagna tranfìgurao. 0 speranza da me questa toa grameza . qualche cossa lassa lo spoxo ala spoxa. lo padre alo Alio . no te domando oltro se uo che tu me dai le to piage e lo to dolore . azo che sempre sia crucificao ingiouado tego insema. Odi che 30 te responde lo to amor. Bixe criste a l anima. 0 spoxa mia columba mia se tu [77] desidre de esse cruciiìcada continuamente e t 0 abraza comò e abrazao la croxe. Se tu desidri de infregiate e t 0 scalda del meo amor. Se tu uo laua la mia faza cosi spuaza . e t 0 baxa con la mia boca in segno de paxe. Se tu uo porta le me piage che tu domandi e t 0 dotare 35 in meo lilio. Se tu desidri de porta pena e grameza e t 0 impi de humicha
1 Infine d'ognuno dei precedenti versetti, si viene a capo; e negli spazj che così restan liberi, si leggono le seguenti parole: pero che l a spanduo. Lo so sangue preiioso per li miseri peccaduri.
16 Salvioni,
honor e alegreza. Se tu pianzi de omicha peccao . e t o absolue. Se tu no esse n\cg;o des|)[r]exiao . e te faro honorare da li angeli de ulta eterna. Se tu desidri bene felle e aseo e te faro inebria de lo nino de paradixo. Se tu uo portar tego la mia croxe e o habitare in mezo del to core. Se tu no esse
5 coronada de spine e t o incoronar de gloria et [78] honor perpetuo. Se tu uo ruminar e pensar de la mìa passion e pena . e t o tranforraa in mi. Com el dixe a l anima ha la togla la croxe e seguir lu. Adoncha to la croxe seguerni . corno fa questo ladro che no guarda . ni angonza ni a despiaxe che me sia dicto ni facto ma con speranza pianze li soi peccai . e expecta
10 la morte donde el sera mego im paradixo ancho. E cossi faro fare a ti spoxa mia se tu no me abandoni sur la croxe. Dicto zo. 0 de criste crida ad dee padre. 0 deo padre e segnor in le to man e me meto e que i uo padre glorioso pensao de fa de mi. Fé zo che uè pare tuto son ala nostra obedientia in luto. E ho criao e de di e de nocte e sonto infregia [7 9]to no e che me daga un poco
15 d aqua da bene e da lauarme la faza e la boca conuerta da scarculi. E o domandao da bene el m a dao felle e aseo questa e rea beuanda e amara. Zascun cria zascun me blasfema. U» prego padre meo gè [che] un gè per- done che! no san quello chel se fazauo . e che in le nostre benedete man uu receue lo spirito meo. Lo sol se obscura la terra trema . le prede se
20 rompano . lo terremoto e grande per tuto lo mondo . tute le creature an compassione al so creatore seno li zudei che seran ben pagai de le so oui*e tosto. In liora de uesporo. [80] Or quando tu uedere chel e morto desmonta zo e uà und e la madre straugosada facta quaxe morta . quando ella ulte mori la [81] soa uita cara . e iulo pianze lo to spoxo lo to p.idre lo to se-
25 gnor e di seguramente. 0 apostoli . o Cristian . o anime saucte uo fuzi. No a[n]demo a mori con lo nostro segnor. No uedeno la madre quassi abando- nada . e crezo certamente che zascun che la compagna ell-a odi quello che fo dicto a san zohanne euangelista. Questo e lo to fìlio . e questa e la toa madre. Tu uedere che longin pertusa lo costao e insi sangue e aqua .
30 tu di corre a bene de questa beuanda . e sentire tanta dolzeza quanto te uora dare lo to amor yhesu criste. E allora tu anima sancta l'rega deo per quello peccaor che ha ordinao questo libreto in questo passo prega per lui. To la scalla e ascende suxo alo lado aperto chel gè pa[8^]riua lo core e di. Questa oratione de dire l anima al segnor in croxe. Pie pel-
35 licane domine jesu criste. Me infirmum sana tuo sanguine. Cuius una stilla saluum facere potest. Totum mundum ab orani scelere. Plagas tuas quasi Thomas intueor. Te uerum deum et hominem confìteoi'. Ambo nere cre- dens et confi teus Peto quod petiit latro penitens Como l anima fi ornada del sangue de criste. Et insi orna la toa anima in lo sangue de 1 angelo
40 yhesu criste . e qui seutire tanto de dolzeza e de consolation corno sa co- loro che 1 an proado souenzo. In fiora completorij. [83] La madre ste fin
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Antichi testi lombardi. 17
compieta quasi com morta strangossada in le man de la maldarena e de le altre marie che pianzeueno amaramente e dolorosamente. Ali-ora. de com- pieta [84] uene la compagnia de criste. losopo sancto e nicodemo e meten Tina scala ala croxe. E comenzano a desgioua lo corpo desfagio e desformao. Tu spoxa corre alar quisti segnuri e uà per zascuna piaga digando. Pater noster . et una aue maria et una nenia azonzando. Adoramus te christe et hymnum dicimus tibi quia per crucem luam redemisti mundum jesu fili dauid miserere mei. Tuam crucem adoramus domine . tuam gloriosam reco- limus passionem qui passus es prò nobis miserere nobis . amen. Aida porta lo corpo cruentao suxo lo lecto o uedere la madre lena suxo da terra andar con un lomento che passaua lo core a quanti la uedeua ni odiua . a modo de la leone quando ell-a perduo lo Alio rugiua [85] digando. 0 filio meo. 0 Alio meo. 0 fìlio meo que he questo che uedo de ti. 0 anima mia com tosto tu m e inuorao e no so corno. E queute piage son queste in mezo delle to man. Speranza mia 'guarda la madre andar per tute le piage ha- !•> xando e sanguan la soa faza baxando quella de criste sanguanada. Alla faza dixeua. 0 boca mia infiada e deturbada tu no e possudo aue un poco de aqua da beue e da lauarte la toa faza e la toa sanctissima boca conuerta de tanto desnor. Or beue Alio meo de le lagreme de la toa trista madre. E no te poi da miga d aqua poristu or to de questa da li mei ogij quanto ten piaze. 20 0 cor meo corno e tu cossi fortemente aperto senza colpa. 0 man me [86] com si uo squarzae. 0 testa mia comò e tu pertusada. 0 pei mei comò si un ruti e infiadi. 0 terra piaaze o celo lomentate . o aqua fa la toa que- rimonia contra li zudei de zo eh e facto al uostro creator. 0 apostoli . o Cristian acompagne la madre in questa soa grameza che uè imprometo che 25 color che 1 au acompagna in la soa grameza . ei r an accompagna in la alegreza. Adoncha most[r]e corapassiou a questa .orfana abandonada. Lo tempo passaua e ioseph uoleua sepeli lo corpo e la madre no lassaua di- gando. 0 Joseph amigo meo e te domando una gratia che tu me lassi sta un poco con lo meo iilio e uo 1 o possuo uede ni aue uiuo . almen lasse- ^^ melo uede [87] morto. Respondcua yoscph e-lle oltre done. Madona la note uene uu no ste ben qui uoriuo romagni qui morta aliuen se nu amo perduo lo filio . nu no uorauemo perde la madre. Madona giiarde quello eh e de uostro honor, 0 yoseph perque me uo tu separa da colu che amo più cha tuto lo mondo. Almen se tu uo sepelli lo meo filio . do lasseme lo abraza e 35 strenze un poco lassame to comiado da si oltramente seterra me sego in- sema senza lu no posso uiue. Da 1 una parte yoseph lo couriua e lo legaua da 1 oltra parte la madre lo desugaua con tanto pianzo che no crezo che lengua al mondo no lo poraue pensa ni dire . el pariua che 1 anima con lo corpo se deuesse conuerti in lacreme. [88] Qascuu che la uedeua si pian- Archivio glottol. hai., IX. 2
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18 Salvioni,
zeua . e iiiaior conipassiou euano de le clia de lu che era morto. Criste sepeìlido. Sepelin criste a grande pena fo nienada la madre a caxa. E do- manda [89] la angelo gabriello. 0 donzello tu me dixisse salutando che era piena de gratia . crezo chel no fosse me . ni mai sera madre cotanto de- 5 sgratiada. Tu dixisse che serene benedicta soura tute le done . e son la più biastemada. Tu dixisse che lo me lìtio fructu del me neutre seraue bene- dicto . or quarda [guarda] corno el sta in la sepultura roto e scauezado. L angelo respoxe aregordando le profezie corno el deua mori e resuscita . e cossi digando si fé taxe la dona. Le marie no se incallauo de pianze azo
10 che la dona no consuma pianzando. Tu spoxa uà de fora alla sepultura pianze con la maldelena fin che in forma de ortoran tu lo uedere. Se tu troui angeli che te consola no sta perzo de pianze fin che [90] yhesu criste uedere glorioso e resuscitao. Gorre ala madi-e e di. Madona mia alegreue che so di per certo che yhesu criste e resuscitao più bello e più lucente
15 che mai lo uedesse. E digande zo criste uene digando. Pax uobis. E consola li sol apostoli e tuti li oltri. Ma im prima la madre. Or in quisti passi pò sta tanto quanto uu pori. E domanda a criste sopra maystre che te redriza e informa corno el che [gè] piaxe. E quando tu e ben e consolation arecordate de lo tristo peccaor che questo libreto ha componudo per duca tego a sal-
20 uation. Prestante domino nostro Jesu Cristo qui uiuit et regnat in secula seculorum. Amen.
ì
Antichi testi lombardi. 19
[Esposizione del Decalogo,]
[93] Fides slne operibus mortua est . Et sicut corpus sine spiritn mortuum est . Ita fides sine operibus mortua est in semetipsa.
Meser sancto iacob si dixe ke la fé e morta senza 1 cura. Et si comò Io corpo e morto senza lo spirito. Cosi la fé senza 1 oura e morta in si medesma- E cossi corno lo corpo senza spirito e morto e no può auere nesuno deleto 5 carnale. Cossi la fé senza 1 oura e morta e no pò auer nesun deleto spirituale. Et si corno lo corpo quando lo spirito e morto e no pò auer la ulta di questo mundo. Cosi la fé senza 1 opra no pò auer ulta eterna. Et si corno lo corpo senza lo spirito e morto corporalmente. Cosi 1 anima con la fé senza 1 oura e morta spiritualmente. Et quilo si da ad intendere ke in dui modi io uiue 1 anima spi[94]ritualmeute e uaturalme[n]te. Do spiritualmente lo uiue de 1 anima si e a cognoscerc deo dritamente senza erore . e . amarlo feruen- temente senz simulatione. E-llo naturai uiue de 1 anima si e ke deo 1 a creada immortale duncha uiuerala in eterno. E tuti quili ke seran degnai in inferno si au[r]an eterna nita e eternai morte. Eternai ulta ke eter- 15 ualmente illi uiueran per natura. Eternai morte ke li sentiran in merauele e terribele penne. Doncha si e neccesseure cossa de sauere quelle cosse per li que 1 anima possa scliiuare le eternai penne e euenire ala eternai gloria. E queste cosse si e li comandaminti de deo. Cossi comò dixe criste in tello cuangelio ki uore auere ulta eterna si obserua li comandaminti. E li coman- 20 daminti de deo si in dexe . de li que dexe li tri perteueno a deo e li sete perte[95]neno alo proximo. E de quili tri ke perteneno a deo. Lo prume se perten al padre. Lo segondo alo fìlio. Lo terzo allo spiritu sancto. E lo prume comandamento ke perten spiritualmente al padi*e si dixe no dora seno uno deo. Dominimi deum tuurn adorabis et UH solli seruies. Zo si e a dire ke 25 nu demo ere kell-e pur un deo soUo. Lo qua no a abiudo comcnzamento ne no aura fin. Et e posscente e sauio . et e bon et e creator e guberuator de lo ce e de la terra. E de quelle cosse ke se pò uedere e de quelle ke no se pò uedere. Et per questo deo se demo afadigare a cogiiosce e amarlo e delectasse in lu medesmo. E questo comandamento se rompe in cinque 30 modi. Lo prume si e a ere kcl no sia pur uno deo. Lo segondo si e a far di- [96]uixion de la trinità cum zo sie cossa ke lo dixe intro quicumque. Talis pater talis filìus talis spiritus sanctus. Lo terzo si e a da fé a indiuin . ne a preganti . ne . arlie. Lo quarto e a dexidra segnoria sur li homini del mundo senza raxon. Lo cinquene si e seguire la uaritia la qual e radixe di tuti li 35 mali. E in questo comandamento si e uedada la superbia la qua no e oltro
20 Salvioni,
seno a dexidra scgiioria sur li oUri. E qailo si bexognia domandare un don . zoe lo teinore de deo a la qua e ligao una uirtue zoe la pouerta e la humilita . la qual merita una beatitudene zoe lo reguamo del celo . donde dixe crisle in tei uangelio. Beati pauperes spiritu quonlatn ipsorum est
5 regnum celorum. Lo segondo comandamento ke perten spiritalmente alo filio si dixe no prende lo nome de deo in[97]uan. Non assummes nomem dei in- uamim. Zo si e a dire ke nu no demo zura per la nome de deo senza oltrita . doncha quando e oltrita ke nu zuramo possemo ben zurare senza peccao . deo non a uedao corno no possa ben zurare quando e oltrita com zura per
10 lo so nome tanto . lo n a uedao comò dcbia zurare per Io nome de nesuna persona. E quando tu zuri per alcuna creatura e ke tu zuri boxia illora e tu la nome de deo in uan. E in quatro cosse zoe modi se prende lo nome de deo in uan. Lo prume si e a zurare per male usanza e per descorra- mento de parole. Lo segondo si e quando 1 omo si zura da far alcun ben
15 lo qua ben e bon e discreto e tu desprexi lo znramento ke tu no uo fare zo ke tu e zurao. Illora si no pecchel miga quando al zura aze peccha quando el [98] no uore fa zo kell-a zurao. Lo terzo si e quando tu zuri de fa alcun male illora no pecchi tu miga quando tu no fé zo ke tu e zurao . anzi pecchi pur quando tu zuri. Lo quarto si e a ere ke-llo fìlio de
20 deo segondo diuinita sia creatura. E quitto si e da ueder ke quatro si e quelle cosse . ke fa omicha promissione e omicha zuramento fermo Lo prumer si e ke 1 abia suffitiente cognoscimento. Lo segondo kel sia libero. Lo terzo ke quello kell inpromete sia ben e discreto e bello. Lo quarto kel imprometa con 1 anima deliberamente. Lo terzo comandamento ke perten
25 spetialmente allo spirito saucto si dixe. Memento ut diem sabbati sanctifices ^ sex diebus operaberis et faties in eos omnia opera tua . septimo aiifem die sabbati est domini dei tui. Regordeue [99] de sanctificare lo di del sabbato. E da la resurrectione de criste in za si e da fi sanctifìcao lo di de la do- menega. E questo comandamento si dixe tre cosse. La prima si dixe ke nui
30 demo cessa da tugi li peccai. La segonda da tugi li lauor tempore . tolendo fora tri caxi. E prume si e caxone de necessita. Lo segondo e la miseri- cordia. Lo terzo per fuzi alla accidia la qua no e altro seno auer in fastidio le parole de deo. E da un don zo si e la forteza . a la qua e ligao una uirtu zoe auer fame e sede de la iustisia . la qua merita una beatitudine
85 zoe une sauor [fauor] eterno donde dixe criste in tei uangelo. Beati qui exuriunt et sitiunt iustitiam qiioniam ipsi saturabuntur. La terza cossa ke dixe lo comandamento si dixe ke nui se demo adourare in lauori spi- ritue li que [100] si intende in sex modi. Lo prime si e orare. Lo segondo parla de deo on odi parla. Lo terzo aministra li sacraminti de la sancta
40 ecclesia e questo pentene [pertene] ali prcuidi. Lo quarto e a uisitar e a confortare li infirmi . e quitti ke fosseno tributai. Lo cinquen e me pax
Antichi testi lombardi. 21
intre quilli ke fosseno tribolai e in descordia. E lo sexen uisitare li loxi sancti. E in questo comandamento si e uedada la insidia. Lo primer coman- damento de li sete ke perten alo nomen del proximo si dixe. Eonora patrem tuum et matrem tuam ut sis longeims super terram quam dominus deus dahit tibi. Honora lo to padre e la toa madre. E quillo si se intende 1 ono eli-amor ^ d amare lo padre e la madre. Per lo padre e per la madre se si intende omica omo. [101] E donca no e oltro a dire honora lo padre to e la madre toa seno amar lo proximo to si corno ti medexmo. E quatro si e quelle cosse per le que nu demo amar lo proximo. Dilectio dei amor proximi comtemptlo sui et comtemptio sui. La primera cossa dexidra che [ghe] uita eterna si comò a ^^ si . e pregar deo per lu si com per si. Lo segondo si e perdonage tute le iniurie ke auessemo receuude da si . si comò nu uorauemo ke deo perdo- nasse a nu. Lo terzo amaistrarlo in tella leze de deo azo kel sia saluo. Lo quarto soruenillo in tute le necessile sicomo nu uorauemo ke fisse fagio a nui. E in questo comandamento si e uedada la inuidia la quale no e oltro '^ seno auer dolore del ben del proximo. Et in do parte sta 1 amor del pro- ximo. [102] Lo primer si e in zouarge . lo segondo in no noxere. El zoua- uiento ke nu demo da al proximo si a mo dicto in questo prumer coman- damento. Et no nocimento si e deuedao in quisti sex ke segueno comò el dixe in questo no fa omicidio. Non oecides. Non loqiieris contra proximum -^ tuum falsum testimonium. Non concupisces domiim proximi tui . nec desi- derabis uxorem eius Non seruum non ancillam. Non bouem non asiniim nec omnia que in ilUus sunt. Et omicidio se fa per dexe modi. Lo prime si e per odio. Lo segondo per da rea fama. Lo terzo de dage reo conselio alo proximo per lo quale al se parte da le oure de deo. Lo quarto a torge 25 quelle cosse donde al de uiue e omia aitorio per lo qua la soa uita [103] se pò couserua. Lo cinquen si e a no gè da de quelle cosse per li que el possa uiue e omicha aitorio per lo qua lo soa uita se possa conserua. Lo sexeno si e a conselia kel sia morto. Lo seteno si e a dage aitorio kel sia morto. Lo nouen si dixe olzilo con la propria uolunta. Lo dexeno si e ol- "^^ cirlo segondo k e ordenao per la leze de deo. E questo si ap[er]tene pui- alli segnori de terre . e se ilio fan segondo k e ordenao per la leze de deo illi no peccano miga anzi gè meritano. L undexena si e defendendo si segondo k e ordenao per la leze de deo. Lo dodexen per auegnimento. E in questo co- mandamento si e deuedada 1 ira la qua no e ortro seno a desidrar desue- ^^ sigea de 1 ingurie [ingiurie] ke gli in fagie. Lo terzo comandamento ke perten spetialmente al amor del proximo se [104] dixe no fa fornication. E in questo comandamento si e deueda tugi li delecti carne ke desce[n]deno da la hu- mana natura li que descendono per zinque modi. Lo primer si e per ueder. Lo segondo si e per odire. Lo terzo per odorare. Lo quarto per gustare. ^^ Lo zinquene per locare. Et auegniake naturalmente 1 umana natura se de-
22 ■ Salvioni,
lecta in quisti zinque modi spetialmente ella se delecta ilio uitio de la golia. Et in lo peccao dra golia e in lo uitio dra luxuria. E lo uitio dra gola no e oltro seno tropo mangiar e tropo bene. E lo uitio dra luxuria si se co- mete per zinque modi. Lo primer si e fornication. Lo segondo si e adul- 5 terio. Lo terzo si e stup[r]o. Lo quarto incesto. Lo zinqucn si e peccao contra natura. E in questo comandamento si e deuedao [lOS] lo uitio dra gora e lo uitio della luxuria. Lo quarto comandamento ke perten al proximo si dixe no fa furto. Non flirtimi faties. E furto non e oltro seno a tor cosse contro lo uolenta de quilli ke le possedeno. E furto se fa per sexe modi.
10 Lo prime si e quello deli ladroni . ke inuolano al proximo occultamente. Lo segondo si e quello de li robau ke robano lo proximo paresraente. Lo terzo si e quello delli usurarij ke soto spetia de pietà toUeno la roba al proximo. Lo quarto si e quello dri falsi mercadanti li que soto spetia de mercantia corapremo [compreno] e uendeno contra raxon. E-llo zinqaene si
15 e quello delle false segnorie li que no stan suso lo so sciarlo auze tolleno la roba al proximo. E-llo sexen si e quello deli richi auari ke uè lo pouero destregio [106] allo uecesso e no lo uoreno aidarlo e souenirlo. Lo cinquen comandamento ke perten allo nome del proximo si e no dir falso testemonio. Non loqueris contra proximum tuuni falsum testìmonium. E falzo testimonio se fa per quatro modi. Lo prime si e per odio. Lo segon per amor de la contraria parte. Lo terzo per peccunia. Lo quarto per temore. Et in questo comandamento si fi uedai tugi li peccai de la lengua li que si hin sedexe. Lo primer si e pai'la parolle otiose. Lo segondo si e lonxengare. Lo terzo si e simulare. Lo quarto laudare. Lo cinquen si e a impremete e no atende.
25 Lo sexen menti. Lo sete[n] zura. Lo seten sperzura. Lo nouen infama. Lo dexen maledir. Lo undexeu seminar discordia. Lo dodexen me[107]uazare. Lo tredexen excussasse. Le quatordexen mormora. Lo quindexen biastema. Lo sedexen si e falso testimonio com e digio denanze. Lo sexen comandamento ke perten ala nome del proximo si dixe no desidra la mulier del proximo. Nec desideraberis uxorem proximi tui. E lo seten si dixe no desidra le sq cosse. Non concupisces domum proximi tui . non seruum . non ancillam . non boues . non asinun . nec omnia quae illius sunt. La sententia de quisti dui comandamenti se pare ke sia una pur una con quilli dui ke no fornica no inuola. Non mechaberis non furtum faties. Ma al gè quillo tante diuision
35 ke quilli parleno dra oura e quisti parleno dra uorenta. E no soramente a fornica e inuoUa e peccao morta. [108]. Ma etiamde a uege la uolonta de- sponuda a fornica e inuola che intro peccao morta senza 1 oura. E cossi ben e da intender de tugi li oltri peccai k in intri li comandarainti.
Antichi testi lombardi. 23
[C anz on e,]
Partete core e vate a lo amore Vate a icsu che in croxe si more Piange dolente e anima predata Ke stai vedoata de christi amore
Io volto piangere ke ami azo invito Ke ago perduto padre e marito Christo piangendo gilio fiorito Essere partito per lo mio gran falore
Pianze dolente e zita suspiri Ke tu hay perduto lo dolze tuo sire Forse per piancto lo faray venire Al sconsolato e tristo mio core
0 iesu christo unde tu may lassato Infra li inimici cossi circundato Hano mi falito li molti peccati 0 e resistenza non azo valore.
Ogi mei de piangere non linate
De piangere tanto che lume perdate
Perduto havite la hereditate
De resguardare alo polito splendore.
0 oregie mee que ve delecta
De odire piancto de cossi amara festa
No rexentite la voxe delecta
Ke ve ne faza cantare iabilatione.
0 core mio que voristu fare
Suxo la croxe voristu montare
De no te incresca salire quelle scalle
Ke le salute lo nostro grande segnore.
Sj4 Salvioni, Antichi testi loiubardi.
0 core mo che sei cossi duro Più che non e la petra de lo muro Vane a la croxe e vederay cristo nudo Li si fa lo pianto de la tua fallilion
0 core mio che sei cossi indurato Che con la pesa me pare sigillato Vate a iesu e mirali el costato Chi gli fo fato solo per tuo amore.
RICERCHE
SUI
PRONOMI PERSONALI E POSSESSIVI NEOLATINI,
F. r>' o V I r> I o.
Sommario: Esordio. — LI riflessi di ego. — II. Le vocali in iato; in ispecie quelle di *eo, raeus, tuus ecc. — IIL I riflessi enfatici di me e mihi, te e tibi ecc. — IV. I riflessi atonici di me e mihi ecc. — V. egli = ille.
I rapporti tra le voci pronominali romanze e le latine, mentre sono, all'ingrosso, di un'evidenza tale, da non parer che vi sia neppure il bisogno d'indicarli, presentano però, chi si metta a volerli determinar con minuzia e precisione, difficoltà che non son-tra le più lievi in cui un romanista si possa abbattere. Ta- lora è il processo fonetico che non è chiaro. Come, p. es., da ego siasi venuto a io anziché a "^jego o ad *eggo', se il dittongo {ie = e) vi sia per avventura risonato un tempo anche in quelle lingue ove ora non appare (pg. eu ecc.); e se, dove appare (prv. ieu ecc.), esso sia davvero il normal continuatore dell' e o non piuttosto la semplice resultanza di una prostesi di 7-, ecc. : sono questioni d'interesse, se si vuole, scarso, specie se così circoscritte, ma pur difficili alquanto a risolvere. E la certezza stessa, si badi, che p. es. io d' un modo o d' un altro debba assolutamente risalire ad ego, è, in questo come in simili casi, la maggior croce per il fonologo ; il quale non può nemmeno, come per le 'parole' vere e proprie s'è fatto oramai più volte giungendosi p. es. a seque- strare lupus da l'j/.o; e deus da S^£>:, troncare la questione col negare, o col sospettarla meramente casuale 0 parziale, la
26 D' Ovidio,
rispondenza fra i due termini che non si riesce a equiparare mercè le solite norme fonologiche. Tal altra volta la difficoltà con- siste nel rintracciare a quale precisamente de' casi obliqui latini risalga la voce obliqua romanza. Se p. es. il pg. sp. lomb. ven. mi {de mi ecc.) sia pur esso, come l' it. ine, la voce d'accusativo latino, con r è fatta «*, cioè con una alterazione fonetica, se non inaudita, certo infrequente, in quegli ambienti; ovvero se s'abbia a ricon- nettere col mi 0 col mi hi; e se il tose, atonico mi sia un as- sottigliamento fonetico, che non par difficile in vocale atona, del me latino {uccidimi = oc eia e me), o una stretta continuazione di mi {dammi la mano-àa. mi illam manum) o mi hi (*mii), od un po' di tutt' e due le cose ; se lo sp. pg. lomb. ven. romanesco me dativo atonico {dame la mano) sia un incrassimento vocalico del lat. mi, od una estensione analogica del lat. me; ecc. ecc.: e' son tutti dubbj che si posson fare, essendovi per ogni ipotesi il prò e il centra. E può, tra l' altro, non esser nemmen certo che p. es. lo sp. me e il roman. me, pur essendo materialmente iden- tici, abbiano la stessa origine; e in tali casi può nascer dubbio se sia più prudente l'accondiscendere ad ammettere qualche al- terazion fonetica un po' insolita per qualcuno de' varj ambienti, pur di ottenere che le voci romanze d'identica funzione si ripor- tino dappertutto a un unico prototipo latino ; ovvero, pur d'evi- tare per ogni lingua ogni anomalia fonetica, persuadersi che le favelle romanze abbian continuato questa un caso e quella un altro, del pronome latino. S'aggiunge la picciolezza, per lo più, di queste paroline pronominali, che non dan presa ad una analisi che le vo- lesse investir da più parti; onde la questione che le concerne si raccoglie le più volte in un punto solo, su cui lo sguardo s'af- fisa lungamente invano e finisce col vacillare.
Pure, non vogliamo dire che le difficoltà sieno addirittura insor- montabili; ed un accurato studio comparativo delle forme varie de' varj idiomi romanzi, e uno scrutinio così insistente di ogni singola forma, che non lasci intentata alcuna delle ipotesi cui essa può dar luogo, possono qui condurre in parte alla chiara per- cezione del vero , in parte almeno a quella netta circoscrizione del dubbio, alla quale spesso è forza acquetarsi anche per sog- getti più importanti che non sia questo assai modesto, di cui mo-
Pronomi personali e possessivi. 27
destamente qui tratteremo. E intorno al quale, intanto, voglio subito avvertire che a parer mio tre sono soprattutto non so se dire i risultati o i criterj dello studio che se ne faccia: - il bi- sogno di ricorrere anche qui con più confidenza alla azione delle spinte analogiche; - la convenienza di considerar bene gli effetti della funzione spesso atonica, sì proclitica {io so e sim.) e sì enclitica (dammi e sim.), dei pronomi, sopra le lor vicende fonetiche; - la ragionevolezza del convincersi sempre più che la declinazion pro- nominale romanza è, quanto e più che la nominale, lo assetta- mento alla buona, e un po' diverso secondo i diversi ambienti, delle sparse reliquie del naufragio della declinazion latina. A me, ad esse, a cui, a loro, mostrano, p. es. pareggiati nella funzione i continuatori di un accusativo, di un nominativo, di un dativo, di un genitivo: ad me, ad ipsae, ad cui, ad illorum; a quel modo che al corpo, alla moglie, al fulmine, ci danno il pareggia- mento di un accusativo (corpus), di un nominativo (mulier), di un ablativo (fulmine) \
Ed ora, chiedendo scusa dei troppi preamboli, vengo alle mie poche note. E incomincio dalla rassegna delle forme latine del singolare di prima e seconda persona e del riflessivo, che sono: ego, mei, mtht mi, me; tii, tui, ttbt, té; sui, stbì^, sé ^
1 A proposito della seconda delle massime or ora da me enunciate, cioè del doversi considerar la parola nella sua funzione effettiva nel discorso per bene spiegarsene le vicende fonetiche, voglio ricordare alcune acconce parole di uno de' più ingegnosi sostenitori di detta massima, il prof. Federico Neumann. Il quale, or son già alcuni anni, nel ' Literaturblatt fiir germ. und roman. Philologie' (ITI, n." 12), scriveva: " . . . . aus dem Princip der sogenannten Satzphonetik; das meiner Meinung nacli in der romanischen Lautlehre nodi nicht die gebùhrende Beriicksichtigung erfahren hat. Wir miissen stets einen Satz ira Auge behalten : ein Wort entwickelt sich nie an sich, sondern stets nur gemiiss der Stellung, die es in Satzzusammenhang einnihmt. So kann ein Wort ... in verscliiedenem Satzzusammenhange oft ganz verschiedene Betonung haben, es kann einraal den Hochton, ein auder Mal Nebenton oder gar keinen Acceut liaben, wodurch naturgemàss eine verschiedene Lautentwicklung bedingt isl. „ Ma queste savie parole rispon- devano, del resto, a criterj già applicati in Italia dai nostri migliori.
- L' -0 di ego e V -i di mihi ecc. erano originariamente lunghi, ma di- vennero poi nell'uso interamente brevi, salvo che, per la solita tradizione arcaica che la poesia conserva e usufruita, si trovano non di rado misurati ancora come lunghi ne' poeti.
28 D' Ovidio,
E me, ti, se, erano accusativo e ablativo insieme; onde il neo- latino non fece qui che ereditare quella identità estrinseca tra i due casi (ad me, de me; per me, si ne me; in me conver- tite ferrum, in me situm est; etc), che nei nomi imparisillabi invece non ebbe se non per livellamento fonetico popolare (acc. amor e[m] = abl. amore). Una differenza, del resto, meramente cronologica, in fin de' conti; se è vero che il me ecc. accus. e abl. classico era risultato dal livellamento dell'abl. are. me d téd sid, quando perde il -e?, con 1' accus. me ti si, di cui la lunga ri- chiamerebbe quella delle forme asiatiche (sscr. mam tvàm, zend. mam thvam) o, forse meglio, delle corrispondenti enclitiche (sscr. z. ma; sscr. tvà, z. thvà)\ Comunque, di tutte le forme latine testé registrate, bisogna lasciar cadere solo quelle di ge- nitivo, mei tui sui, - che del resto scarsa vitalità aveano nello stesso latino, per via de' possessivi, che filius meus rendea inu- tile e stonato un filius mei T;aT; aou, e al più il genitivo era opportuno quand'era objettivo (raagnum desiderium tui reliqui- sti, etc.) e coi verbi (oblitus mei, etc.) ^- e tutte le altre (ego, me, ecc.) considerarle come continuatesi tutte in favella romanza: anche, beninteso, mihi tibi sibi, se non altro (ci basti questo per ora) in grazia del rumeno. Or vediamo d'ogni forma pronomi- nale latina le vicende romanze.
I. ego. — Molti testi italiani arcaici % e anche molte va- rietà dialettali odierne ^, e il logudorese, e il còrso, ci danno il riflesso eo; che è pure nei 'Giuramenti di Strasburgo'. Sembra
^ Quest'ultima ipotesi, me = ma ecc., che metto innanzi con la debita mo- destia, mi pare spiegherebbe l'assenza deli' -m flessionale in me ecc. e forse la stessa abbreviazione della vocale greca (f^s «ré e). — Intanto, que' casi in cui il latino arcaico ci dà med ecc. in funzione d'accusativo s'avranno a spiegare, col Corssen {Ausspr. II 456, Znr ital. sprachk. 599-605), come sporadici straripamenti, per ragioni eufoniche, dello ablativo nello accusativo, avvenuti quando, vacillando il -d ablativale, le forme de' due casi eran già quasi livellate.
■" KiÌHNER, Ausfuhrl. gramm. d. lat. spr., II 434-6.
•'' Veggasi, oltre i lessici, il Caix, Origini ecc., p. S0-S3. Per l'ant. venez., Ascoli, Arch. I 469-70, IH 263.
* Per dirne una, una varietà dell'avellinese.
Pronomi personali e possessivi. 29
la più prossima continuazione della forma latina, dalla quale non differisce se non pel -g- dileguato *. Il qual dileguo è così fermo nei riflessi romanzi di ego ^, da doversi ritenere già seguito nel latino popolare; dove sarà stato agevolato, o addirittura provocato, dalla frequente proclisia del vocabolo ^
Ad eo si riconnettono subito, da un lato, la forma apocopata e' * ; dall'altro, la epentetica ejo pur dell'ant. venez., eju del córso e del sd. sett. ^. E vi si riconnette pur subito la forma eu^ che è portoghese, rumena, provenzale, bassoengadina {eug^ eu)^ leccese, calabrese, sicula '', e si trova anche nel 'Poema della Passione'. Come pur vi si riconuettono le forme prostetiche deo^ deu, di al- cune varietà sarde.
Da eo nacque, con 1' é in i come in Dio mio ecc., Vio toscano, romano, marchigiano, umbro, avellinese \ ecc. Da io s' ebbe la forma apocopata i\ che è toscana e piemontese * e ancor più na-
^ L'analogia migliore qui all'Ascoli par quella dei casi come fo = *fàug - fago-, ecc.
^ Non dimentico l'ego, attribuito a qualche varietà logudorese, né V eiig basso-engadino.
* Un po' diversamente considerava, più anni sono, la mancanza del -g- ne' riflessi neolatini 1' Ascoli, St. Crit. II 180 sg.
* Si ha in dial. merid. (p. es. 1' ebolitano), in córso, nell' ant. venez. ecc. ^ A codesto tipo s'avrebber par a ridurre le forme che il Dizionario del
LiTTRÉ registra come ijiccarde: ege, ej', euj'. In massima però, i ragguagli del Littré circa forme dialettali moderne pare a me, e ad altri più esperto di me, che sieno da accogliere con circospezione.
" S'intende che nominando certe regioni accenniamo solo a parti di esse, a loro varietà dialettali; onde le riavremo poi, le stesse regioni, pur per altre forme. Sarà poi inutile avvertire, e lo facciamo a ogni modo una volta per sempre, come noi teniamo sempre presenti, oltre altri libri che qua e là ri- corderemo, per il siciliano il Pitrè (Fiabe ecc., I ccx), per il leccese il Morosi, pel prov. e l'ant. fr, le due Crestomazie del Bartsch, per il ladino il primo volume dell'Archivio.
' Negli altri dialetti meridionali, la finale è annebbiata, al solito : te, ije. Ed io, in, si hanno anche in varietà sicule. V è 1' io anche nei * Giura- menti' e nel 'Giona', e V iou in una prosa provenzale; ma non mi risultano sicuri quanto alla sede dell' accento, onde non oso ascriverli troppo risolu- tamente a questa categoria anziché alla successiva.
* In piemontese si fa poi j' avanti a vocale {f avia e slm., accanto a * fasia e sim.). Ma ò poi sottinteso che nella posizione enfatica il piemon-
so D' Ovidio,
poletana, e anche, pare, di qualche dialetto francese (nivernese; V. Littré diz.), e di qualche luogo della Sicilia, la quale poi in altri suoi territorj ha svolta codesta forma con la epitesi di un -a (la). Da io, con una inversione d'accento assai facile a com- prendersi tra vocali attij^ue, e tanto più in voce frequentemente quasi proclitica, s'ebbe *èo * e quindi jo, ed è la fase rappresen- tata da qualche /o siciliano, dal ladino-centrale e friulano, dal i/o spagnuolo, dal valsoanino jo, go ^ dal jo del 'S. Alexis', e dal je comune francese ^. Circa 1' e muta da -0 in quest' ultimo, po- trebbe veramente nascere qualche perplessità. Certo, 1' e v'è sorto nella funzione atonica (e il francese moderno non ne conosce altra!), e s'è poi diffuso anche, in antico, alla enfatica. Ma se Ve muta = 0 è normale in francese all'uscita, onde parrebbe regolare nel caso nel pronome affisso {ai-je e sim.), in sillaba protonica invece l'O si suol riflettere in francese per u (ou), come si vede p. es. in pouvoir jouer ecc., onde non parrebbe poi naturale 1' e nel caso del pronome che anteceda il verbo {je fais ecc.). Sennonché je appartiene a quel piccol drappello di voci 'sui generis', in cui entrano pure la negazione wg = no[n] (cfr. nenil) e ce = ciò *, le - ilio-, Us = illos ecc. !
La stessa fase jo, di cui stiamo raccogliendo ì rappresentanti, è da riconoscere, salvo 1' o assottigliato in m, nel Ju jou d'antichi
tese dice mi come tutta 1' Alta Italia ; ed il toscano dice io senz' apocope. E per ciò io dico nel testo che ^' è ancora più napoletano; perchè in na- poletano può usarsi anche enfaticamente {songh' i', oltre songh' ije). ' Na- poletano ' qui poi ha il senso lato che gli danno i Toscani, e v' includo il pugliese, il saunitico, 1' abruzzese ecc.
^ Potrebbe anche, però, la permutazione dell'accento essere seguita nella fase con l' e, cioè da éo essersi fatto eó e quindi io ; o potrebbe essersi verificato ciò solamente in certi ambienti (p. es. il francese), e in altri essersi avuto éo io io.
^ NiGRA, Arch. Ili 9. Ivi si registra anche una terza forma gè, che non so se sia un alleggerimento di go, ovvero un je[o], oppure un francesismo (converrebbe saper qualche cosa di più circa i suoi limiti funzionali) ; e due altre foraie enfatiche ghigo ghjó, che soa desunte da 'eccum-ille-ego' ib. 44.
* E j/e è anche la forma ladino-centrale: Arch, I 364.
* L' ant. fr. accanto a ce che ci dà ancora ezo ceo qou chou iceo ìqo. Come acc. a je ci dà jo. Il parallelismo è perfetto, e toglie ogni dubbio circa la possibilità di je = jo.
Pronomi personali e possessivi. 3t
testi francesi e iou di provenzali, nel neoprov, you del bassoliino- sino', nel _/?< veglioto^ e ne\ ju di alcune parlate leccesi e sicule^; e negli ulteriori sviluppi che di questa forma troviamo, nel jua di alcune altre parlate siciliane (cfr. più sopra io) e nel jéi di qualche favella del leccese (Brindisi), cui sta accanto tùl (che ha riscontro nel sardo meridionale !).
E qui forse dovremmo ascrivere lo forme enclitiche fossili del verbo interrogativo veneziano, cdntio, canterógìo, gógio, sóngio ecc. *, e del romagnolo-emiliano, hója^ cardénja (= crediam noi?), e del milanese, fussia, pòssia, sóntia ecc. *, che pajono essere un cànt-jò, fùss-jà ecc. Dove però si può dubitare se la voce pronominale , quando si addossò al verbo, fosse già^ó, o fosse ancora io\ poiché, anche dato quest'ultimo, il risultato enclitico sarebbe sempre stato lo stesso. E il dubbio, del resto, si può estendere anche ad altre delle voci più sopra enumerate, quando sono di ambienti ove poco 0 nulla la voce nominativale è usata in funzione enfatica, e dove quindi anziché di un vero e proprio scambio d' accento pari a quello di filiólo-, e qual di certo v' è nello spagnuolo, 3/0, e' potrebbe invece trattarsi di una semplice sparizion d'accento da tutta la voce {io) per assoluta proclisia 0 enclisia. Ma così siamo venuti in faccia a questioni sottilissime, di quasi impossibile so- luzione, e forse anche un po' 'di lana caprina'. Contentiamoci di concludere ora, che, se anche sotto a identiche voci romanze si nascondano forse talvolta processi fonetici lievemente diversi , i tipi sostanziali però, a cui si riportano più" 0 meno tutte le va- rietà viste finora, sono quattro : éo, lo, jó, jo (atono).
Ora, rifacendoci al primo di codesti tipi, che si può dire il tipo
' Ghabaneau, Gramm. lemous., 174. ^ Ascoli, Ardi. I 438.
^ Per queste due ultime zone si può far questione cronologica circa il momento in cui sia sorto V w, cioè se si tratti di jo in Jii 0 di iu in ju.
* Ascoli, St. Crit. II 151 n. S'estende 1' -io anche alla 1.» pi., gavémjo ecc. (il bellun. più esattamente: cantóne noi? con OTe=noi); per cui cfr. lo scambio inverso nel voi avevi de' Toscani e nel /' avons, io ho, del francese plebeo, e lo identico scambio nel leudd-lu = lodaste, di varielà rumene (Mi-
KLOSlCn).
* Cfr. Salvioni, Fonetica del dial. moderno di Milano, Torino, Loscher, 1884, p. 142.
S2 ])' Ovidio,
deWe conservato e mantenuto tonico, vi aggiungiamo infine il tipo ampliato ;ew, che occorre per larghe zone nel leccese, nel calabrese, in più luoghi di Sicilia*, nel provenzale moderno {yeou) e nel- r antico {ieu iieii yen Jiieii liyeu) e nel rumeno "' . E allo stesso tipo metteran capo di certo i geo^ zeo^ zeo, di diverse località di Sar- degna (Spano), col j- variamente modulato. Non v'abbiamo im- brancate anche le forme ladine ieu jou jau, perchè non sono, pare, se non pronunziazioni crasse del semplice tipo io, tostochè nello stesso ambiente si ha marieu = marito e sim. ; come pure a io si ri- duce il sottosilvano ja, tostochè gli sta accanto da un lato Dia, dall'altro a r dia = sly dito e sim. ^. Del gié, poi, che nell' a. fr. si trova talora, in rima p. es. con jugié e con changié *, è naturale si debba crederlo un jéo apocopato, da metter quindi in riga colle voci prov. cai. sic. etc. , anziché supporre che deva considerarsi come il solito je con Ve muta affinata in é (cfr. puissé-Je e sim.) per via della rima. Certo che, ad ogni modo, nell' a. fr, v'è anche Jeo addirittura, che assuona per es. con bien (Diez). E potrebbe anche sorgere l' ipotesi che lo stesso comune je sia una riduzione di jeo, anziché essere un jo con 1' o annebbiato ; il che però per me resta sempre la cosa più plausibile.
Comunque, d'un modo o d'un altro, ci troviamo ormai d'avere messo in isquadra tutti, quasi, i molteplici riflessi romanzi di ego. Tutti, beninteso, quelli presenti alla mia mente; de' quali pure ho negletti alcuni , perchè mere pronunzie locali di qualcun dei tipi studiati ". Sarò grato a chi mi volesse fornir notizie, così di riflessi locali sfuggitimi, come di più precisa delimi tazion geogra- fica de' riflessi che ho registrati, e mi desse così modo di riuscir più completo altra volta.
' Dove si ha anche apocopato: je'.
^ Il Diez, gr. Il pronominalbiidg., cita anche ieu da testi ant. pg.
3 Ascoli, Arch. I 16 21 126 130 171.
* V. il Bartsch.
^ Il dialetto, p. es., di Agnone (Molise) dice JeJJe, anzi quasi JoJJe; ma un orecchio esperto vi riconosce il semplice io, prollerito in quel modo crasso che in quell' ambiente era da aspettare. Ma non saprei che dire, invece, di aia, che da fonte altoengadinese dà il Gartner, nella 'Ràtoroman. Gramm.' (p. 92), che ora mi soprarriva. Si ridurrà a un ejo?
Pronomi personali e possessivi, 33
IL Ma il tipo ultimo considerato, jeu, dà luogo a dubbj fo- nistorici non lievi, ed apre la niente ad altri dubbj circa gli altri tipi tutti. Già se n'è toccato nell'esordio di questo scritto. S'ha egli a vedere in jeu un semplice eii con prostesi eufonica di y-, come fu asserito del jeu leccese^ e del rumeno^? o vi si ha a riconoscere il genuino dittongamento {ie) dell' è latino di ego? Che se davvero fosse così, non sarebbe questo un bell'indizio che r iato non impedisce all' e di correre le sue vicende solite ? E non verrebbe da pensare che le forme eo, eu, nonostante pajano così immediatamente collegate al tipo latino , sian passate pur esse per la trafila del dittongo ? di cui l' i sia stato, col tempo, ' riassorbito ' ? E dello stesso io non viene il sospetto che sia passato per la trafila d'un '^ieol Non so se quest'ultima ipotesi l'abbia sinora accampata pubblicamente alcuno, ma di certo me l'ha accennata più volte il collega Monaci, il quale, condottovi da forme di quell' Italia centrale di cui egli è così solerte esplo- ratore, opinava appunto che anche mio Dio risalgano a meus Deus pel tramite di un mieo Dieo ecc. ecc.
Ed appunto lo studio va esteso a tutte le voci romanze che riflettano in un modo qualunque un e latino in iato , anzi a tutti i riflessi di una qualsiasi vocale tonica in iato. Io non ho qui l'agio, però, di fare compiutamente un così largo studio, e mi devo contentare di un po' d'inventario e di ricerca, che mi conducano a formulare un' opinione probabile. Sarei ben lieto che uno studioso di buon volere trattasse in un apposito lavoro, in maniera, come gl'Inglesi direbbero, 'exhausting', questo sog- getto dell'iato ^.
Formuliamo prima, intanto, i fenomeni, senza pensare per ora al procedimento storico onde risultino. L' effetto dell' iato pare si senta, dove si sente, in tre modi: o in ciò, die tira eoa chiu-
^ Morosi, Arch. IV 124.
- MiKLOsicH, Beitràge z. lautlelire d. ruraun. Dial., II 41-2.
* Che esso non sia stato considerato abbastanza fiuquì, n' è prova anche il trovarsi tuttora, negli spogli fonetici di testi o nelle descrizioni di dialetti, considerate le voci ove la vocale tonica è in iato promiscuamente a tutte le altre. L'Archivio però le ha sempre accuratamente sceverate.
Archivio glottol. ital., IX. 3
84 D' Ovidio,
dersi in i u: o in ciò, che impedisce il dittongamento d' e o; o in ciò, che impedisce a z u di farsi e o^ .
Veniamo ora agli esempj veri o apparenti di ciò.
C'è -«a = -iè [bj a m ecc. in sp., pg., prov., piera. % sardo, ca- labro-siculo-leccese. Ma, a prescinder che per quest' ultima zona (cai. ecc.) r / è il normal continuatore d' è anche fuori iato (aviri, mnnita. ecc.), per tutti gli altri territorj (sp. ecc.) è una giusta presunzione quella già accennata colla solita rapidità dal Diez , che 1' -ia sia effetto di conformazione analogica della 2.* e 3.* conjugazione alla 4." {vedla tenia ecc. fatti su udia venia ecc.). Dunque questo primo esemplare è meramente apparente '.
Ve poi il condizionale in -ia \ Dove esso, come avviene in sp. pg. prov. cai. sic. lece, trovasi accanto agi' imperfetti in -m, dove in- somma si dice avia anche quando questa voce non è agglutinata coli' infinito, lì esso non presenta nulla di notevole: non è che
1 Parlando così all' italiana, si intendono inclusi anche i fatti simmetrici delle altre favelle. L' u che non si fa o, per la Francia vuol dire, natural- mente, che suona il anziché u (ou), e via discorrendo — Assieme all' iato originario, consideriamo anche l' iato secondario, nato da dileguo di con- sonante.
2 Non nel genovese, che dice vedeivo ecc. ; ne nel valsoanino, Arch. ITI 9. ^ Al pretto toscano, che dice vedeva veden ecc. le dette forme analogiche
vedia ecc. sono estranee. Non- pare però che fossero in tutto estranee al senese-aretino. Pure, se anche i poeti del toscano settentrionale le usarono, fu principalmente per, imitazione del siculo insieme e del provenzale. Dante, infatti, che le usò nelle Rime, le escluse affatto dalla Comedia (salvo mo- vléno, condoliémi, forme su cui c'è da far poco fondamento: cfr. Caix, Ori- gini ecc. 226). Il Petrarca ha solia nella canz. < S' il dissi mai', e nei son. ^ Amor, natura ', e ' Sennuncio, io vo '. Non in tutto rettamente considerai io codeste forme (in quanto occorron nei toscani) ne' miei Saggi Critici, p. 525-6, S27-8 n, e neppur, forse, il Gaspary, Sicil. dichtersch. p. 184-o. Ma affatto fuor di strada era il rimpianto Cauello, quando poneva così sicu- ramente 1' -ia pel toscano pretto, da farne persin prender le mosse a fi or ere e sim, pel loro passaggio alla quarta (Ztschr. f. rom, phil. I 512-3): spie- gazione, ad ogni modo, troppo generale, d'un fatto circoscritto a pochi verbi. * Anch' esso estraneo al toscano pretto, e solo affacciantesi sul confine meridionale di Toscana. L' uso che ne fecero i poeti toscani, rimasto ben saldo anche nella lingua poetica posteriore, metteva capo alla solita imita- zione meridionale e provenzale, oltreché a contagio dell' Italia centrale. Cfr. Caix, op. cit. 234.
Pronomi personali e possessivi. 35
un'applicazione particolare di una nonna costante. Dove poi l'im- perfetto suona invece -éa o un suo nornial succedaneo (bellun. mi temèe, fi", je faisais ecc.), ma insieme il condizionale gli è omofono (bellun. mi temarèe, ime. je fairais; ant. aretino /area ecc., v. Caix, op. cit. 2o5, ove son ricordate anche altre favelle), colà per un altro verso neppur v' è luogo a notar nulla. Ma vi sono alcune zone, come già osservai altrove (o. e, 526-7), in cui l'imperfetto suona -em -ea -eja, ed il condizionale, invece, -la. Accenno par- ticolarmente al lombardo, e più ancora (giacché il lombardo usa, anche di più, certe altre forme di condizionale), al napoletano e ai dialetti che vanno con esso. In napoletano si dice poniamo: ie diceva ecc. e ie dicarrìa ecc. — Orbene costì e' sarebbe assurdo il supporre che solo Vavea in quanto fu agglutinato con l'infinito se- guisse un'analogia, quella della 4.^ conjugazione ! E Tunica inter- pretazione possibile del fatto mi par sempre quella che già nel citato libro diedi, che cioè V aveva in quanto divenne Voce ser- vile' potè soggiacere a un'alterazione fonetica da cui restò immune esso stesso in quanto era verbo a sé {aveva) con tutti gl'imperfetti suoi pari {faceva vedeva ecc.), al qual proposito già confrontai V ehhi con V-ei ài farei e sim. Come, agglutinandosi aveva coll'in- finito, vi perde V av- iniziale, e perde presto e difiniti vamente il secondo -v- (rimasto invece vivo, se non altro nella coscienza, negT imperfetti liberi ) , così questo servile -ea potè per eufonia farsi -ia, nel mentre aveva vedeva ecc. conservavano 1' e, sia per la maggii^r tenacità del loro -^-, sia anche per la simmetria colle altre voci del verbo {avere ecc.). Neil' -ia condizionale, dunque, del na- poletano, e forse del milanese e d'altri idiomi ancora, potremmo proprio risolverci a riconoscere un' e chiusasi in i per causa del- l' iato.
E lo stesso s'avrebbe di certo a vedere nel die { = dee = deve ) di un antico testo forse fiorentino \ e nel dia per de(v)a di testi sanesi-aretini ^
L'importanza di questi due esemplari {-ia e die dia) non può sfuggire ad alcuno. Si tratta di tali e che non risalgono a e, e di
1 V. i miei ' Saggi ', 526 n.
» Caix, o. c. 219-20; Gaspahy, Sicilian. dichtersch., 18S-6.
36 D' Ovidio,
cui quindi non è lecito imaginare che si riducessero a i per la trafila di un ié\ i quali dunque pajon provare che l' iato possa essere diretta causa di chiusura di un suono più crasso in uno più sottile.
Pure, si tratta di due casi sporadici, e proprj sol di speciali zone idiomatiche ; e son poi casi di iato non latino \ ma romanzo. E v'è di peggio ancora. Che è ben legittimo il sospetto che, poiché il verbo 'dovere' e le voci dei condizionali si usano molto più come ausiliari, e quasi in proclisia, che come voci indipendenti, il loro i per e si riduca iu fondo suppergiù a quello usualissimo che ha luogo nella atonia, come in commeatus commiato e sim. M Anzi se ben si guarda, codesto è meglio che un sospetto!
Ma volgiamoci altrove, in cerca di altri i in iato da e, sia pur da e romanzo e seriore.
Ci son due termini navali: galia per galèa galera, e saettia da sagittea sagittaria^ . Il Canello, come avea felicemente riconosciuto in prua un. genovesismo * , così ne scorse giustamente due altri in galèa ^saettèa, pel dileguo dell' -r-. Ma non vide né potea vedere impronta ligure nelle forme ulteriori saettia galla ^ Se mai un
^ Ed è ben difficile, stante la norma latina ' breve è sempre la vocale innanzi altra', trovar molti esempj di e latino in iato ! Ci sarebbe qualche grecismo ostinato, p. es. Aeneas Medea ecc., ma i riflessi italiani con e sono evidentemente letterarj : cfr. platèa. Sarei ben grato a chi m' inse- gnasse se occorra in qualche testo romanzo un *Enia e sim.
2 vorria fare da *vorrea,fàre ecc. Alti'a volta (' Altro contrasto sul Con- trasto di C. d'A.' nel Giorn. Napoletano, sett. 1879, p. 98 n) ho richia- mata l'attenzione sui condizionali di alcune varietà sicule, darra, farra, vurra ecc., e le ho spiegate appunto con la proclisia (vurra fari da viir- riafàri e sim.). Né allora avrei pensato di guardar piiì in là Ora dico che, come la proclisia spiegava la soppressione deli' -i- in iato, così può spiegare anche il fatto antecedente dell' e in i. Quanto al die = deve, sarà utile eh' io ricordi la proclisia, e la conseguente sincope, del tose, vernacolo bigna e 'gna per bisogna, di cui già il Canello toccò (Aich. Ili 841) ed io ho ra- gionato in correlazione con altri fatti simili (Zeitschr. f. rom. phil.. Vili 105).
8 Camello, Arch. Ul 301.
* Arch. Ili 360. L' u da o iu genov. è affatto normale, né l' iato v' entra per nulla.
^ Cfr. p. es. genov. ónéa fioraja, Ascoli, li US 116. — Giova per altro avvertire che le forme normali italiane sono galèa e saettia.
Pronomi personali e possessivi. 37
dialetto marinaresco dovesse venirci in soccorso per 1' i, sarebbe piuttosto il siciliano; sebbene in questo caso neanche il siciliano vorrebbe i. Ma il Canello vedeva nell' -ia per -ea un fatto che non uscisse dall'ambito della fonetica toscana. Il che però è per noi appunto quello di cui andiamo indagando; onde non vi ci po- tremmo acquetare senza cadere in una petizion di principio. E dovremo invece far luogo all' ipotesi, che molto spontaneamente ci si presenta, che -ea sia stato semplicemente attratto dalla ana- logia dell'altro suffisso -ia (nel quale eran già confluiti -iva e -1 a). La quale ipotesi ci dovrà parere tanto più inevitabile per abetia, che proprio non ci sentiamo di ricondurre col Canello ad abetaja, e per macia, la quale non derivò da macèria se non in quanto 1' -cria di questo fu percepito come un suffisso unico e primario e quindi asportato tutto e surrogato. E certamente dif- ferenza di suffisso v' è tra il toscano corsia , che giustamente il Canello (III 362) radduceva a corsiva, ed il napol. corséa, che è 0 un ^corsera col secondo -r- soppresso per dissimilazione (cfr. sp. correo), o un francesismo de' soliti in -ea = -aia {limonèa ecc. : cfr. Canello, III 312 segg.).
Le voci verbali dia stia, arcaicam. dea sfea, parrebbero darci un' e romanza, chiusa, tardivamente, in i, per l'iato. Le voci, intanto, con 1' -e-, a me pajono, come ne balenò già il sospetto al Neumann (1. cit. ), le forme latine de[m] de[s] de[t] ecc. con sovrappóstavi V -a congiuntivale che risultava dai congiuntivi di 2.* 3.* e 4.* conjugazione. Ora, che dea stea (le sole, si badi, usate nella Div. Cora.) si facessero dia stia per un processo, come ora s' è detto, fonetico, è cosa che è, o pare, possibile. Ma è stato però già notato (e non da un neogrammatico, bensì dal Diez), che possa trattarsi di un processo puramente analogico : dia stia mo- dellati su sia.
Nessun certo esempio, adunque, ci occorre di e da é lat., o di e romanza qualunque, che si chiuda in i per l'iato.
Piuttosto pajono innegabili gli esempj d' ^ in iato che non si fa e, in più voci e lingue. Accenno p. es. a dies, che in tutta la romanità dà tutti riflessi che serban 1' i: sp. pg. prov. leccese ant. ital. dia, ital. e ant. frc. die, ital. lomb. friul. ladino centr.
38 D' Ovidio,
altoengad, ant. frc. di e mocl. frc. -dl\ ant. frc. e pr. dis^ soprasilv. gi, rum. zi zio. Dove credo che a ognuno ripugnerebbe il sospet- tare che si tratti di un ritorno dell' i dopo una fase transitoria '^dea ^ ! E così del via ital. sp. pg. prov. soprasilv. altoeng. , vi valsoan., ecc *, nessun oserebbe asseverare che sia passato dap- pertutto per la trafila di un "^vea, nonostante che qui una tal fase sia realmente rappresentata dal frane, voie (oi=x). E del pari, sia ital. e prov., che è sT(m) sl(t) con aggiuntovi V -a con- giuntivale (e non senza forse influsso dì Jìa fìam fiat), avrà conservato l' i latino e niente più *, malgrado il frane, seie soie (ant.) sois '". E così pure, - lasciando da parte pio it. sp. pg., pius ^vov.^ plus piz pix ant. fr., e l'architettonico stria it., estrìa sp. pg., strìes (plur.) fr. , da stria, della popolarità dei quali due vocaboli è lecito dubitare, - a me parrebbe troppo duro imagi- nare che pna prius sia passato per la 'crisi' di un *prea ^\ Né di tutta la serie degli astratti in -ia {poesia gelosia ecc. poesie jalousie ecc. ecc.) ci vorremo interamente dimenticare , sebbene sien certo di tradizione non affatto popolare ; come forse, del resto, sarà anche prìa.
E così, se guardiamo all' ù, lo troveremo mantenuto, per l'iato.
ecc., midi; e cfr. valsoau. di-ge dies Jovis (ib. e = ovum), di- merclo ecc., Ardi. HI 13 23.
^ La quale non è poi punto attestata dal de sottosilvano (plur. deis, cfr. altoengad. dijs) il quale appartiene ad un ambiente dove si dice reiva amei fadeia ecc. da ripa amlcus fa ti g a- ecc. (Arch. 1 130), né dal bolognese de, cui sta accanto sé sic, amég ecc.!
* Ne è diverso, per la ragione stessa or ora detta, il sottosilv. veja.
* Nella Divina Gomedia si ha sempre sia, e per contrario sempre, come ho già detto, dea e steo.] il che conferma e quanto s'è già detto sull'ori- gine seriore delle forme dia stia, e l'anzianità dell' i di sia.
^ Il sea di testi sanesi (Caix, o. c. 226) sarà puramente analogico su dea stea, e il sea di testi veronesi (Nannucci 295) potrebbe anche essere da sedere, come son di certissimo il sea sp., seja pg.
* Nell'altro stria lomb. per 'strega' striga, l'è, se però non è dovuto a es-tensione analogica dell' i atono di striar striozz ecc., sarà dovuto an- ch' esso all' iato, determinatosi per la precoce caduta del -g-, e ci darà un nuovo esemplare del tipo che andiam rintracciando. Occorre anche tra i Ladini, Arch. I 22 n.
Pronomi personali e possessivi. 39
col suono di u, nell'ital. cui; nell'ital. rum. a. fi\ ftd \ mod. fr. fus: nell'ital. rum. a. fr. /;/- fiitt", mod. h. fui; e così in tutte le persone francesi ant. e mod. e rumene di codesto perfetto, e in tutte le persone francesi ant. e mod. di fuissem^ habuis- sem ecc.; nell' it. gru, pg. prov. a. sp. gnia, fr. grue^\ nell'it. due " , nel duos sardo e obliquo ant. fr. ^^ nel duas pg. ant. sp.
' Gfr. Arch. VII 450 sg. Anche lo sp. fui è passato, naturalmente, per co- desta fase.
' Fase anteriore italiana: fue; per cui passò anche lo sp. fué.
' Il tose, fiissi accanto a fossi, lo credo analogico su fui ecc. Ma di vera tradizione fonetica, salvochè più effetto di 'umlaut' che di semplice iato, sarà invece il fussi dell'Alta e della Bassa Italia. Tra furono e forono poi, io non saprei ben dire qual sia la forma analogica (forse la seconda), o se non si tratti di differenze, in origine, dialettali del toscano.
* Strana l'altra forma portoghese: grou\ Vou non solendo mai aversi, in queir ambiente, per diltongamento di o od m latini Che il pg. dous (donde l'attuale dois) non riflette punto un lat. dós con 1' « soppresso (il quale è invece riflesso dallo sp. e dall' antico obliquo fr. e prov. dos, dal soprasilv. t/ws, e dal fr deux), come neppure contiene un ó = u e un -iis = os, giusta parve al Forster e al Paris; bensì è un semplice invertimento di di'ios, na- turale in un ambiente dove eran tanti óu e nessuno ttó, e dove del resto gl'invertimenti abondano (eh: Jnrlho := geólhOj doestar = a.rc. deostar deho- nestare ecc.). E dei sei esemplari poi che il Diez manda assieme a grou^ le voci verbali dou estou sou saranno state in fase anteriore *doi ecc. (cfr, sp. day estny so;/), cioè d o con -» paragogico, e F oi poi vi si sarà fatto, al so- lito, ou (V. Diez gr., voc. pg., e la mia Gr. pg., 11-12); e soli touca cuffia (sp, loca), poupa upupa, chouvo populus, mi restano, assieme a grou, come altrettanti problemi fonologici. 0 anche per choiipo sospetteremo una f. a. con -oi-, un *pioipo^ e per grou un *groi, con -i = -e come in boi bove ?
* Il quale, in quanto feminile, risalirà a dune, ma, in quanto maschile, che sarà? In parte credo una estensione indebita della voce feminile, in parte un agguagliamento alla finale di cinque sette nove e perfm di tre.
^Esistono pure duo, e l'analogico dui, e un dua, che è malagevole dire se sia mera varietà fonetica, con un -a di cui piìi giù toccheremo, o confor- mazione analogica a mia ecc. per 'miei mie' ecc., o se continui il neutrale latino dua, che Quintiliano biasimava (salvo nella locuzione duapondo) come un barbarismo. [Gfr. ora Arch. VII o23.]
'■' In francese l'accento era già spostato, s'intende, sull' o (assuoua, p. es., con honors), com' è anche nel corrispondente riflesso ital. duoi (cfr. per V-i, oltre i tanti esempj ovvj , l'italo-rumcno irei trcs). La sinizesi, del resto^.
40 T)' Ovidio,
prov. ; uei riflessi di -struere^; nell' ital. tuo tua tue, suo ecc.", e nello sp. tuj/o tuija tuyos tmjas, suyo ecc., tu tus, su sus, nel pg. tua sua -as, nel logud. tua sua, nel rum. teu seu ^
D'altra parte però, è di una evidenza innegabile che codesti effetti dell' iato non si fanno sentire egualmente in ogni lingua, né in tutte le voci di ciascuna lingua, e anche appariscono con- dizionati, variamente bensì secondo le varie lingue, dalla natura della vocale atona che è cagion dell'iato. S'è visto già in fr. voie e sois, ove Vie trattato come fosse seguito da consonante. E fuit si riflette, in prov., ant. sp., ant. sicil. , ant. ven., ant. nap., ant. ital., per /o, in pg. per/o/*; mentre in prov. e pg. la prima persona suona, fui, ove Vu fu salvato dalla metafonesi (fuT). Nulla poi dico àeW ìt. fosti , pg. foste, pvov. fost, né àeìVìt. foste pg.
in simili voci, era facilmente usata anche nel latino; v. Corssen, Ausspr. II 760-1.
^ In struggere (cfr. nap. stru-d-ere) V ii è dovuto all' iato e il -gg- al- l'influsso del perfetto e del partic. passivo (strussi -strutto : struggere : : lessi letto : leggere).
^ In tui sui, acc. a tuoi suoi = tu ós suós, non so se s'abbiano a vedere degli assottigliamenti fonetici, o delle continuazioni popolari delle forme no- minativali latine, o meri latinismi, o mere formazioni fatte sul sing. tuo ecc. com' è mii.
^ lì MiKLOsicH (Beitràge z. lautlehre d. rum. dial. : voc. Ili, 6, 8) scrive che teu seu devono essere plasmati sull'analogia di mieti e non possano de- rivare da tuus ecc. Ma sia lecito obiettare, che se davvero il possessivo di seconda e terza persona si fosse riconiato in rumeno sopra quello di prima, esso sarebbesi fatto tieu sieu, cioè si sarebbe pienamente conformato al pos- sessivo di prima, com' è seguito dappertutto dove simili riconiazioni analo- giche sono avvenute (cfr. pg. nieu teu seu, prov. meus teus ecc. o mieus tieus ecc.; a. fr. fem. meie teie seie, moie toie soie, mine tiue siue, campob. m. mie tié sié, f. mejja tcjja; e Arch. VII S49). E poiché vedo che invece l'onorandissimo glottologo non tiene speciale conto dell'iato, io ho osato mettere innanzi l'ipotesi che l'insolito e-u sia qui un semplice effetto del- l' iato appunto. — Ognuno poi capisce perchè tra le voci francesi io non mi son curato di suis sum, di fuis fugio, Ai pluie, puits e sim. : vi si può trattare d'un o (= anter. m) che siasi poi fatto u, come Va s'è fatto u in huit nuit huile ecc. Del resto, questa doppia serie appunto va pur essa no- tata tra gli effetti dell' iato, bensì però di queir iato specialissimo, fatto dal- l' i, che è stretto parente dell' ' umlaut '.
* Di cui r -i = -e = rt, è secondario, come in boi bove.
Pronomi personali e possessivi. 41
fostes prov./ofe, né dell' ital. /oss/ ecc. pg. fosse ecc. prov. /os ecc., né del pg. e prov. fora ecc. (fueram ecc.); in tutte le quali voci trattasi di iato anticamente spento (fùisti quindi fù[i]sti e sim.) \ E piuttosto avvertiremo come duae si riflette per cloje nel napoletano, per dò nel milanese, che fu doe in Bonvesin '. Che se il maschile "^diil si riflette invece per duje in napoletano, per dil in lombardo, ciò é dovuto alla metafonesi, cui entrambe codeste favelle son sensibilissime ^ E il rumeno ci dà doi al maschile e doao al feminile; la qual ultima forma mette capo a un (7oye = duae, così come ploao risponde al nostro piove, e noao al nostro nove*. E così il lombardo dice to so tuus siius^; e al fem. tQva sQva, eh' é anche romagnolo. Il bologn. ha to sing. ambigenere, e pi. msch. tu (l'ù per metaf.), fem. tou, eoe, come dou duae®. II sardo sett. ha toju foja; che ben risponde al nap. ttfje tgja (dove nel masch. 1' -n- è dovuto a pura metaf. dell'-w : cfr. pile pilus ecc.) ; il piera. e il córso han to so, e l'aut. fr. il
1 Vedasi, se piace, ciò che ne tocco nella 'Ztsclir. f. r. ph. ', Vili 100. In fummo e furono, ove l'iato potè durare più lungamente, è sempre V u. Non mancano però fommo e foi, e tanto meno forono {foro, fonno), né per converso fussi ecc.; dove però si tratterà di perturbazioni analogiche. Cfr. Blanc, Ital. gramm. 381.
- Cfr. Salvioni, o. e. 81.
^ Alla metafonesi o 'umlaut' son pur dovuti i nuje vuje del napoletano (cfr. ditìure pi. di diilpre, picciune pi. di piccione ecc.), i nùn vii di Lom- bardia, 1 nù vù di Bologna (cfr. boi. lù di contro al lomb. Hi), che metton capo alle basi italorumene noi voi, di iato romanzo. I ?iui vui del siculo- -calabro-leccese s' avrebbero ad ogni modo, ove occorresse, per metafonesi; ma quest'ultima non v'ha avuto campo d'esercitar l'azione sua, per ciò che in queir ambiente o si fa per norma u. — Quanto a nni vui dell' are. poesia, non posson esser che meridionalesimi, sebbene Dante gli usi anche, nella Comedia, ove fu più restio che nelle liriche ad usare forme meridio- nali, come se n' è avuto più su una prova. Eran promosse queste dalla rima, che facea usar perfm j9?«i per poi (Frescobaldi) se pur pui non suppone puoi-= post. Cfr. Gaspary, 161.
* MiKLOSicH, op. cit., voc. II 39, cfr. 32 33.
^ Sulla voce del singolare fu plasmato il pi. tó so, che poi funge anche da pi. feminile. Se continuasse direttamente il lat. lui ecc., direbbe tii ecc., come da =*dui.
® Cfr. piem. doni, fem. doue (Diez).
42 D' Ovidio,
fera, toe soe (|)rov. toa soa), toue soue (cfr. campob. tomia ecc.) \ E tou soli abbiam dal loguJorese, e dall'are, sicil. ', e da antichi testi forse del Mezzogiorno continentale'. E toi soi abbiamo, e da quest'identica fonte ^, e dal prov., e dall' ant. venez. ^; e dal- l'ant. Venezia, come da quasi ogni regione, s' ha pur toa toe'^. Dice toH^ toa, toi (che è 'tuoi* e 'tue'), anche il leccese, che ha pur doi due, roi gru, fot (e perfino, terziariamente, fnei)^ ma, poiché dice anche zei = z\\ e sim. (Arch. IV 128 134), può trattarvisi di una alterazione dissimilativa affatto seriore.
Da questa che è un'esemplificazione piuttostochè un inven- tario che aspiri alla compiutezza, degli u in iato che si fanno a come se fosser seguiti da consonante, abbiamo dovuto, ognun l'intende, escludere le così dette forme 'congiuntive' o atoniche de' possessivi, to, so (cui sta accanto mo), semplicemente perchè non fanno al caso nostro ^ Poiché han radice nella soppressione della vocale originariamente tonica, la quale, in quella mezza
^ Non ci han che vedere toie soie, analogici su moie per meie (col solito oi da ei). Pel feui. possess. a. fr. ricordisi il buon lavoro di Forster, nella ' Ztschr. f r. ph. ', II 91 segg. Egli poi considera le forme tene sene come pure varianti di toe ecc. con eu = o. E così il Paris , Rom. X 40, che con- sidera teu-e tua come gueu-le gùla.
^ Vedasi il diligente studio del dott. Hììllen, Vokal. des alt- und neu- sicil., Bonna 1884, p. 35. 11 sicil. mod. ha to so.
^ lo ventre tou si legge nel De Regimine Sanitatis, che da un antico ms. di questa Nazionale di Napoli ha pubblicato testé il prof. Mussafia (Mit- theill. aus rom, handschrr., Vienna 1884), al v. 627; accanto a lo so corpo del V. 93.
* De Rcg. San., v. 89, 136.
5 Arch. Ili 265; Tobler, Calo 23, Ugu^on 24.
« Ibid.
' S'accenna al fraielmo, sipnorso , dell'ani, ital. (Blanc, gramm. 278-9), e ai fraterne ecc. del meridionale ant. e mod. (Arch. IV, 419ft: in certi luoghi e casi la vocale si fa perfino -a: lece, fraima, basii, ta sira tuo padre), e ai mo ecc. dello sp. ant.; e ai prov. e fr. mon ion son = m(e)ùm t(u)ùm ecc., coi relativi plur. , prov. ìiios tos sos = m(e)òs ecc. e fr. mes tes ses , con -es = os come in /es = illos (e cfr. gli alti-i e = o addotti più sopra). I fem. ital. frane, sicil. ecc. di codesta categoria sono ma ta sa. Il pi. fem. fr. mes tes ses non lo credo derivato da m(e)às ecc. come il pron. e artic, fem. pi. Ics non lo deriverei da illas: sono i les mes ecc. del masch. estesi al feminile. Che me le ecc. per ma la ecc., sono specialità piccarda, di cui v.
Pronomi personali e possessivi. 45
atonia della proclisi e dell' enclisi, lasciò sdrucciolare il suo mezzo- -accento sulla vocale seguente, e quindi, indebolita, andò tra- volta. Già vi preludevano le forme are. lat. sam sos sis di Ennio \ e il frequente uso della sinizesi in tuos e sim. presso i poeti arcaici e talora anche nei classici ".
Ora, ritornando ai tipi toiù tooa ecc., si potrebbe fare un'os- servazione. Ricordandoci di vedova vidua e sim., potremmo pen- sare che anche sotto l'accento Vù in iato si risolvesse in -uv- -ov-, e che così sian sorti *tuva tuvus, quindi tova e to(v}H. ecc., cioè dire che l'iato in tanto non abbia operato sulla tonica il suo effetto, per dir cosi, astringente, in quanto è stato ben presto estinto mercè il -v- '\ Né io nego ricisamente ciò. Solamente, voglio avvertire che io escludo che codesto *tiivo- ecc. s'abbia a confondere col tovo- ecc. del lat. are. \ né con questo stesso tipo in quanto è italico (osco-umbro), e avrebbe quindi dovuto sopraffare il tuo- del vero latino. Quanto a me, non piglio le mosse che dalla forma prettamente latina classica*, e sol da questa ammetto si cavi, se mai, il tìivo- ecc. Ma, si dovrà poi stabilire questa base per ogni o da u in iato? Anche il foi pg. starà per *fuvi(t)? Anche il soi prov.
Neumann, Zur laut- und flexionslelire des altfranzos., Heilbronn 1878, p. 118; e Feilitzen, Li ver dei Juise, en fornfransk predikan, Upsala 1883, p. lxv; e soprattutto Paris, Rem. VI 617 segg. — In rumeno, ta e sa enfatici non sono che una estensione della voce atonica all' uso enfatico. Al Miklosich, il quale (1. cit.) li crede plasmati su mea, oso objettare, come dianzi, che allora tra il pronome di seconda e terza e quel di prima persona vi sarebbe piena conformità: s'avrebbe tea, sea. Del resto, anche l'italiano ci dà qualche esempio, sporadico bensì, di mo ecc. enfaticamente usato (p. es. Lorenzo de' Medici: 'Faccia il ciel il corso so: Però pensa al stato to'; presso Blanc, gramm. 279).
1 CoRSSKN, Ausspr., I 777, II 847; Kììhner, o. c. 383.
- CoRSSEN, II 760 seg. ; Kììhner, 94 sgg.
* Non si può mettere al pari codesta epentesi con l' altra del J nel nap. tuje, sp. tiiyo, sd. toju ecc., che evidentemente è più tardiva e meno orga- nica.
* CoRSSEN, Ausspr., I 368 668 670.
* Lo farei qui, poi, ad ogni modo, anche per proposito deliberato, per dif- ferire ad altra occasione di trattare distesamente delle tracce italiche nel neolatino. Per ciò anche neppur cito più giù il bue eugubino, nò il mehe te fé umbro, sìfeì osco.
44 D' Ovidio,
starà per ''•su vi? Anclie il tou siculo e meridionale sarà passato per In trafila di un *-tìivu-? E il lombardo io non sarà che ^tofiOo'? Certo, perchè no? Pure, non sarà male sospendere il giudizio \ e aspettar maggior lume da più minuta indagine. Io, intanto, mi contento di tirare una seconda somma parziale, e for- mulare i fatti che pajono risultarci. Vi sono degl' i in iato che serbano il suono i (dies ecc.), e ve n' è qualche altro che ha il normale sviluppo (fr. voie ecc.). Vi sono degli u in iato che serbano il suono u (ital. cui ecc., frc, fusse ecc.), e ve n'è molti altri che lo svolgono regolarmente (chi doe , soi soe ecc.), forse per avere collo sviluppo d'un -v- spento l' iato ^ Spesso, vera- mente, è la metafonesi che viene a intrecciarsi coU'iato, e spiega certe discrepanze (lomb. dii m., di e. a dò f. ecc.), talora anche le perturbazioni analogiche producono altre deviazioni {ìt.fussi ecc.); s'intravvedono anche tendenze locali delle singole lingue (sp. tm/a, nap. toja ecc.). Ma, alla fin fine, un'oscillazione, di cui non in tutto siam riusciti a darci ben conto, la c'è, bene spesso anche nell'ambito d'un' identica lingua (rum. cui e doi; frc. -di e voie, forse per la diversa finale?) ^ E bisogna anche usare altre cau- tele nello studio di questo soggetto. Giacché in primo luogo, può sotto una materiale uniformità esservi una vera disparità. Il so- prasilvano dice cui come l'italiano, ma l'Ascoli (ibid.) ci ricorda che, li sopras. rispondendo al nostro p, il cui di Sopraselva equi- varebbe solo a un *coi italiano, e al nostro cui sarebbe pari solo un sopras. ciii cii *. E, in secondo luogo, la più perfetta rispon-
^ Altre cautele, pure, bisogna avere ; altre riserve fare. P. es. il tot soi. in quanto si trovi in lesti italiani, di qualunque regione, è proprio certo che metta capo a tui, o non piuttosto a tuoi tuos? È certo che si debban mettere alla pari il tot provenzale e il toi di Venezia ? !
^ Si badi bene però che, se anche è questa la causa, la discrepanza tra r it. e rum. cui e il rum. doi e sim. non è tolta, ma spinta solo un passo indietro. Poiché resta sempre da chiedersi: perchè anche cui non s'è fatto *c il V i *covi *c 0 i ?
^ Vedo con molta soddisfazione, dall'Archivio, VII, punt. 3% che mi so- praggiunge, come l'Ascoli si pronunzii in un modo altrettanto riservato in- torno ad un caso particolare di iato (p. 450-51).
^ Anche il cui dell' ant. fr. non è pari all' italiano. Si trova difatto scritto pure coi, quoi. E così il fr. lui equivale a un nostro *loi.
Pronomi personali e possessivi. 45
denza fonologica dei due suoni di due diverse lingue può pur nascondere diversità di causa. L'm lomb. avanti alla fonologia è il perfetto equivalente dell' u toscano, onde Iti lomb. e lui tose, si posson dire fonologicamente identici; eppure, V ii di lil è dovuta a metafonesi (gli si contrappone, infatti, to tuus ecc.), e Vu di lui a semplice iato (gli va di pari, infatti, tuo ecc.), che la me- tafonesi è affatto ignota al toscano, salvo quella particolare forma di metafonesi che gli fa dir famiglia : con 1' ^, per influsso di llj\ non fatto e o rifatto i.
Affinato così il nostro criterio, raccostiamoci ora alla questione del m/o = meus ecc.
I riflessi dell' ^ (e s'intende, anche deWae) in iato, sono di tre maniere ; ossia, a parlar per esempj, suonano : mio, meo, mieo. Pro- viamoci a farne un po' di rasseajna.
Tipo ìnio. — Ita), mio mia mie, mi', Dio\ rio ria^, cria creat (are). — Sp. 7nio mia mios mias, mi mis, Diós, cria (per 'al- levo'}. — Pg. mia (are), crio. — Prov. mia ^ — Corso mio ecc.
— Friul. mio ecc., go^^Dió '. — Lad. centr. mie, Die, rie ^ .
— Varietà sicule : miu, diu, riu^. — Ant. venez. Ho leone (leo) ^
— Judaeus dà lo sp. judìo, romanesco giudlo, sicil. jiidiu, so- prslv. gedlu, venez. zudlo^ friul. zugo, neopr. judiou, ixc. juif^.
— Hebraeus in sicil. Arriu. — Aggiungiamo: Mathius ^ e Ber- tremius '^ del piccardo. Né dimenticheremmo genia, se non du-
1 Bea è letterario.
2 Ora non è d' uso che il letter. reo -a.
* Di certe forme che ci son date da testi prov. e a, frc. (prov. Bios, fre. Bill) ma son varianti dialettali, o di certe forme di secondaria derivazione come 1' a. fr. mine mia ecc., non e' impacciamo qui. L' a. frc. mis meus pare anche al Forster (1. e.) analogicamente formato sul plurale, di cui più sotto.
* Arch. I 490; cfr. Si 2. 5 Arch. I 364.
^ Pitrè, ccviii; Hiillen, 14. Il primo di questi dice che in qualche parlata si trova la forma abbreviata mi per tutti i generi e numeri.
^ Arch. Ili 239.
® Che sia da ultimo intervenuta auclie l'analogia di -Ivo- a ribadire 1' «?
^ Feilitzen, op. cit. p. XXX. Quanto al nostro Mattia, ninno ignora eh' è un nome diverso da Matteo; cfr. Atti degli Apostoli, i is, 23, 26.
^° Neumann, 0. e. 42.
46 D'Ovidio,
bitassimo troppo ch'esso, anziché risalire proprio a yzvzóf.^ sia una formazione analogica col suff. -ìa. D'altri esemplari si parlerà poi. Tipo meo. — Pg. meu meos meas, Dèos. — Varietà provenzali: meus ecc., Deus, Juzeus. — Varietà leccesi calabresi e sicule : meu, mei i = miei e mie: in codesta zona -e si fa sempre -e) '. — Varietà rumene: m.eìb ecc.". Abruzzese: me'. — E anche il tose. pleb. ha me' ambigenere , e meo è frequentissimo nella poesia del primo secolo, specie in Guittone ; e ia generale nei testi an- tichi ^, ed è del bellunese anc'oggi. — E notevolissimo è il lom- bardo, che dice m(i al singolare maschile (il fem. è mia) e mee al pi. (masch. e per estensione anche fem.), i quali me e mee * fanno proprio il pajo con j^e piede e pee piedi ^ — Allo stesso tipo spetterà il m.eie (donde poi ìnoie col solito oi - el d'ogni pro-
^ Il fem. sg. però, che è pur mea nel lece, rustico, è mia in cai. sicil. — Il Pitrè ricorda anche un me' ambigenere di certe varietà sicule. Bisogne- rebbe sceverare bene però la qualità funzionale dì tali forme.
^ E fem. mea; ma Miklosich (li 38) dice doversi partire, per questo, non dal semplice mea, sì da *m e-v-a.
^ Caix 0. e. 50 52. Ivi son citate molte fonti, che sarebbe inutile richia- mare qui. Giova però osservare, che nel complesso degli esempj che i testi ci danno vi può essere un certo numero di casi, i quali, più che vero fon- damento dialettale, non abbiano altra ragione che il latinismo. Poteva, p. es., Dante, quando scrisse Beo in rima (Purg. xvi tos), pensare che una tal forma era usuale, normale, in più parlate d' Italia (cfr. Vulg. Eloq. i i*) e che s'era scritta tante volte da poeti d' ogni parte della penisola, ed avere anche presente il Beit di molti provenzali; ma insieme, quel che più lo di- sponeva a scrivere la forma voluta ddla rima, era certo il pensiero che questa era la forma latina. Pensiero che sarebbe anzi bastato da solo a fargli scrivere, occorrendo, Beo, anche quando nessun idioma o testo romanzo gliel suggerisse. Aggiungasi, che in più testi meo ecc. può essere la semplice grafìa tradizionale latineggiante, che mascherasse, non già rappresentasse, la ef- fettiva pronunzia degli scrittori e de' lettori. Senza questo non sarebbe spie- gabile come bene spesso lo stesso testo metta assieme forme diverse: p. es. neli'UguQon già cit. : Beu e Bie' (p. H), e così in infiniti altri testi.
* Il primo ha Ve aperta e breve, quasi direi tronca; il secondo ha un' e chiusa e strascicata, che le grafie comuni rappresentano con ce, e il Salvioui con é.
^ Il suono più chiuso del plurale è dovuto alla metafonesi prodotta dalla finale (mei, *pèdr per pedes), quando c'era ancora. In lomb., Bio è let- terario, come mostra anche 1' -o.
Pronomi personali e possessivi. 47
venienza) del fem. a. frc. , ove V -i- sarà epentetico. Del resto, varietà a. frc. ci danno Deus Dex ecc. ^ ; né ricordiamo mes = = raeus e sim, perchè forme proL-litiche.
Tipo mieo. — Frc. prov. Dieu:, rum. Dieu Zieu Zen Zau~; ^Yov . juzieii^ \ frc. Mathieu*; prov. mieu^, rum. mieii neu^, e mieu pure in varietà sicule \ mie' a Cam[)obasso * e in varietà mar- chigiane (GiANANDREA, Canti March, p. 109). E ora il frc. mien si radduce a "niié-en = me-um ' (il -n sarà la causa che non vi s'ab- bia 1' -u- che resta in Dieu] né mi garbano le sottigliezze, che mi soprarrivano, del Neumann , Ztschr. Vili 248); abbandonato l'etimo dieziano *meanus'", contro cui il Mussnfia ha aggiunto un'altra poderosa ragione ^\ — Bello esempio italiano, poi, del tipo che stiamo esemplando, è 7niei; tal quale la forma piovenzale e la rumena ^'.
^ Gfr. Cliges von Christian von Troyes, z. e. ni. herausg. v. W. Forster, Halle 1884, p. lvi lxviii. Ivi anche Tobi. De; e insieme Greus Graecus, obi. Gre, Pere Petrum. Mentre altre varietà a. frc. ci danno, come s' è avvertito, JDius, e insieme Grius.
" Miklosicb, III S, 8. È ovvio nel rumeno, che l' i del dittougamento mo- difichi anche la dentale o la sibilante che gli precede, e ne resti, anche, assorbito: cfr. tzare terra, zece zatse dieci, sapfe sette, ecc.
^ Il z=:d in provenz. non è dovuto qui all' ^■ che seguiva il d: ognun sa che è normale (azorar e sim.).
* S' adduce come forma secondaria di questo il pop. Mdcé; ma mi nasce il dubbio non sia questo l'altro nome Matthìas con l'accento spostato suU'a, fatta quindi e. Cfr. sp. Macias.
* Che s' è poi trascinato appresso tieu ecc. e i fera, mieua ecc. L' ant. frc. fem. mieue tiene ecc. (donde mine tiue ecc.) suppone pure un msch. mieus su cui si sia plasmato, come già fu notato da altri; di mieus però non v' è esempio.
« Miklosich, II 6. 8, 38. ' Hullen, p. iS.
* Ivi il fem., come si è visto, è mejja. Il napol. dice mie msch. sg. e pi., mia fem., pi. meje.
'-• Quindi anai. tien ecc., primamente ^?<ew = *^?/-e« = tu-um ; cfr. Cornu, Romania VII 393.
" Cfr. nostrano, e in un certo senso ricorderei anche il molisano ziane per 'zio', Arch. IV 158.
1' Ztschr. f. r. ph,. III 267.
'^ Questo m-ie-i=m-Q-ì niente ha che fare col lat. are. m-i-eis d' un' i- scrizioue (che il Diez dice del 600 circa U. C, e la traduz. frauc. rende, per svista, ffOO aprcs J. C), dove -ei- non è che i pingue; cfr. Schuchardt, vok.
48 D' Ovidio,
Ed ora, fra i tre tipi da noi esemplificati, che son mio meo mieo, che rapporto foiiistorico dovremo riconoscere? Io credo che la sola enumerai^ione d' esempj paralleli, che abbiamo fatta, sia bastata a far subito brillare, in tutta la sua verosimiglianza, l' i- potesi: che la base comune romanza sia stato il tipo mlen^ con r ie da è svoltosi nell'iato né più né meno di quel che si svolge fuori dell' iato ; che a codesta fase primigenia si siano poi fermate certe varietà di certe favelle ( prov. frane, rum. cai. sic. ecc.); che in altre varietà delle stesse favelle, ed in altre favelle (pg. lomb. ecc.), il dittongo si sia ridotto novellamente a e (meo), come però fa anche fuori iato (pg. dez, lomb. dee ecc.); che in altre favelle infine 1' ie per effetto dell' iato si sia invece chiuso in i (mio), salvochè in certe specialissime congiunture in cui da spe- ciali condizioni era favorita la preservazione dell' /e (it. miei, dove r -i per azione dissimilativa ha impedita la chiusura d' ie in i).
Ma non sarebbe invece supponibile che, mentre alcune favelle fecero mieo senza badare all' iato, altre dall' iato fossero ab ori- gine impedite dal fare il dittongo {meo), e altre perfino ne fos- sero indotte a affilar Ve in i {mio)? e che questa discrepanza originaria avvenisse anche tra voci e voci di una singola lingua {mio, miei)? Certo, si può supporre. Ma quanto questa suppo- sizione disgregatrice non istà al di sotto dell'altra ipotesi, che ci lascerebbe bellamente concordi tra loro, nei primi passi, sì tutte le favelle romanze, e sì tutte le e in iato e fuori iato ! Né una tal concordia è solamente bella : è addirittura necessaria. Se la schiusa del dittongo avvenne, come par certo, neW è di decem ecc. ecc., prima che le singole lingue si determinassero, se essa é un fatto preromanzo insomma o del periodo unitario, e 1' iato l'avesse allora impedita in Deus ecc.; come poi sarebbe avvenuta
II 331-2. Ed è singolare che il Diez credesse stabilire una cotal continuità tra esso e la voce romanza (voi. II), dopo la sua cauta nota (del voi. I) circa Dius mius arcaici. Circa il qual mius sarà anche bene avvertire, che ben s'induce esso dal detto ablativo arcaico e dal plautino rais e dal class, vocat. mi, ma non occorre effettivamente in altre forme; e il raio che ab- biamo è da un' epigrafe del s. II d. C. — Quanto agi' ital. Bel rei, e' non son che latinismi; come Bii rii mii non son che formazioni fatte sopra il singolare.
Pronomi personali e possessivi. 49
posteriormente in quelle lingue che dicono Dieu ecc.? Sarebbe stata una seconda schiusa?!
Certamente, l'iato è sempre insomma la causa dell' l di mio: la questione è solo del modo come una tal causa agisse. Ora, è molto più semplice che agisse nel senso di chiudere posterior- mente, in certi idiomi, e date certe condizioni, 1' ie = e, sviluppa- tosi normalmente dappertutto (chiusura evidentemente motivata dal troppo iato triftongico del tipo mieo) ; anziché agisse nel senso di impedire ad alcuni idiomi quel che pure in altri non potè im- pedire, 0 di produrre un affilamento dell' e in i, di cui niun vero esempio, come abbiam mostrato, non s' è trovato nemmeno per r è, che v'avrebbe dovuto essere tanto più vicino ! Né poi il pa- rallelo di tuo e di die con mio e con Dio, e sim., basta a sedurci ad ammettere che, come tuo die non passò per *too *fZee (il che, del resto, non si può dir veramente provato, sebbene io lo tenga per probabile), così mio Dio venissero immediatamente da meo- ecc. Le due serie di fatti non si possono metter perfettamente alla pari, altro essendo il mantenimento continuo del suono sottile originario, altro l'assottigliamento immediato dell' originario suono crasso. Eppoi, un tanto di conformità, soltanto però ridotta ai limiti del vero, ci resta sempre anche nell'ipotesi del mio da mieo; e consiste in ciò, che l' iato affilò qui il dittongo ie in ^■, come in tuo die ecc. operò preservando il suono sottile m, i.
Ma per meglio coonestare l'equazione «2/0 = m?eo = me us, dob- biamo fare qualche speciale avvertenza.
In primo luogo, abondano gli esempj romanzi di ie chiuso in i anche fuori iato, ed han riscontro neW u da no pur fuor d' iato. Senza punto pretendere di accennarli tutti, ricorderò la serie friulana candelir ecc. ', intìr^ ind piede, die ecc. ", cui sta accanto l'altra nuv nove, vul v\\o\e^ fazùl ecc.''; la serie a. frc.
^ Ascoli, I 485.
2 Id. ibid. 489. Il cRq fri. non va confuso col diz francese, dove 1' i ha lina peculiare ragione nella conson. successiva [cfr. Arch. Ili 72 nj. Questa serie frane, diz cerise ecc. non ajuta se non debolmente la nostra esemplifi- cazione, onde la sorvoliamo. — Nel venez. tivio tiepido, v' è metafonesi.
» Id. ibid. 493.
Archivio glottol. itdl., IX. 4
80 J)' Ovidio,
tranchie ^- tranchiée ^ ecc. ; la serie meridion. fannie fasulu ecc. ' ; le serie abruzzesi pide piedi, pinze tu pensi ecc., mure muori, purte porti, ncchie occhio^; la serie spagnuola siila hehilla ave- cilla ecc., cuchillo homhrecillo ecc., le voci nispola vispera siglo prisa Galicia ecc.*. Ma anche più che la Castilla (= castella), il paese classico dell'? = 26 è la regione emiliano-roraagnuola. Ivi è affatto normale dis, dri, intir, livar livra lepre, Pir^ pigura (cfr. ven. piégora) , prit, zivul cèfalo (ven. ziévoloì) , griv greve, ajir , zigh cieco, siv siepe, zil cielo, candlir, zug'lir giocoliere, manira, vlun- iira volontieri, zrisa ciliegia, gnint niente ecc. ^; come v'è normale zug giuoco, fag ecc. Or io domando, se il romg. emil. Tadi Muti Thaddaeus Mattbaeus ecc. si potran mai sequestrare da zigh caecus, Pir Petrus ecc., e se quindi potrà mai dubitarsi che non sien passati per la trafila di un *Tadieo Mattieo ! E quello che per una regione è provato, come mai non s' avrebbe a supporre anche pegli altri paesi? E bensì vero che di tanti begli esempj che abbiam potuto addurre di i = ie^ nessuno c'è venuto, p. es., dalla Toscana, onde pare p. es. che il toscano mio = mieo non abbia alcuno indigeno conforto. Ma questo fatto negativo non potrebbe mai aver valore dimostrativo in contrario, per ciò che in mieo si trattava della condizione specialissima àeWie seguito da altra vocale. Spesso avviene che un fatto fonetico, che in una lingua è generale, in un'altra si verifichi solo in modo speciale per una data serie, o anche per una data voce, per via di certe date condizioni della serie o della voce. Vuol dire che I' ie^ che a Bologna s'è chiuso sempre in «, a Firenze s'è chiuso solo nel caso dell'iato. 0 forse
1 Id. Ili 71.
2 Arch. IV 405.
^ Il dittongo, che in abruzzese si è per norma richiuso {peile piede, ecc., nove nuovo ecc.), era sopravvissuto solo dove la metafonesi di un -i finale 0 d' un -i- postonico in iato lo sorreggeva (cfr. napol. campob. piede piedi di e. a pede pede sg., tu pienze di e. a i' penze ecc.), e poi si è chiuso in i, u.
■* E bello è che s' han documentate dallo sp. are. le fasi anter. stella nie- spola sieglo priesa ecc. Nella serie -ili- la chiusura dell' -ie- può aver una ragione, metafonetica, nella natura della liquida jotizzata, com' io direi, che succede. Le altre voci sono da studiare.
^ MussAFiA, Romagn. 8-9.
Pronomi personali e possessivi. 51
questo iato, dal far lui tutto (come sarebbe per chi lo credesse atto a render immediatamente « 1' e di m e u s), si vuol che passi al non essere più buono a far niente ? Esso dunque non fu che un incentivo a far succedere in poche voci anche a Firenze quello assottigliamento fonetico a cui Firenze non avea quella propen- sione che v'ha Bologna.
In secondo luogo , v' ha qualche caso di i da ie, alla cui na- scita, si può dire, noi assistiamo, la cui evoluzione possiamo pram- maticamente dimostrare. Il venez. indrio suonava ancora alcuni se- coli fa indriedo \ onde la fase intermedia 'Hndrieo noi la tocchiamo quasi con mano. Nel medesimo testo che è uno dei testimonj àUndriedo, ad un rigo da piera pietra, coni' anche oggi dicono i Veneziani, troviamo una variante j?r?a^, che non potè certo risultare se non da una forma metatetica "^priea". Anche V arrla dietro, di una varietà siciliana, risalirà certo ad arrieri \ attraverso un ^arnea-i con la finale (-/) volta ad -a, di che il siciliano è vago ^ e il -r- per dissimilazione soppresso (cfr. dietro, proprio ^ merid. arrete -tii^ sp. correo corriere). E bisogna partire da arrieri an- ziché dal più comune arreri, perchè V arria l'abbiamo da una di quelle varietà di siciliano che hanno il dittongamento ®.
Ed ora riconfermiamo il nostro mio = mieo con un bel parallelo. Alla coppia mio miei risponde, pure in toscano, mirabilmente, l'altra coppia lue buoi. Ora, si oserebbe mai pensare che bue sia bo(v)e, con V o chiuso in u per l'iato? Ma così facendo si sequestrerebbe la voce italiana da tutte le corrispondenti neola- tine: sp. buey, pg. boi, prov. buon, valsoan. he (cfr. gè Jovis, ^e
1 Ascoli, I 471-2 u, III 270-71.
2 Ardi. Ili 248.
' Agolia invece, accanto a Acquilea (Ardi. Ili 276) e ad Agulea Aulea Oleja (IV 334), ci dà da pensare (lat. Aquiléja); che parrebbe darci un' e direttamente chiusa in L 0 fu influsso del y?
* Hiillen, 14; 13..
^ Cfr. ia, jìia, già cit. ; pua poi, vua vuoi (ne' quali v' è stato anche chiu- sura, per l'iato, di uo in n); li judia.
^ In arreri (o arrieri) già riconobbe I'Avolio (Introduzione al dial. sicil., B3) un antico gallicismo. La forma indigena è solo arretu; che non faceva però al caso nostro, non potendo in sicil. dileguarsi il -t-.
S2 D'Ovidio,
puote), a frc. buef\ Bisogna dunque proprio dire che origina- riamente il toscano avesse un sing. "^'buoe in piena simmetria col pi. buoi, e solo dopo, per colpa dall'iato, uo si chiudesse in n nel sing., restando però intatto nel plurale, sorrèttovi dall'-/. E ciò ri- badisce che in origine s'ebbe mieo miei, e solo dopo mio miei ^ E ritornando ora finalmente a jeu ecc., noi possiamo stabilire oramai sicuramente questo: - anche io deriva da un anteriore ieo, anzi questa derivazione ce la possiamo spiegare anche più agevolmente che non quella di mio, Dio ecc. , in quanto la fre- quente proclisia del pronome personale ne dovea certo promuo- vere vie più l'accorciamento ; — la forma jeo jeu, dove si trova accanto a Dieu, a mieu ecc. ^, è certamente una bella conserva- zione del più anziano riflesso di e(g)o : 1' ie- (je) vi è il vero dittongo romanzo dell' e, e sarebbe uno strano arbitrio voler ve- dere nel J- una mera prostesi * ; — la forma eu non è che ieu con r i riassorbito, sia poi che nella stessa lingua il riassorbimento sia avvenuto solo nella serie Deu ecc., o anche in altre o anche in tutte le parole aventi e (pg. ecc.); — quando je?( trovasi accanto a Deo ecc., allora, ma allora solo, si può parlar di prostesi ^ Si può; ma non direi che si debba. Poiché, se, come più su dicevamo, par certo che la fase del dittongam. di ogni e lat. sia stata attraversata un tempo anche da quegl' idiomi che più non ci mostrano il dit-
^ Non cito il mod. hceuf, perchè da sé non direbbe nulla, ne il rum. bou clie Miklosich (II 39) dice dover risalire a un *bovum: altrimenti sonerebbe boao. L' -i delle forme iberiche è dovuto all' iato e alla dissimilazione : cfr. amdis = are. amades ecc.
^ [Vedi già Flechia, Arch. VII 124 n; e l'esempio fu già ripetutamente confrontato col ven. rue *ruo[d]e, Arch. I 4S4 n. Pur qualche u da uo per la rima, come pui nel Cavalcanti, furi in Dante, non è in tutto da dimen- ticare. Cfr. p. 55, n.*,J
^ Così è p. es. nel prov. 'Girardo di Rossiglione', ecc. ecc.
■• Difatto il Miklosich, che per certe varietà rumene afferma, come vedemmo, la prostesi, per altre (Vok. II 9) non può disconoscere il dittongo.
* Morosi, Arch. IV 124; Miklosich, Vok. II 41-2. Addurre esempj di pro- stesi Ai j non è necessario; ma pur sia lecito richiamarne i seguenti: pugl. jacqiia, basii. Jedda ella, brianz. jiin uno ; e dal dial. vegiioto (Ascoli I 438 531), dove s' ha a serie intere: Jaqna, Jamna Hiiìma, Jaura ora, Jtialb albus, jonda ecc. Ivi l'Ascoli richiama anche lo slavo e l'albanese.
Pronomi personali e possessivi. SS
tongo in deus (leccese ecc.) né in se rum pedes ecc. (pg. pieni. gen. mìlan. abruzz., il più delle parlate sicil., ecc.), il jm dunque potrebb'essere ivi una pura e semplice reliquia di quella transi- toria fase dei dittonghi; una reliquia salvatasi sol perchè la po- sizione iniziale favorisce il ;. Lo favorisce tanto da poterlo far sorgere anche dove non era né dovea essere (jacqna ecc.) ; tanto più dovea poterlo sorreggere dove c'era (jeu). Allo stesso modo va inteso forse anche il j- del milan. jer (accanto a l'altrer, me mio, pe piede, deg ecc.), dove altri ha invece risolutamente vista la prostesi ^ Può del resto esservi anche stata differenza di pro- cedimento da lingua a lingua, cioè in taluna il jeu originario esser rimasto intatto mentre gli altri dittonghi, interni, perdevan 1' i, e in altra essersi fatto eii seguendo la perdita generale e poi esser tornato jeu per prostesi ^.
Prima di lasciar questo argomento dell'iato dobbiamo toccare ancora delle forme ladine Dieus ecc. L' Ascoli le fa risalire a DÌHS ecc. per le ragioni già accennate più su {marieu marito ecc.). Ma è quasi inutile avvertire che ciò, ad ogni modo, non turba punto le nostre conclusioni , poiché Dius ecc. alla sua volta ri- salirà a un anteriore Dieus ecc.; onde il Dieus attuale non sarà che un ricorso ^
' Salvioni, 1. e. S3 169. E he ri è una delle poche voci che possan far compagnia a ego: altri esempj di e- ae- non ahondano.
^ Fra gli esempj di forme fonetiche che, tramontate in massima da una lingua, vi si sian serbate solo in qualche singola 'saldatura', ricorderò il piem. arcéde requaerere, dove, il ce piem. genov. supponendo *chie, troviamo so- pravvivente ne' suoi effetti il dittongo le da a e, che del resto il piem. non ha pili (Ascoli, II 116).
^ Qualcosa di simile ho da notare per certe curiose forme che trovo in certi madrigali riferiti dal Carducci negli 'Studj Letterari' : nn mie' sparvier (p. 415 427), '/ mie' gentil amore (437), 'l mie' diffetto (428), la mie' donna <437), 'n mie' compagna (408). Potre])bero esse parere una preziosa con- ferma del mio-mieo; eppure, lo attribuir loro una vera anzianità, mentre già Dante non aveva usato altro che mio ecc., sarebbe una solenne impru- denza. Vi s'avranno a vedere semplici forme analogiche fatte sopra 7niei (pel feminile ajutava pur la tendenza fonetica che determinò fieno, sie = sia ecc.). Dalla stessa fonte ho: stio' tana (428), di tuo' hiltate (435), ogni suo' pena (436), suo' penne (425), le stw' ali (442) ; che del resto s' hanno anche per
S4 D'Ovidio,
III. La voce enfatica dell'obliquo. — 11 toscano, romano, napoletano me te se con e stretta, il me ecc. romagnuolo con e aperta, il mei mai ina' ecc. di dialetti pugliesi, molisani, abruzzesi, il me mei ecc. del prov., il mei mot ecc. del frane, riflettono così correttamente Ve lungo di me te se, da non potersi dubi- tare che questa sia la base latina che è continuata in quelle zone. Il rumeno invece ha un dativo mie tzie sic e un accusativo mine Une sine. E se quest'ultimo riflette evidentemente me ecc., con
altre vie: le suoi in testi umbri (v. Tobler , Ztschr. f. r. ph., Il, nella Vita di Jacopone), le soi in veneti (id., UguQon 24); e di tuo suo per ttta ecc. si possono vedere esempj toscani, anche nei lessici (p. es. in 'Bellini e Tom- maseo'). Il punto di partenza di tutte queste strane formazioni, analogiche senz' alcun dubbio, è stato il masch. plur. tuoi suoi; il quale, adoperato anche pel feminile, è stato causa che vi si formasse su un singolare tuo' ambigenere, e magari un lem. tuoa toa. Il pi. fem. suoe del Da Buti (ad Inf. XIX 1; cit. dal Blanc, gramm. 278) rappresenta il primo passo di questo procedimento. — Non vo' poi chiudere questa nota senza toccare d'un'altra importante forma pronominale. Ognun ricorda i plurali ambigeneri mia tur^ sua (p. es. : i figli tnia, i fatti sua, le tua sorelle, e sim.) del toscano an- tico e moderno : forme popolari, comparse solo sporadicamente e timidamente, in tutti i tempi, nella lingua colta, e pur di vita tenacissima (anche in Sicilia: li frati mia ecc.; in romanesco: a li nipoti sua, in Belli, 'Er testamento'). Io vi ho sempre riconosciuto una bella continuazione del neutro plurale la- tino (confortatovi anche dai miei merid. tanta, quanta, per ' tanti -e ecc.', Arch. IV 172), ed ebbi poi il piacere di sentire dal prof. Flechia come an- ch' egli li tenesse per reliquie del neutro e li confortasse con queir ogna (= omnia) ambigenere, che non è estraneo al glossario italiano (cfr. Arch. VII 126), e di cui ora vedo altri cenni dell'Ascoli (Arch. VII 441), che tocca anche d'altre reliquie neutrali. Piìi su vedemmo dua; e anche di trea gli esempj son ormai da tante parti che mi confermo sempre più nel vedervi il lat. tria che vidi nel trejja campb. (Arch. IV 151), salvochè l'influsso del riflesso di tres avrà contribuito sulla determinazione della vocale tonica. Una ipotesi, fonetica, potrebbe sorgere a contrastare la nostra spiegazione, morfologica, dei pi. mia ecc. La grammatica neolatina, e la dialettologia italiana in ispecie, ci dà copiosa messe di -a epitetici oppur sostituentisi ad altre atone finali. Già finora ne slam venuti dando, a piìi riprese, parecchi begli esempj, e qui possiam aggiungere il milan. indóva (dove), lad. nua, abruzz. donna (donde), leccese //•«»/«« (fratelmo), & jìla (=pue = poi) soprasL, datoci or ora dall'Ascoli (VII 542); e più giù ne daremo anche altri saggi. Or, data questa tendenza all' -a, niente, si potrebbe dire, di più naturale che
Pronomi personali e possessivi. 55
un -ne epitetico che è ovvio (cfr. tose, mene^ il rene., romanesco quine quane, e il turie di tanti paesi, e il córso amdni araa[re] ecc.) e che il Diez confortava anche d'esempj geograficamente contigui (bulgaro, serbo, méne; neogr. sy.sva) , e con un affilamento di é in i che in rumeno è affatto ovvio per é di qualunque provenienza che si trovi avanti n o m (Miklosich, II 13-4: arine arena, bine bene, clinte dente, minu meno, per 'muovo', minte mente, pìinu, vine vena, vintu vento, vindu vendo, vinnira venerdì, tsine cena, pe- rinte parente, timp tempo, tsine chi = quem, ecc.); il dativo in- vece {mie tzie ecc.) continua altrettanto evidentemente il dativo latino. E il Diez infatti riconobbe subito in mie il mi hi; però, tzie e sie gli parvero plasmati su mie. Tuttavia è da veder bene se questi anche non possano continuare addirittura tibi e sibi. La caduta di -è- -y-, si può dire che a nessun territorio romanzo, o ad un altro solo, sia tanto usuale quanto lo è al rumeno, il paese dei cai cavallo, del seu sego, del soh sabucus, dello scriu scrivo ecc., il qual paese fu anche quasi il solo a osar di spingere la soppres- sione del -h- dell'imperfetto sino alla prima cónjugazione: leudàm- = laudabam, laudabamus ^ E dato dunque che codesta caduta av- venisse in epoca molto antica e determinasse cosi un antico iato (*tT-i ecc.), quest'iato potea salvare Vi (cfr. zi dies); e cosi
i pi. fem. mie tue ecc. direttamente, e i msch. miei tuoi ecc. mercè l'apo- cope dell' -i e la ritrazion dell'accento fattisi *mie' .tuo' ecc., si riducesser tutti a mia tua ecc. *. Sennonché, appunto la tendenza all' -a per ogni altro paese è stata dimostrata che per la Toscana! E se mie' ecc. si fosse per semplice vezzo fonetico fatto mia ecc., non si capirebbe come questo rezzo non attaccasse anche le voci del singolare! L'essere semplici plurali quelli, è prova che l'origin loro è schiettamente morfologica.
^ V. Diez. Gramm. I, s. V, e meglio assai Miklosich, Consonantismus, II 25-6 32. Il Mikl. giunge a dichiarar non popolare ìeudàver laudabile, per amor del -v- : e cosi via.
* Begli esempj di accento ritratto nel dittongo ié sono i venez. s/e = manto v. sié = = tosc. s(i)ei sex, ine piede; il venez. are. e fri. lie = iosz. liei lei; e insiem d'accento ritratto e d' -e in -a, il marchig. e aro. venez. lia, il venez. culia, ctistta, il valsoan. jna piede, lad. centr. sia sei. Cfr. anche venez. ancwo hanc hodie, amplio (are.) = toso, in p(u)oi, ma ruota (cioè *ruoa), valsoan. Uet otto, fùa lila fuoco luogo; sottosilv. Ita luogo, f/o, già giuoco. Si scorrano soprattutto il I e il III voi. dell' Arch.
86 D' Ovidio,
poteva aversi ti-e ecc. al pari di mi-e = miT-i '. Però il dileguo tanto antico del -b- in tibi ecc., da esser anteriore all'epoca dell' 2 in e, potrà forse parere ipotesi abbastanza stentata, e rimaner quindi preferita la dichiarazione del Diez ^ Ad ogni modo, al singolare fa bel riscontro in rumeno il plurale ; che accanto all'ac- cusativo noi voi=nos vos, ci dà il dat. noao, vocio, in cui il Miklosich ha ben riconosciuto nobis vobis^.
Anche il logudorese poi ci dà un genitivo-ablativo me te ecc. (de me, dai me ecc.) che è la voce accusativale latina, ed un dati- vo-accusativo a mie, a tie ecc. che continua ad mi hi, ad tibi ecc. *. Farei torto a qualsivoglia lettore se m'indugiassi a mostrargli come codesta combinazione di ad con mihi ecc. non abbia nulla d'in- verosimile, e non sia punto più strana di quella che giace sotto ad a cui e sia poi meno strana di quella eh' è sotto ad a loro. E piut- tosto avvertirò come anche in questo ambiente la caduta del -b- o -V- sia affatto normale {nue, nenia, fa fava ecc., e, notevole a
^ Il Miklosich vede nelF -e un' epitesi, a guanto pare, seriore, e pone che la fase anteriore fosse ti ecc. Se anche è così, per noi non guasta. L' -e al- lora sarebbe come un ricorso: Ue, — ti-\\Qa)\ ecc.
^ La quale potrebbe anche ricevere una lieve modificazione, facendosi punto di partenza il mi delle Epistole di Cicerone, dei Sermoni di Orazio, delie commedie di Plauto e di Terenzio ecc. (cfr. nll), da cui regolarmente *mi, e, per analogia, *ti si, e quindi, con 1' epitesi voluta dal Miklosich, mie tie sie.
^ Vok. II, 39 44 49. Da uobis nove, e quindi noao; come da 'Spiove, ploao, da nove[m] noao, da duae dove doao. Vuole l'illustre glottologo che si parta da un ^nobis anziché nobls, perchè quest'ultimo, dice, avrebbe dato un *noi. Né alcuno, credo, vorrà negargli che s'abbreviassero i due soli -bis che la flessione latina avesse, e che ad ogni modo soggiacevano all'influsso del -Vi del singolare.
* Il sardo seti, ha la sola voce accus. , me; il sardo merid. pure, ma la pronunzia mei, come dice tui tu. Al sardo ccntr. mie, poi, cfr. il pur centr. tue tu. — Di una variante mimmi, che lo Spano (Ortogr.) ci dà per qualche luogo di Sardegna, non saprei ben che mi dire in questo momento. Che vi si abbia una forma geminata? di cui il latino stesso avrebbe dato la fase anteriore o almen il modello, in méme tete sese (Kiihn. o. e. 381)? 0 dovrem pensare a mémet mihimet (ib. 383)? Comunque, co- desta voce sarda mi fa ripensare al pg. mim, che da alcuni (v. la mia Gr., pp. 28 S6) fu spiegato come un vezzo fonetico (la nasale iniziale potendo aver promosso la nasalizzazion dell' -«': cfr. pg. nem nec, lomb. niin acc. a
Pronomi personali e possessivi. S7
noi anche per un altro rispetto, nie nYve-)\ ed osi attaccare l'imperfetto di prima {cantaia cantabam). E anche qui s'avrà il bel riscontro del plurale col singolare, poiché il log. nois, bois, altro non è, a parer mio, se non il continuatore di nobis vobis, esteso perfin al nominativo ; non già come potrebbe alla prima sembrare, un *>?o''s=nos ecc. Si han pur nos Los (=nos ecc.), ma sol nella funzione atonica.
Ma non dappertutto le cose precedono con tanta evidenza. Ab- biamo, p. es., mie tie sie nel leccese, mia Ha sia nel calabrese e nel siculo e in certe varietà còrse. Costituiscono essi la unica voce dell'obliquo in codeste favelle, come l'è me ecc. pel toscano e pel napoletano, come l' è moi ecc. pel francese, e via dicendo ; e non già si contrappongono ad un'altra voce obliqua, come fanno il 7nie ecc. del rumeno e del logudorese. Inoltre, nella zona si- culo-calabro-leccese e nel còrso 1' è tonica latina si continua nor- malmente per /. Per tutto ciò, la spiegazione che subito s'è pre- sentata per codeste forme, è che continuino il lat. me ecc. E davvero che non si può imaginar niente di più semplice: anche quegli -e ed -a epitetici sono assolutamente ovvj, e solo per un di più si potran ricordare i tose, noe^ sie, tree (Dante, Paradiso xxviii 119), mee (Inferno xxyi 15), tiscie (Inferno xxvii 78 ), del quale ultimo però, e pei simili, si dovrà ammettere pure una concausa analogica (per via di fue, e fece e sim. ); e il logud. quie e l'engad. quia', entrambi per 'chi' (e questa coppia fa un bel parallelo al lece, mie, cai. sic. mia); e ^'ckia 'jè?^ si dice nel Molise e nell' Abruzzo, e altri -a a più riprese si son avuti già in questo scritto. Pure, senza voler propriamente infirmare 1' e- quazione mie mia -me, la quale ha anche appoggio dalle forme non ancora epitetiche mi ti si d'antichi testi siciliani *, a noi corre veramente 1' obbligo di considerare se altra voce latina non si possa anche annidare nelle dette forme vernacole. E difatto, mi hi
vii ; ma però in pg. auclie sim sic), ma ad altri, se non ricordo male, parve pure una figara geminata (certo fu detto ciò del lomb. niin, e come d'una eredità ideologica dei Celti: Ardi. Vili 107).
^ Ascoli, Arch. II 145.
2 Asc, Arch. VII 543 a.
« Cfr. Ilullen, 1. e. 19.
58 D' Ovidio,
tibi ecc. che altro sarebbero divenuti nell'ambiente leccese e ca- labro-siculo se non giusto tnie He ecc. come in sardo, o mia tia ecc *?. Tutt'al più, siccome son paesi ove -ì suol farsi i {can- tati = csintsiiXs, e sim.), cosi si dovrebbe supporre una fase inter- media mivi tivl slol o mii tii sii, o mi ti si. — Bisognerà dunque ammettere che in codeste forme, per così dire, meridionalissime, che son mie mia ecc., abbian potuto confluire insieme e il con- tinuatore di me ecc. e quello di raihi ecc. E del resto, che en- trambe le voci oblique latine persistessero, come potevano, anche in codesta che tornerò a chiamare meridionalissima parte d' Italia, è cosa, a ben pensarci, assai conveniente al carattere idiomatico di essa. Oramai nessuno ignora come e per la tendenza all' i e all' H ^ e pel del da ll, e per altro, una strettissima affinità corra fra le tre grandi isole italiane (Corsica, Sardegna, Sicilia), le tre Calabrie, e la penisola sallentina. Formano esse, come forse di- rebbe l'Ascoli, una zona isotermica ; e ogni nuova congruenza che si discuopra tra il sardo e il calabro-siculo-leccese, come sarebbe questa della non perdita del dativo pronominale latino, trova, per così dire, il suo posto già preparato nel pensier nostro.
E se inoltre noi riuscissimo a additare negli antichi testi me- ridionali le tracce delle forme dativali?
Son note le forme meve teve seve che occorrono in cotali testi. Ve ne sono, delle due prime, esempj nel contrasto di Cielo Dal- camo (vv. 6 44 47 65 98 109 111), pur trovandosi ivi, senz'al- cuna differenza funzionale, il me te (4 26 37 40 60 76); e nei siculi Trattati di Mascalcia (ediz. Romagnoli) c'è asseve (p. 15); e seve è nel De Regimine Sanitatis (v. 45), pur essendovi insieme mene tene sene (vv. 119 157 483 498); e mehe tehe sebe, e perfino l'analogico vebe, a voi, son nel Ritmo Cassinese (lin. 4 6 40 42) ^, dove pur v' è un tia (lin. 23); e nel canzoniere del primo se-
^ E v'è qualche varietà rumena che dice njìa in luogo del comune mie: Mikl. I 32. Quanto poi al dileguo di -b- -v-, se non è tanto normale quanto pel rumeno e pel sardo, è pur frequente, specie nel leccese: Arch. II 148, IV 418 b. Sono questi i paesi del parila partiva, del faidda favilla, caddu cavallo.
^ Dove però non dico che il sardo stia proprio alla pari del siculo ecc.
' Cfr. Navone, nella 'Rivista di lilol. romanza', II, specialm. p. 109.
Pronomi personali e possessivi. 5^
colo v'è da spigolare altri esempj (D'Ancona e Campaeetti, R. A., II 128 141; e Caix, Origini ecc., 210). I copisti toscani, come quest'ultimo avverte, le cambiano volentieri in 7nene ecc.
Ora, sulla precisa provenienza di tutti codesti testi, e sul ca- rattere di quella lingua che nella stessa Sicilia scrivevasi, non mancano dubbj e dispute, che non sarebbe ora il momento di ricordare. Certo però, e' son testi schiettamente meridionali, che, se anche vengou in parte più su della zona sicula ecc. , non la escludono però menomamente.
Comunque, in quanto all' etimologia, per dir così, di codeste voci pronominali, io non ho alcun dubbio. Tutti quelli che hanno avuto sin ora occasione di ricordarle, compreso l'ultimo di essi, il rimpianto Caix, non vi han fatta alcuna speciale considerazione ; e, attirati, senza pur bene accorgersene, dalle forme come mene mee ecc., hanno creduto di poterle mettere in un fascio con queste, e ritenere quel -ve come uno strascico, una sillaba epitetica, del genere di -ne. Senza però pensare che di -ne ed -e gli esempj abon- dano da ogni banda, e anche di -je (molis. móje mo, faje., fa' = fare ecc.) , ma di -ve epitetico non si troverebbe invece alcun altro esempio, né per la stessa regione, né, eh' io sappia, per altre. Io vedo ora molto semplicemente in teve seve il regolare continua- tore di i~i\n SI br \ e in meve una formazione su di essi!
Volgiamoci ora ad altre regioni cioè ad altri problemi. Il por- toghese, lo spagnuolo, il galloitalico, ci danno mi ti si. Donde queste forme derivano? Ad altri e a me stesso^ parve molto na- turale veder riflessa in codest' / 1' è della voce accusativale la- tina. Sennonché, è egli davvero così naturale un tal riflesso in quegli ambienti idiomatici?
Gli esempj sporadici, d'i da e che lo spagnuolo e portoghese ed anche l' italiano e il francese e il provenzale ci offrono, sono stati in gran parte dilucidati ^ Mi sia lecito qui insisterci un po'
^ La Sicilia avrebbe in vero richiesto tivi ecc., come avevamo già accen- nato; ma i testi antichi ci danno spesso una lingua che, quali che ne siano le ragioni, prescinde più o meno frequentemente dalle ragioni dello stretto vocalismo siculo. Onde teve ecc. si collegano a intere serie.
^ Manualetto spagnolo, p. 26-7.
* Vedi soprattutto Ascoli, Arch. I 169-70, II 116 n, III 72; e Camello, Zeitschr. f. r. ph., I 510-11.
€0 TV Ovidio,
di proposito. Prima di tutto, parecchi son comuni a più lingue insieme. Il Saracino itul. ha riscontro noli' ant. sp. sarracin (ri- masto nel sost. sarracina zuffa), fr. sarrasin^ pi'ov. sarazi. Pulcino ritrova il jpoussin tre, il poiici prov. E il venino are. sp. s'im- batte nel venin di Francia e di Genova e di 'Bonvesin' e del contado milanese, vinin dell'Alta Engadina, veri di Provenza. E al nostro pergamina sta acjcanto lo sp. pergamino^ il pg. perga- minho, il frc. parchemin. il prov. pargami pargamina. E al no- stro racimolo risponde il frc. raisin, prov. rasim, lo sp. pg. racimo. E il frc. p>ags va col pais di Provenza e delle due lingue iberiche' 6 di tanta parte della zona ladina orientale \ Ora codeste coin- cidenze, accennando a una base comune preromanza ci partano fuori del campo delle lingue singcle, e non provan più nulla per quest' ultime ^ E s'aggiunge, che per le più di codeste voci l'o- scillazione ha una ragione molto evidente nella efficacia attrattiva del suffisso -ino; oltre, s'intende, altre ragioni peculiari che per alcune di esse possan valere ^. E consimili attrazioni possono spie- gare anche deviazioni di singole lingue, come il frc. hrebis, prov. òerhitz (Forster, 'Umlaut' 495), e il napol. alice] i cui etimi ver- ve e e- h ale ce-, i soli che in latino avessero un tal finimento, erano molto naturalmente attratti nell'orbita di radice- per- dio e- cervice- e poi felice- ecc.* Né alcuno vede più oggi un fatto fonetico in fiorire pentire ecc., fi ore re ecc. Per Messina, il soccorso che il Diez giustamente credea potersi chiedere alla forma greca itacistica è anche superfluo, per ciò che, data la base *Mes-
^ Ascoli , Ardi. I 547 a. Non credo che tenga il sospetto del Diez (less. I s. paese), che la voce iberica sia un francesismo.
^ pergamina occorre già nelle Note Tironiane.
' Lo sp. che oggi dice veneno, usa però venino come aggettivo, ed è questa come una conferma della facilità con cui fu visto in cotal voce il suff. -ino.
* E colla solita influenza di -ino avranno spiegazione il frc. cimine ca- tena, la cui f. a. è cha-ine, e 1' a. frc. se'ine grossa rete = sagena (purché non v'influisse anche la pronunzia itacistica di aay^vyi), e l'a frc. seri, e il nap. serine. Ma le coppie sp. barrena, it. verrina (trivella), e prov. ver- mena, fr. vermine, che il Diez ricorda (suff. -enus), possono darci uno scambio affatto contrario. — E non voglio dimenticare l' it. dozzina (eniil. duzeina), di fronte allo sp. docena (e lomb. donzenna, ven. dozena, neoprov. dnugena); dove è tanto piìi evidente lo scambio meramente suffissale, iu quanto v' è
Pronomi personali e possessivi. 61
sena ', la fonetica locale non ne |)oteva cavar che Messina, come già accennò il Canello. Quanto h mantile, il latino stesso lo ha, ac- canto a mantéle^ Del frc. tep/s, mit. frc. sp. pg. tcqnz, è stato già riconosciuto che risale a *tapetiuiu, e ha Vi per metafonesi (Forster, 1. e. 496); e larghi tiloui di i di identica ragione s'hanno così, presso più lingue, nelle forme ver})ali (je fis, pris ecc., yo hize ecc., ant. frc. criu crévi ecc., napol. tu pise cride ecc.) e in forme nominali {misi= mesi ecc.) e in voci singole (frc. ivre, eglise^ sp. vendimia, it. biscia, Corniglia, ecc.) ^. Di un altro filone fran- cese, merci ciré e plaisir e verbi are. luisir gesir ecc., ci ha data ragione l' Ascoli con l' lutlusso della attigua consonante palatile. Pel popol. tose, nimo uemo, oltreché v'è, pare, nimo in Donato *, si può pensare anche agli effetti della proclisia in cui esso talora si trova ^. Ad ogni modo, restano bensì talune voci inesplicate,
anche il tipo dozzana (uapol. ; frc. douzaine). Vedasi anche Ascoli, III 319 n. Quanto ad amoscino damasceno-, vi può avere influito anche il greco (->?-); come poi solo col greco mi pare spiegabile la forma collaterale proparossi- tona amoscino (di cui v. Storm, Ardi. IV 387), che sarà stato prima *amo~ scino *amascinó (oauaTzv/jóv), con pronunzia itacitistica (cfr. accidia, effimero} e l'ossitonismo serbato come nel nap. vasinicóla (basilico-) e in qualche altra voce (Arch. IV 138; Giorn. di fil. rm., I 72 73), e quindi ritratto l'accento (cfr. basilico, Agapito ^AyarrtìTÓQ). — Quanto al merid. alice, potrebbe esso parere normale nella fonetica di dialetti che dicon sire sebum (napol. cam- pob. ecc.); ma, se ben si guarda, 1' i da é nel Mezzodì (eccetto la zona ca- iabro-leccese-sicula) non si ha se non con antico -u od -i tinaie (Arch. IV 148, e Indici 416 a); e anche il nap. cummiche ecc. cum mécum ecc., entra in questa categoria degl' -i- promossi da -u. Eccezioni apparenti son chileca clerica, ove Vi è dovuto al j che ha sorrogato l, e cita acetum ove la finale sarà stata solo posteriormente alterata. E col campob. chileca manderemo il romagn. cisa ecclesia, sulla scorta del Mussatìa (p. 9).
^ Che è jonizzante; mentre la classica Messana era dorizzante.
^ Degli intrecci medioevali di questa fortunosa voce latina con altra con- simile greca bizantina, ho già toccato altrove: 'Di alcuni docuineuti greci ecc.', p. 3 (estr. dall' Arch. Stor. Napol., a. VII, fase. 3.°). Il lomb. mantin ne de- riverà pure, con suffisso mutato.
^ Forster I. e. 494 segg. — La sola forma di metafonesi cui il toscano non sia estraneo, è codesta di i per influsso dì un susseguente -nnj- -llj- : cfr. famifjlia ecc.
* ScHucHARiiT, vok. I 308.
^ Si hanno dizioni come in nimo loco (Guitlone) e simili. Quanto al nime
62 IV Ovidio,
come il pg. sìso (sp. seso) sensus, pg. sp. sisa taglia, imposta, ri- taglio = e e n s a, dove pure però sarebbe ben da vedere se Vi non sorgesse prima nella posizione protonica (pg. s/'sudo sisudamente sisudeza sisorio, sp. sesudo sesudamente ; sp. pg. sisar sp. sisador sisero pg. sìseiro) ; e come i frc. pris preso (attratto dal per- fetto?), marqms\ il roraagn. si sèbum (Muss. 8) di fronte al boi. sei, lomb. sev. ma son pochi esempj sperduti, insomma, e son dei problemi da risolvere, non dei suffragi da invocare ! Come dunque si potrà dire altro che inaspettato e anomalo 1' i del mi ti si nello spagnuolo, nel portoghese, nel veneziano, se veramente codeste forme risalgono a me ecc.? E si badi anche questo, che di tutti gli esempj sporadici d' è in i che or ora si son passati a rassegna e chiariti più o meno con ragioni speciali, il maggior numero, dato che valesser qualcosa, tocca alla Francia, che poi dice moi, e mi non dice se non in una zona speciale !
Lo sp. e pg. hanno veramente un esemplare che parrebbe di grande efficacia dimostrativa, e la cui omissione sarà parsa strana ai lettori che ci avessero pensato: voglio dire lo sp. coìimigo contigo consigo, pg. comtigo ecc. =-mécum ecc., che trova 1' i pur nelle corrispondenti voci degli ant. docum. dialettali dell'Alta Italia. Ma appunto la strettissima loro parentela coi tre monosillabi che sono in questione, ci rende ben esitanti ad appellarci a loro; potendo la identità della vocale essere effetto di semplice accomodamento delle tre voci composte alle tre semplici. Come semplice imitazione dell' i di -migo ecc. sarà 1' u di comisco, nobiscum, dell'ant. sp., cui risponde il pg. con comnósco, e l'ital. con un nosco (che forse il Canello avrebbe giudicato come un are. ngsco^ dimenticato nel- l'uso e poi letterariara. pronunziato male).
Nel lombardo, veramente, parrebbe che il mi = me avesse mag- gior conforto da paralleli locali. Ognun sa che vi si dice candita candela, tila tela, ziìa cera, sira sera. Ninno però, ch'io sappia, ha osservato, nemmeno il Salvioni (o. e. 56), né io prima d'oggi \
rumeno, esso non ci riguarda, per ciò che l'-em- in rumeno si sarebbe ad ogni modo fatto -im-, come s' è visto poco fa.
^ Cfr. Manuale Spagn., p. 26. [Ma il bergam. dice sempre: siila, ailt, slf sev^o, ecc.l — G. I. A.]
Pronomi personali e possessivi. 63
clie codesti esempj si riducon tutti (in milanese) alla formula e + cons. liquida ; o addirittura solo a e + r, ove si consideri che le forme più prettamente vernacole metton volentieri un r anche dove era l (^candirà, tira; oltre shri cera) e le più colte estendono il l più in là del giusto (zUa)^ che è segno di artificiale ripristinamento di esso l. A conferma di ciò va addotto, che anche altri / da e non risalente a é, o di i protonici per e (cantir, mestir, bandir^ e la serie harchir'ó barcaiuolo ecc.), hanno un -r- '. In pidria (ven. 'pirla ecc.) è stata già vista la ragione speciale dell' i {pi- =pje- - = pie-, cfr. mil. pitanza^ tose. Chimenti Clemente), dal primo vero dichiaratore di codesto vocabolo (Ascoli, Stud. Crit. II 96-7). Di tri trés, il Salvioni stesso, 1. e. 88, ha avvertita la ragione, che è la metafonesi, la fase anteriore dovendo essere stata *trei^; ed è inutile aggiungere che la stessa causa operò anche più lar- gamente in antico (-ivri = -èhì\i per -èbiles). E finalmente in tanas'ia tanaceto, fr. tanaisie, l'etimo è incerto, e ad ogni modo v'è l'iato. E in botia, che si riscontra col biitia sopras., butt'ia al- toengad. (Arch. I 170 n), pur d'iato si potrebbe pensar che si trattasse, se non s'avesse 1' i pure nel frc. boutique^ prov. botiga, sp. pg. botica, romagn. e perugino butiga ^ ant. senese buftiga^, e quindi assai probabilmente la pronunzia itacistica dell' etimo greco *.
^ Cfr. Salvioni, 60-61. Il pìs che egli cita potrebbe risalire a un *pe(u)s-i-o. Al Salvioni la serie barchiro ecc. par contrariare. la tendenza milanese al- l' a atona av. r (di cui tratta a pp. 104-6 123-4 134 144 148). Pure, biso- gnava avvertire che le più volte si tratta di a av. r + cons., come in par- nónzia sparpósit cardenza marca mercato ecc., o av. -rr- scempiato secondo l'inclinazione deli' organo norditaliano (taramótt, faravost ferragosto, fare ferrajo, sarà serrare, dare *darretro, e anche Montarobbi, che sarà come un 'Montarrobbio'. E a fronte di codeste due serie, lunghissime, non si hanno che ben pochi esempj di a seguita da r anche originariamente scempio: qua- rella querela, masard macerare, saron sierone, sarizz *silicio-, arétig (che è a iniziale). La serie vedaró vedrò ecc. sarà anche analogica su portare ecc. nonostante qualche indizio contrario.
^ Cosi in tasi (ibid.) tacete, e sim., vi sarà pur metafonesi, da una f, a. *taséi per *tasé(d)e. Cfr. canté cantate in f. a. cantai (p. 87), e de sté ecc. dai stai ecc. (p. 1.S2).
* V. il dizion. di Tommaseo e Bellini.
* M' accorgo che, ad ogni modo, di questa voce avrei dovuto parlare prima;
64 D'Ovidio,
Concludo, che in lombardo non meno che in veneto, in ispa- gnuolo ecc., l'equazione ml = me è fonologicamente poco plausibile. L'ipotesi, ora, che più facilmente ci si presenta per evitar l' /= e, è, che in codesto mi ti si si continui mihi tibi sibi. Codesta ipotesi però non è senza difficoltà. Come mai, delle fasi che a- vrebber dovuto essere intermedie tra la voce latina e la romanza, cioè mie Uè sie, non sarebbe rimasta niuna traccia negli antichi testi lombardi, spagnuoli ecc. ' ? Come poi da Lisbona a Venezia s' a- vrebbe, latitudinalmente, il solo continuatore di mihi, interrom- pendosi così la linea longitudinale dei continuatori di me, che sen/a ciò correrebbe diritta dalla Normandia insino a Bari e a Napoli? E che n'è poi stato del me, in quella zona del mi? Giac- ché, quando le due voci latine non si continuano, come in rumeno in sardo e forse in siculo ecc., tutt' e due, pare allora naturale che l'unica superstite sia, come in toscano, in francese, ecc., la voce accusati vale (de me, ad me, per me ecc.), e non l'altra!
Pure, in simili cose non v'è nulla di assoluto. E alla fine, come in siciliano il pronome interrogativo non è che il già dat. cui (cu esti? chi è?), mentre in ispagnuolo non è che il già accus. quem {rjuien es?), e' si può ben concepire che il pronome per- sonale sia solo mihi in Lombardia mentre è solo me in Toscana. E fra l'altro, è ben possibile anche questo, che per un certo tempo lo spagnuolo, il lombardo ecc. seguissero a dire e mi e me in fun- zione enfatica^, ma infine, fissatosi, nel modo che più giù diremo, per la funzione atonica una forma me, delle due voci enfatiche prevalesse allora quella suonante mi, sol per antinomia alla non enfatica, e per imitar l'unicità di questa ^.
e aggiungo che anche il romagu. e il pieni, hanno un eira (Muss. 8) sìra, che non mi so spiegare. Che sia cerea?
^ Nel testo antico venez. della S. Caterina, pubbl. dal Mussafia, si trova mie Uè, ma sempre, com'egli nota, in rima con voci desinenti in e {fé')', e si tratta di un testo ove la rima, in quanto alla vocale tonica, è sempre perfetta.
^ Neil' ant. testo venez. or ora citato si trova difatli continuamente me mee te, in rima; oltre il mie ecc. che pur sembra mascherare un me ecc.
* Ho escluso fin qui, a bella posta, dal mio ragionamento, il mi ecc. di certe varietà provenzali e di certe varietà francesi (piccardo), sul quale
Pronomi personali e possessivi. 65
Se per ragioni subiettive ho escluso dal mio discorso il pie- cardo ecc., come dico nella nota, ho poi per ragioni objettive dif- ferito fin qui ogni cenno del ladino; del quale m'è parso bene parlare a parte da ultimo, per il vantaggio che se ne può trarre a ribadire l'ipotesi che abbiam messa in campo per ispiegarci le voci pronominali del lombardo e del veneto, coi quali idiomi esso è in istretta affinità. Il ladino adunque, in questa come in altre cose conservatore di forme originarie, ha comune col rumeno e col sardo la netta continuazione di entrambi gli obliqui latini : dice mei tei sei (soprasilvano), mai tai sai (bassoengadino), me te se (sotti)S., altoeng.), per l'accusativo ' ; dice a mi, a ti (sopraslv. a ci: cfr. sparcir spartire ecc.), a si, pel dativo ^. Piglio da un sil-
non osavo pronunziarmi. Gli altri esempj piccardi di i da é, come yèir sèir vedere sedere, e sim., mi parevano inconcludenti, perchè evidentemente analogici, onde sospettavo che anche pel piccardo si dovesse ricorrere alla forma latina dativale; ma d'altra parte temevo che a me potessero sfuggire altri fatti che forse coonestassero un picc. mi per moi. Avendone chiesto a persona ben più esperta di me quanto ad antico francese, al Neumann, egli m'ha incorato con queste parole: « Pik. mi halle ich schon seit lauger Zeit nicht " mehr fiir einfach lautgesetzlich entwickelt. Dann musste auch sonst franz.
> oi ein pik, i entsprechen. Dies ist zwar der Fall in Infln. wie veir u. s. » w., und diese Tnfìn. werden in der That auch von den meisten Romanisten » mit mi zusammen als Beispiele eines pik. Uebergangs von lat. e: i angefiigt. » Allein, Avie ich meine, sehr mit Unrecht. Dann musste auch jeder sonstige » e i vor einf. Cons. ergeben liaben; es heisst aber pik. espoir, spero, nicht
> espir , croi credo, nicht cri etc. Veir etc, erkiàre ich als ebenso zar ■> lat. 4. Conjug. iibergetreten , Avie tenir etc, nur dass sich bei den zuerst T) genannten Infin. dieser Uebertritt locai auf der Pikardie beschrankt. "Was » mi anbetrifft, so freut es mich, von Thnen zu hòren, dass auch Sie diese » Form mit mi niihi identifìcieren wollen, wie ich im Colleg und Seminar » seit einiger Zeit thue. » Credo, del resto, che anche un terzo, a Upsala, ci abbia pensato: il Feilitzen (op. cit. p. xxvi n); se son riuscito a capir nulla del suo svedese. Quanto poi al mi del provenzale, credo che la fone- tica di questo idioma contrasti ancor più risolutamente un i da é.
* Tutte codeste voci rifletton bene l'è, secondo la norma del proprio am- biente. Cfr. sopraslv. reif rete ecc., basseng. tazdir ^tacere ecc., altocng. fé fides.
2 Ascoli, I 14 54 126 169 191 (dove son ricordati altri dativi pronom.: agli- Sia illT, ad um = aà unì ecc.), 230; VII 454. Cfr. Gartner, lliitor. Gramm., p. 92-.S. Non so poi se l'Ascoli mi lascerà applicare all'/ lad. le ragioni che ho più su esposte per 1' i rumeno.
Arrhivio i^lottol. ital., IX. 5
66 D' Ovidio,
labario ' questa frase che esemplifica entrambe le voci : Il hien Dleit dal a mi la scniadatj lascila mei viver e guder biars plaschérs. Ora, io domando, è credibile che, quando il Veneziano dice a ini, dica altra cosa da quel che suona sulla bocca del montanaro di Disentis? Non sarà anche in questo il ladino come il mirag- gio del vetustissimo veneziano?
IV. La voce dell'obliquo atona. — Nel latino parlato si dovè di necessità avere in funzione atonica, sì proclitica e si enclitica, tanto il dativo quanto l'accusativo del pronome. Quattro tipi 0 serie di formule doveano potersi avere, che, per via di esempj, enumereremo così: a) pórta-me adcasam; b)
pórta-mi v. pórta-mTh"i unumlibrum; e) me-pórtet
ad casam; d) mi -pò rtet v. mt ht-pór tot unum librum. Ora, questo schema di forme è potuto rimanere tal quale, salvo le alterazioni fonetiche locali, in qualche fortunata favella neolatina ; ed è appunto il caso del rumeno, che dice me te se per l'accu- sativo, mi tsi si pel dativo ; e cosi può distinguere ancora netta- mente porte me da porte mi, me porte da mi porte, che noi con- fondiamo nell'unico ^por^mm, lìti porti'.
Anche nel ladino le forme atoniche si distinguono in due serie, di cui l'una, ma ta sa, mette capo all'accus. latino ^, l'altra, mi ti (sprslv. ci; cfr. l'identico fri. ci, Arch. I 512) e si, al dativo. E così si dirà ci dai ti dà, accanto a ta veza ti vede *. Che se nel-
1 Emprim cudisch de leger per scolas ruralas dil Cantun Grischuu; Frau- enfeld 1860.
2 Quanto alla genesi fonetica di mi ti si, si riproduce qui la questione che s' è fatta per le forme enfatiche, cioè se ti si sieno analogici su mi, o diretti continuatori di. tibi ecc. Ad ogni modo, data pur la base tibi ecc., la fase intermedia sarebbe sempre un *ti-r ecc. Voglio dire, che nn tsi da tr[bij abbreviato o apocopato, uno si da sr[bi], sono inconcepibili, perchè ti si' avrebber dato te se, e lo ts- s- non si sarebbero punto sviluppati.
8 L' a da e * protonico è molto usuale in queir ambiente: cfr. soprasilv. sa'girs se e uri, dasiert, taner, banadeus heneàetto, fanestra, masira misura, o=et (Ascoli, I 42); saniester sinistro, plaga plicavit ecc. (44); mademm medesimo.
* Ascoli, VII 454.
Pronomi personali e possessivi. 67
l'uso le forme pronominali atoniche si son rese in quest'ambiente alquanto rare, come gli esperti e' insegnano, e se finalmente anche qui i limiti tra l'accus. e il dat. si sono alquanto perturbati, specie per la prima persona, che preferisce volentieri mi in ogni funzione, non è, cosa questa che qui c'importi molto; o, se mai, ci serve anzi a farci osservare nel suo 'divenire' quella unificazione della voce pronominale, che altrove troviamo già consumata. Consu- mata è, p. es., nel sardo, che in funzione atonica non ha se n^n mi ti si. Ivi, del resto, si capisce perfettamente come l'unica forma atona sia rimasta quella dativale. Poiché il sardo, come lo spa- gnuolo e il portoghese, come il napoletano e il siciliano, come il marchigiano e l'umbro, dice 'a me' anche per l'accusativo ('hai visto a me?' e sim.): è naturale quindi che mi, che è l' atono di a mie, valga anche, come questo, per accusativo. Che già il pronome atono, è superfluo ricordarlo, dappertutto non è che o dativo o accusativo.
Ma mi ti si è la forma unica del pronome atonico anche in to- scano, dove però la ragione additata pel sardo non può menoma- mente sussistere. Sennonché, anche senza quella ragione così spe- ciale e così impellente, la generalizzazione di una forma dativale è sempre cosa possibilissima, e basti ricordare che cui lui ecc. hanno in toscano stesso anche la funzione dell'accusativo ^; e nulla insomma vieta di supporre che in toscano si limitasse alla formula atona quella usurpazione del dativo sull'accusativo che in ispa- gnuolo e in napoletano è stata generale nel pronome, ed è andata anche al di là del pronome ^ Sicché è possibile, ripeto, ammettere quel che sembra alla prima, che cioè mi ecc. sia anche in toscano il dativo generalizzato^; che, a parlar per esempj, dammi, mi pare, sian forme originarie, ed ammazzami, mi chiamano, siano estensioni, per dir così, analogiche, abusi inveterati.
Si noti però questo, che l'Italia umbro-romanesca dice damme e ammazzame, me pare e me chiamano', ed in questa contrappo- sizione del suo unico me all'unico mi toscano ha il romanesco una
' 'E caddi come l'uom cui sonno piglia', luf. iii 13G; ecc.
'^ Sp. yo he veido à Francisco; nap. i' agrje viste a Ffrangische; ecc.
^ Cosi dovè intenderla, p. es., il Blang, gr. 244.
86 D'Ovidio,
delle sue più spiccate caratteristiche. Or, che s' ha a dire? che viceversa nel romanesco fosse la forma accusativale a usurpare il posto anche del dativo? Certo, anche quest'altra usurpazione è da riconiiscer come cosa in sé possibile, e basti ricordare il donne- -moi del francese e il s'il vous plait, e via discorrendo. Ma è egli poi plausibile che le due belle favelle dell'Italia centrale, così strettamente affini tra loro, si mettessero in una così aperta an- tinomia morfologica, da serbare l' una esclusivamente i dativi, l'altra i soli accusativi? Non sarebbe più naturale che tutto si ri- ducesse invece a diverso vezzo di pronunzia ^ ? Non basta il solo confronto del segnacaso tose, di col romanesco de a fare indovi- nare la diversa tendenza fonetica dei due linguaggi, e a far rico- scere in me, mi, due varianti dialettali d'un' identica base latina? Ho spogliato il lessico latino, prendendo nota di tutte le parole che comiuciano con una consonante seguita da é, ?, y , oe, od e, ae, alla quale non segua vero gruppo di consonanti, le voci in- somma come temone-, bituraen, me dui la, caepulla; e il toscano ci dà Ve, e, quel eh' è più, l'è, sistematicamente fatti i: bisaccia, biroccio, bigoncia, bilancia, bitume, bisaute, cipolla, cicala, cimentare, ciliegia, citrullo, cicatrice, cicerchia, cipiglio (superci- lium, CaiX), cicindello, cicigna (Diez II a), cicogna, cicoria, ci- cuta, cilizio, cilindro, cimelio, cinancia (/.'jvàyyv), cimitero, cipresso, chitarra, chimera, diciassette . . . diciannove ^, finestra, finocchio, fi,- gura, Filippo, ginocchio, ginestra, libidine, mignano m a e n i a n u m, mignatta miniata, migliore, midolla, misura, minaccia, minore, minestra, Minerva, minugia, minuto, pigione, prigione, pidocchio, pipistrello, pitaffio, picciuolo petiolus, ribelle, ritroso, Sicilia, si- lenzio, signore, sinistro, timone, timore, vicenda, ecc. ^. E vi sono
^ Svi questa via si misero già lo Storji (Voyellcs Atones, p. 28) e il Gatx (Vocalismo italiano, p. 18); e di loro mi gioverò; però, non esaurirono essi r indagine sul pronome, anzi accennarono a questo solamente di volo.
^ Ivi però r i poteva anche risultar dalla semplice chiusura del dittongo, eh' è in dieciassetùe ecc.
^ Mi son limitato quasi interamente alle voci di fonte diretta latina, omet- tendo le latine indirette (scimunito ecc.), le germaniche (bidello ecc.). Che se no r elenco si potea far ben piìi lungo. Solo per eccezione ho citato qualche pri- e sim.
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forme oscillanti, come dicembre, dimonio, hldollo betulla, nicistà, nimico, nipote, cilestre, cirimonia, cisoje, disio, limosina, ligume, mi- ticoloso, sicuro, Grigorio, Girolamo, Vinegia eco \ dove non ista- remo a scernere le voci in cui è più saldo 1' i [nipote ecc.) e quelle dove più i'e {demonio ecc.!. Come non istaremo a sceverare i com- posti di de- e re- che si rifletton per di- ri- [divorare, difendere, ricetto, ricovero, rinascere, rimedio, ripudio ecc.), da quelli che tengon l' e [derivare, religione ecc.), e le oscillazioni continue tra i due tipi, anche, spesso, net^li stessi verbi; né ci fermeremo a no- tare come in massima 1' i sia nelle lor forme più popolari (cfr. disegnare a fronte di designare ecc.) ^ Piuttosto ci affretteremo a confessare che non son rarissime le parole, in genere, ove 1' -e- tien solo il campo; né soltanto tra quelle voci ove l'atona, si può dire, si con'bnua alla tonica, quali fedele, pesare, sedile, hevone, benigno, bevanda, seguace, p>eloso, venerdì ecc., che seguon fede, peso ecc. eco. ; ovvero tra le voci più n men letterarie, come pe- nuria, fecondo, mecenate, melanconico, metallo, medaglia, memoria ^ penidtimo, fenomeno, senato, secondo \ severo, decano, denaro ecc., 0 cancelleresche, come sequestro, relegare ecc., o ecclesiastiche, come Gesù, o non toscane in origine come Perugia, Venosa, Ve- suvio ^ ; bensì anche tra parole di cui proprio io non intendo
1 PerfiQ binigno nella 'Tancia'; cfr. Storni, 32.
2 Cfr. Canello, Arcli. Ili 332.
8 Lo mostra non popolare anche il gruppo -rj- conservato. Popolarmente sarebbesi avuto *ini>noJa. L'uso di 'mente' nello stesso senso ('non l'ho in mente', e sim.) spiega in parte come potesse esser men popolare 'memoria'.
* Può parere strana la non popolarità originaria di secondo, ma è messa fuor di dubbio da nono nonus, da ve.nieslmo e sim. = -e sim us. Di qu sto soggetto toccammo già il Canello ed io: Ztschr. f. rom. ph., I .^13; Giorn. di fil. rom., 1 74. Anche i superlativi hanno l'aria d'essere semilettcrarj, sebbene ciò pure apparisca alla prima strano. L'Osthoff, in uno scritto, forse non ancora pubblicato, sul 'ss- e -s- in latino', di cui io devo la co- noscenza al prof. Cocchia, sostiene che debba supporsi -issimus, non, se- condo si crede generalmente, -Issimus, e si libera della difficoltà che par venire dall' it. -issinio (che vorrebbe -i-), appunto col dichiararlo mm po- polare. Io mi permetto suggerirgli, a prò della sua tesi, il confronto dei suddetti numerali ordinativi.
'•' Ho fatta però ogni analoga soppressione nell'elenco degi'-»-.
70 D' Ovidio,
perchè mai si snttragfgano alla solita les^e dell' e prntonica in ^, cioè (lire befana, felice, Felice, cesello, ferire, feroce, letame, mede- simo, negozio, pericolo periglio, sereno, segreto, tesoro, veleno, veloce, veruno, geloso '. Ma queste poche vere eccezioni, che restano da studiare, non ci toj^lieranuo di ripetere con piena fiducia che pel toscano è norma mettere nella prima sillaba protonica 1' i dove a priori s' aspetterebbe 1' e (e, ì, e, ecc.) ; e norma, si badi, tanto generale, da dileguare interamente il sospetto che alla determina- zione dell' ^ contribuisse la qualità della consonante antecedente 0 successiva ^. Onde si può concludere che dalle formule me- -pùngit, te-pù Ugo ecc., toscanamente doveva aversi mi punge, ti pungo ecc. E inutile poi dire che nelle formule come il virgi- liano si me-àmas, come te-amo, e sim., se non s'andava a finir coU'elisione {m' ami ecc.), dovea finirsi pure, secondo un' altra norma generale (commeatus commiato ecc.), a. mi-ami ti-dmo ecc. Posta dunque per un momento l'ipotesi, che dalla sola voce ac- cusativale latina dovessimo cavare la voce atona toscana, essa ci basterebbe, fonologicamente, a spiegarci il mi ti si; in quanto è proclitico, però. In quanto enclitico, siccome in tose. Ve finale normalmente resta immutato (su che tra poco torneremo), così da a ma- me, crédit-se e sim. non si sarebbe dovuto avere amami, crédesi ecc. Nulla però ci vieta di supporre che, sorti nella posi- zione proclitica, mi ecc. passassero quindi anche alla enclitica ^
^ Tanto più singolare è 1' e di cerusico, leticare, ove risale a t.
^ Le consonanti attigue si fan piuttosto sentire in quanto frastornano 1'/, proraovendosi dalle labiali 1' o, u. come in dovizie, domani, domattina, do- mandare, diventare, giumelle, niofetn, Mugnone, popone, rubello, rovistare. La tendenza all' -«- fu tanta, da attirare perfino qualche o, w, come p. es. in bifolco bubulcus. ginepro, nicciuola, pricissione, sirocchia ecc.
* GII aitarme, parme ecc. poet. (unico es. nella D. C. è il d'altro non calme del Purg. vili 12), non so se possan tenersi strascichi d' una fase anteriore, 0 non piuttosto si riducano a semplici applicazioni della forma tonica (cfr. dissi lui, lor dissi), agevolate dall'esempio del me ecc. di altri dialetti (roman., pugliese ecc.) ed anche dalle frequenti alternative d' -i ed -e ne' nomi e verbi {tu gride = gridi ecc.). — E sarà il caso di ricordare qui le forme composte : melo mela, telo tela, ecc. Era una goffa spiegazione quella dei vecchi grammatici che dicevano essersi *milo mila ecc. cambiati per eufonia (?) in melo ecc. (se qualche rarissimo mito ecc. si trova in aut. testi tose, sarà pura
Pronomi personali e possessivi. 71
Ma, se la sola voce accusativale potrebbe a rigore bastare, a fortiori sarà ammissibile la confluenza di quella e della voce del dativo; sicché insomma, mentre mi 'punge, amami, risalgono a me p u n g i t, ama m e, invece mi dai la mano, dammi la mano ecc. risalgano a mi das ecc., das mi ecc. Il dammi, qui pertetta-
riformazione sopra mi ecc.!). Neanche però io posso ammettere, che s'abhia a dividere me lo ecc. e vedervi il me originario (lat, me), come voleva p. es. il Caix, Vocal. 18-9. Codesta dissezione si trova bensì nell' uso letterario, specialmente poetico, ma non dà indizio d'altro se non del concetto che gli scriventi si fecero di codesti pronomi composti, e non ha più valore storico di quel che n'abbia il nol-o ecc. del portoghese, nel quale gl'indigeni rico- nobbero nos-o con s in l (cfr. la mia Graram. p». , p. 28-9)! To tengo fer- mamente, e ho sempre tenuto, che in codeste crasi pronominali Ve appartenga al secondo pronome, e la vera dissezione sia m'elo m'ela m'eli m'ele, t'elo ecc., s'elo ecc., m'ene t'ene s'ene, c'elo ecc., v'elo ecc., glj'elo ecc. glj'ene. Queste ultime voci, che risalgono a illi-illum ecc. e ili i-inde, e che non avreb- bero come cavar l'è dal primo membro (il IT), mi son la più chiara conferma della verità di ciò che io dico. Lo scempiamento di -II- -nn- è dovuto alla proclisi e all'enclisi; e non ha avuto luogo, p. es. , nei merid. portam-iUe portam-élla, vatt-enne. Se poi il m di m'elo ecc. sia mihi o me, non si vede di qua, naturalmente. — Anche nelle preposiz. articolate dello nello ecc., io, checché ne paresse al Caix (Giorn. di fil. rom., II 1 segg. , Origini 197 segg.), vedo molto semplicemente d'elio d'ella d'egli d'elle, n'ello ecc. Se gli scrittori scrissero facilmente de lo, ne lo ecc. (rimasti ora alla poesia), vuol dire che -II- potè sonare anche scempio, per via della proclisi, e delo poi parve da suddividere in de + lo, e ìie lo gli andò appresso. Ma la suddivi- sione era falsa (la fonetica toscana, se no, avrebbe dato di lo; in ispagnuolo sì, può a iimettersi che il neutrale de lo couteng-a de tutto intero!); come è falso che dello sia da delo per reduplicazione della consonante ex-iniziale, come in dappoi ecc., che il da e V a 1' hanno il valore re luplicante, ma il de (di) no: cfr. difatto acc. ad affitto ecc. E la vecchia questione se del sia tronco di dello, o un composto d'el, è una questione che non ha luogo, trattandosi di due evoluzioni fonetiche, parallele, della identica voce latina, dovute alle due diverse situ ;zioni di essa nel discorso. Vale a dire che d(e)- -illo-stùdio e d(e)-illo-pàtre, p. e., si trovarono ridotti, ognun per conto suo, a delio-stùdio e del-pddre , essendo nel secondo caso favorita, dalla struttura sillabica del complesso arlic. -t-nome, la sincope della seconda vo- cale protonica, non favorita invece punto nel primo caso. Ma d(e)-i]l a-m atre e d(e) il la-stàtua ecc. davano estrambi della- perchè, come ha già no- tato il Caix, né il peso fonico del !'-«-, né la sua importanza morfologica qui, ne potean permettere la sincope. Quanto poi all'aversi e in dello del ecc. mentre l'articolo sciolto è il, il Caix stesso ha già benissimo osservato che
72 D' Ovidio,
mente regolare anche sotto il rispetto fonetico, avrebbe agevolato l'anormale amami da ama me\ Anche l'antitesi al me enfatico potè ribadire, ajutare, se ce ne fu bisogno, la fissazione del solo mi per voce atonica. Già la stessa azione antitetica, benché in senso inverso, c'è venuto fatto più su di supporla esercitata sulla fissazione dell'enfatico mi iberico, galloitalico, piccardo, dall'ato- nico me delle stesse favelle.
Ora, tornando agl'idiomi dell'Italia centrale umbro-romanesca, marchigiana, e anche toscana meridionale (Arezzo), è cosa ora- mai notissima a tutti come essi tendano, sì a conservare 1" e pro- tonico, e sì a mutare in e perfino, si badi, 1'/ risalente ad z, tanto in protonica quanto in fin di parola. Non mi estenderò in esempj come ho fatto per il toscano. Fo bensì voti che un qualche stu- dioso ben disposto si metta allo spoglio grammaticale dei testi e alla ricerca delle parlate di quella importantissima regione, e ci dia un compiuto inventano, cronologicamente e geograficamente ordinato, dei suoni e delle forme di essa. Qui rimando ai beagli ac- cenni dell'Ascoli ^ del Caix ^, e solo ne traggo megliore^ segnare, pregioni, nepocchi nipoti, ecc., e capeglie capelli, vilegne villani, dei
in il V i è determinato, nel fiorentino, dalla sua protonia e iuizialità insieme, e La ribadito il perfetto confronto di il con la prepos. in. Se poi de-illo ha dato d'elio, e *da-illo ha dato da' Ilo, la differenza nasce dalla diversa natura della vocale del segnacaso, cedevole in de, prepotente in *da. Quel mezz'accento che pur nella proclisi restava all' i di ilio si spostò sulla vo- cale antecedente quando questa era nientemeno che a. Allo stesso modo ho spiegato altrove (Ztschr. f. rm. phil. YIII, p. 103) il dilferente trattamento della penultima vocale delle voci numerali delle decine: v(ig)rnti venti, quadra(g-i)ii ta quaranta. Per allo al, poi, ci s'aggiungeva, oltre la ragione detta per dallo, anche quest'atra, che *aéllo avrebbe fatto troppo iato, e volendosi sacrificare Va, anziché l'è, il segnacaso sarebbe stato tutto travolto. Si deve però avvertire, che il punto di partenza di dallo allo potrebbe anche essere dad-lo ad-lo (cfr. «^^é = ad te). Ad ogni modo, la differenza tra da-'llo e d-ello resta sempre spiegata. Di degli ecc., e dei ecc., si toccherà più giù.
^ Invece di mi potrebbe aversi a porre *mii. Quanto a tibi sibi, non so se si avrebbe a supporli apocopati, *tr si, o rifatti analogicamente su mio sn *m i i.
2 Arch. Il 449-50.
8 Vocalismo, 19; Orig ni, 56-63. Cfr. anche Storm, Voy. At., 33, che ri- corda nn fenito flnitus, da fonte senese.
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pagne vecchie, dei pesce, puoie poi ; e v'aggiungo, da numerosi miei vecchi spogli d' una preziosi raccolta di antichi testi perugini \ questi pochi esempy. scegiirtade, nier olla, g enocchio, revello ribelle, deiettare, desonesfo, recevere, cepolle, cetà cetade cetadino lei vi- tate-), e peifin Pedestà [e = o), li principi adunate. Ricordo anche il notissimo cerasa di Roma ecc., fenestra, menestra, e cecdla, sce- munita; e ce, ve, je = g\ì (il 11): i quali tre ulumi esempj, a dir vero, parrebbero da soli bastare a coonestare il me ecc., se contro di loro non valesse il sospetto che potessero essersi appunto con- formati su me ecc. ^ ! Ad ogni modo, il lettore, ne son certo, non esigerà da me altre prove per lasciarmi conchiudere che la tendenza dell'Italia centrale all' e protonico e all' -e finale è così evidente, che, anche se la voce pronominale atona superstite fosse stata unicamente la dativale, mi ecc., si capirebbe benissimo come si fosse ridotta a suonare unicamente me ecc. Tanto piiì, dunque, sarà facile ammettere che il me ecc. vi risultasse dal livellamento del dat. mi ecc. e dell'acc. me ecc.; e, all'occorrenza, questo tne ben conservato potè pur contribuire a consolidare il ine da mi.
^ 'Quattordici Scritture Italiane ecc.', edite da Adamo Rossi, Perugia d859; un voi. di 458 pp. in 8.° Colgo questa occasione per render pubbliche grazie all'operoso erudito umbro degh ajuti onde mi fu largo negli studj che potei fare, il luglio del 1880, nella Comunale di Perugia; specialmente sul bel co lice intitolato Specchio dell'ordene menore (altri esempj di e!).
'^ Qui non posso omettere un'avvertenza. Chi, guardando ai dialetto odierno di Roma, e spogliando p. es. i Sonetti del Belli, s'argomentasse di far gran messe d' e, si troverebbe stranamente deluso. Salvochè in pochi casi, quasi lutti or ora da me citati (recala ecc.), vi troverebbe 1' i come in toscano, anzi di più (dilitto, pricissione. fiUce, Filice, Grigorio, binidizzioìie; e così gì'-/ (amichi, Giudii ecc.). Quasi quasi i soli monosillabi de, me, te, ecc., ce ecc. restano, come sporgenze non potute livellare, ad attestare il vecchio fondo del vocalismo dell'Italia centrale! Ma gli è che appunto le 'città' di tal regione, p. es., la stessa Perugia, e tanto piìi Roma, hanno, per la loro stessa attiuità idiomatica col toscano, così potentemente risentito l'influsso letterario di questo, da non aver più se non una 'lingua provinciale', carat- terizzata da certe pronunzie, da un certo 'accento' o cantilena, da certe parole o frasi o costrutti; ma non più veri dialetti. Questi si trovano solo nel contado. Per Roma poi, mi fa osservare il Monaci, come il gran con- corso di Toscani venuti appresso ai papi toscani (Leone X ecc.), e 1' esiguità numerica a cui si trovava d'esser discesa la popolazione indigena, produces-
74 D' Ovidio,
E quel che s'è detto del me te se dell'Italia centrale si applica egiialineute, e perfino a fortiori, alle stesse forme in quanto son venete. Che il veneto in un modo ancor più tenace (sebbene an- ch'esso qua e là abbia pur ceduto all'influsso toscano), ama Ve in protonica anc'ojTjri. To'go allo Storm, 1. e. 38-9, questi esenipj veneziani: deventar, remedio, recordo, rezever, desegnar, zenochio, preson, segare, nevódo, de. V'aerai un grò : hereckin, desanemar, desàsio (cfr. desmentegar ecc.), dezim,fenestra,fenócio, ledine, méoìa séola^, peócio pidocchio, rebombo, reciamo, refredo ecc.; e cfr. regasso re- mengo ragazzo ramingo. E in antico ancora dicevasi: mesura, beso- gnar, ves'm vicinus, fegurarse,fenir, fi ni re ^. In una tal favella era naturale che le formule me-portas ecc. e anche me-amas ecc. serbassero l'è; che mT das ecc. so lo procacciassero. Solo, sic- come r -i v' è normale come in toscano (cfr. ameni ecc.), così da da-nu ecc. non s' aspetterebbe dame ecc. Ma in questa unica serie Ve potè esservi insinuato diH' influsso delle serie proclitiche, e dell'altra serie enclitica a ma-m e ecc.
Ancor più spicce corrono le cose per il lombardo, che encliti- camente non usa se non forme apocopate {damm, fegilret, f^g^' rass ecc.), e le forme proclitiche me ecc. le giustifica ampiamente Col mostrarci e protonico da quiilunque e ■• i. anche da z. Tolgo allo Storni, 1. e. 49-50: besogna, denanz, deventj, ^Y\^•ev\ii^,fenestra, genòcc, mesura, presoìi, regordass, resegà, rezév, segilra, segli scure, feni, ves'm. Al Salviotn ^ \<t:^o: Tesin, trebi'dà, trebimal, pedrio, mezidi omicidio, melltar, vegilia, beliett ecc., Jg = li (acc. pi.), se = ci. E l'è è tanto usuale in prima protonica, o, che è lo stesso, in proclit ca, che s'introduce anche al posto di o, il, a: el le sa=ei lo sa, setil-sutil, serór tare.) sor ore-, meneman di mano in mano, negotta una-gutta, mereSall, secrista sacrestano, reson; e perfia le talora per la, e quasi sempre de per da^. Cfr. anche cose fa? =
sero alriiiii secoli fa ima vera mistura di linguaggi. Cfr. anche Ascoli, nel Proemio all'Archivio, I xvi.
^ Naturalmente la f. ant. fu *meóla ecc.
2 Storm, 39-40. E nelle pp. successive dà esempj anche d' altri dialetti veneti: p es. padov. deiubio diluvio.
3 0. e. 126. Gfr. 144 137 93 96.
■* A proposito del lomb. el le clama egli lo chiama, voglio avvertire, che
Pronomi personali e possessivi. 75
= cosa fa? — In tale ambiente, era naturale che a me dovessero riuscire *me o mi, e restarci me ecc. S
E abbiamo me ecc. anche nel leccese, mentre anche lì è co- mune Ve protonico: telarti, semigghiu simiglio, cepiidda, dec'ia di- ceva, ecinu vicino, cetà città ecc.; ed è normale che l'antico -e atono resti intatto ( piggklare ecc., cride crede ecc.). Anche ivi dunque è naturale che in proclisia mi e me ecc. si confondessero nell'unico me^ e per l'enclisia il dat. niT che avrebbe dovuto ser- bare il sunno i ha dovuto parificarsi alla forma prevalente in ogni altra situazione, me ecc. Lo stesso pareggiamento supponevamo più su del -me tose, accus.; in senso inverso bensì, quanto alla vocale ^.
Eppure v' è un paese, ove il me ecc. da m e e da mi o *ni~it ecc. quadra ancora più squisitamente che in ogni altro: la penisola ibe- rica. Ivi pure la norma della vocale protonica è rappresentatn dallo sp. betun, cebolla, ceniza, ceresa, cetrino, de, decir di e ere. defender (cfr. desmentir Q co,., desordenar ecc.), derecho, AeJ«7/« = *fl he 1 1 a,
nello sp. él le llama, che par così perfettamente rispondergli, il le è mate- rialmente ma non storicamente identico. Poiché in lombardo è pnra a]te- razion fonetica per lo, ma in spagnuolo egli è il dativo atonico (/e = illT, col solito -t finale in -e) che funge pure da accusativo, conformemente alla voce tonica, à él, che è insieme dativo e accusativo. Dalla stessa causa pro- cede il fatfo inverso che ha luogo nel feminile, che In si trovi abusivamente anche per dativo. Poiché a yo la llnmo è equivalente yn llamo a ellir , è potuto parer naturale che a yo day mi mnno à ella equivalga yn la dny mi mano invece di yo le doy ecc. (fem. ?e = fem. il lì). "Così, se in francese les è foneticamente derivato da illos, in sp. invece l'abusivo Ufi accus. {yn les llamé = yo los llamé) è semplicemente il dat. les (=ilirs) fungente com'ac- cusativo al pari del tonico à ellos.
1 Una percezione simile, in fondo, alla mia, pare essere balenata anche al Salvioni, p. 127. Quanto ai casi come ti ha per 'te li ha', cioè in f. a. te J(e) ha (p. 108 127), è evidente che si tratta d'un'evoiuzione affatto par- ziale: ti= tej e sini.
- Notevole che il Morosi, IV 1.S8-9, già accennasse a questa confluenza.
' Sui dialetti affini al leccese, i calabri cioè e i siculi, non ho agio di fer- marmi. Basti questo, che i più di loro hanno mi ti si, d'accordo con la tendenza generale, che loro è propria, ai suoni sottili. Ma non vi mancano dialetti che han me ecc.: p. es., il cosentino; senza però che sieno, come in leccese, suffragale codeste voci da molte altre voci con e. In un certo Benso, il cosentino fa l' impressione d(5l romanesco.
76 D' Ovidio,
mejo); nienor, meoUo, mesura, nepofe, senor, temor, vecino ecc. ^ ; dal pg. betmne, ceòóla, cerèja, de, senhor ecc. ; e insieme v' è in- fallibile la nonna ^ die ogni -i finale (e -is) preceduto da conso- nante vi si fa e^ Ond' è che tutte le formule da noi più su esem- plificate conducevano all' -e ; da nn non meno di ama me; mi dicis non meno di me portat. La formula me amat non la computo, perchè, se non altro per conformità agli altri casi. Ve vi dovea pur restare incolume: cfr. ad ogni modo de amor ecc.
Del genovese, perfettamente conforme al lombardo-veneto nelle forme pronominali atone e nelle loro ragioni, non era necessario si parlasse. Dell' emiliano e del romagnuolo, dove tutto è ridotto alla consonante, m, t, s, puntellata poi, se altro manca, dalle vo- cali epentetiche o dal famoso a risalente a 'ille', come si vede in la m da la mi dà, a n am par brisa e' non mi par mica, ecc., nulla è da indagare, mancandovi la 'materia prima' dell'indagine, la vocale*. Come il me te se del gruppo napoletano-campano-a- bruzzese-sannitico-pugliese, ove in e s'annebbia del pari e V e e V i atono, neppur si presta a ninna analisi. In francese pur s' ha me ecc. con e, nella sola proclisia (in enclisia funge l'enfatico : donne- -moi ecc.), e pur questo non è disforme dalle tendenze di quel- r idioma, che così tratta, p. es., la vocale della preposizione de. Né è inutile ricordare anche i tipi come menu nnnutus, melon melone-, mesure\ e come moelle miflolla, evidente invertimento d'un *meolle (quale il pg. joelho=jeoIho ginocchio), e come voisin, ìli fase anter. veisin, anch'esso dun(iue con e da i. Del proven- zale non saprei parlare con precisione, e me ne passo; ma non mi pare che ne venga turbamento al mio discorso.
' Intanto m'accorgo di non essere stato troppo bene ispirato, in un mio recente scritto (Zeitschr. f. roin. pli., Vili 87), riaccampando l'ipotesi dieziana, che dove la tonica è -i- come in vecino ecc., 1' e protonico sia promosso da spinta dissimilativa. La tendenza all' e è tanto generale e risoluta da non aver bisogno di un simile ajulo, che, al più, può aver portata una certa con- ferma.
■^ Ne ho discorso nello scritto cit. nella n. auteced.
* Esempj se ne son già citati in queste pagine. Soprattutto richiamerò, per la sua particolare convenienza, lo sp. le les pg. Ihe Ihes, da illl illls. Cfr. sp. pg. amaste = -asti, sp. veinte, pg. viiite,z= viginìl ecc.
* Il piemontese tramezza in certo modo tra le condizioni emiliane e le genovesi.
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Toccando poi anohe delle forme atoniche del plurale, noi per- sisteremo risolutamente a credere, che l' it. ne per 'noi, a noi', o vi per Voi, a voi', sieno semplicemente gli avverbj (inde, ibi); malgrado che il rumeno, il qual dice ni vi pel dativo, ne ve per l'accusativo, che sono riformazioni analogiche di nos ecc. sopra mi ecc. me ecc. ^, inviterebbe ad aggradire la supposizione del Caix che faceva discendere ne vi da no' vo' atonicamente usati, e ricordava il noi piace, vo' piace e piace vo ecc. di Guittone e d'altri antichi '\ Sennonché, è già troppo tardiva l'età di codesti vo' ecc., perchè si possa vedervi attestata la fase anteriore di vi ecc. Negli stessi testi che hanno vo' ecc., c'è insieme vi ecc.; cosicché vo' non rappresenta che l'uso momentaneo della forma pesante al posto della leggiera; come Dante dice io dissi lui oltreché io gli dissi e sim., senza che per questo se ne possa trarre che gli sia deri- vato da luil Le forme gnittoniane , dunque, possono al più dar una nuova prova, che il riflesso dell' accus. plur. latino può essere adibito qual forma atonica di dativo-accusativo, come già si sa- peva dallo sp. {nos, os), dal pg. (^nos, vos), dal sardo (nos, bos), dal frane, {nous, vous\ dal prov. {ns, ns), e come anche a priori s'a- vrebbe a tener per possibile; ma altro non posson provare.
Ma ciò che assolutamente mostra falsa la spiegazione non av- verbiale è la differenza di vocale tra ne e vi. Non avrebbero po- tuto codeste voci suonare altro che ni vi, quando davvero fossero plasmate analogicamente su mi ti si gli. Questa difficoltà non potè non balenare alla mente del Caix, ma egli credette disfarsene con supporre che il primo grado di formazione fosse stato ne ve., e che dal fare il secondo passo , quel dell' i, il ne fosse impedito dalla somiglianza sua col ne avverbio. Supposizione quanto mai arbitraria e inverosimile; poiché questo è un di quei casi in cui è più facile ammettere il più che il meno: è più facile che esso
' Il Miklosicli (li 62) dice che non sa risolversi a dedurre ne ve diret- tamente da nos vos: io credo sia anzi il caso di negare risolutamente una tal deduzione. Nos vos non han fornito, all'azione plastica della lingua, se non la cons. iniziale.
^ Giorn. di fil. rom., 1 43. Già il Diez gli avea aperta malamente la via coll'esitare a vedere l'avverbio in ne e col rammentare il nis = nol)ls del lat. ax'c. cit. da Feste.
78 D' Ovidio,
l'avverbio diventasse pronome, anziché venisse tardivamente a di- sturbare il concorde procedimento di tutta una schiera di pro- nomi \ D'altro lato, negando 1' origine pronominale a ne e vi, si renderebber discordi questi da ci, con cui fan sistema, e del quale ninno dubita che sia un avverbio (eco' hi e), e dallo stesso ne in quanto ha valor di genitivo pronominale (^'ne dirò il nome', 'non ne so nulla' e sim.), nel qual caso non vi sarebbe pronome a cui collegarlo. Né bisogna poi fermarsi ti'oppo alla difficoltà che il Diez metteva innanzi: non essere in inde espressa l'idea di S'erso qui', così da potervi vedere il 'verso noi'. Non v'é espressa esplicitamente, ma vi è ammessa, implicitamente, e quasi sottin- tesa: 'movendo da codesta parte (e venendo verso questa)'. Non è la prima volta che nelle lingue il meglio d'un concetto é ap- punto quello che resta semplicemente sottinteso. E di spostamenti ideologici de' pronomi, poi, la grammatica neolatina ci dà quanti esempj vogliamo. Il riflesso di ipse nel Mezzogiorno d'Italia e neiriberia ha assunto perfettamente il senso di iste; e l'iste ha dappertutto preso il senso di hi e, che é disparito. E l'avverbio ci or ora citato, che in tutta Italia vale 'noi, a noi' (roman. ce, nap. ce, nordital. se; sardo settentr. zi, cfr. zelu cielo; emil. rmg. z), insieme nel Mezzogiorno stesso, e nella 'lingua provinciale' dell' Alta Italia (non nel dialetto), vale altresì come terza per- sona, in cambio di gli le loro (p. es. 'ce l'ho detto' per 'gliel ho detto' ecc.). Tanto elastica è dunque stata l'idea di 'qui' che è in ci, da prestarsi a far germogliare dalla stessa frase, nello stesso linguaggio, due così diversi significati come p. es. 'dillo a noi' e 'dillo a lui', che entrambi sono normalmente espressi, in napole- tano, con dingelle ^
1 Del resto anche ne avvb. dovrebbe, iu quanto proclitico, farsi ni, in fonetica toscana! Ma è pur certo che resta ne. 0 perchè forse più usato encliticauieute, e, come enclitico non avendo ragione di farsi ni, restasse così anche nella proclisi : l' inverso insomma di ciò che abbiam supposto per l'enclitico me. 0 perchè per gran tempo seguitasse a suonar ende, e così non cadesse sotto la solita norma di cons. iniz. + e in coas. + i Ad ogni modo, è bene avvertire che questo piccolo problema fonologico non ha nulla che fare col problema se ne pronome sia l'avverbio o no.
- Del resto, in Toscana stessa non solo c'è forse chi, parlando trasandato,
Pronomi personali e possessivi. 79
Aggiungo, in fine, che se ne fosse un derivato di noi, avrebbe avuta ben altra vitalità, e sarebbe rimasto sempre in pieno vigore; non avrebbe tanto ceduto al ci, che oramai è il solo atouo popolare di prima persona, in gran parte d'Italia. E concludo, che come l'avv. ci assunse certamente il senso pronominale di prima plu- rale e insiem di terza sing. e plur., cosi l'avv. ne assunse quello di prima plur. e insiem di genitivo d'ogni persona, e vi quello di seconda plur, ed anche, in qualche dialetto, di terza sing. e plur. '. La casuale identità della iniziale tra ne e noi, e tra vi e voi, agevolò la fissazione del ne per la prima e del vi per la se- conda : solo di tanto e' entrarono i pronomi noi e voi. Al più, l'estremo della concessione che si potrebbe fare ai fautori del- l'origine pronominale, ma che neppur voglio fare, è d'ammetterla solo per vi; che questo cioè si formasse su voi per anal. di mi ecc., mentre per la prima persona si usavano invece gli avverbj ne e ci.
usa ci per la tei'za. ma normale v'è il ci in certi usi quasi pronominali (7o hai visto? - ci Ilo parlato!' ecc.). Riscontri ideologici molto estesi si possono vedere presso Ascoli, Studj ariosem., §§ 11 e 12.
1 II glie del lombardo-veneto, che vale insieme 1' avv. vi o ci tose. (mil. mi glie voo io ci vo), e gli, le, lor (mi g' oo dit, dagliel daglielo ecc.), è notoriamente il 'j;e = ibi (e go habeo, p. e., è veramente 'vi ho', 'ci ho'): il cui V tanto più facilmente passava in g- (cfr. gómet vomito, golzd osare, Asc. St. Cr. I 29 n), in quanto si trovava, per la giustaposizione con altre parole, ad avere spesso il v tra vocali (cfr. lomb, -uga, pagilra, regolza rialza, ecc.) Una splendida conferma a codesta dichiarazione del Flechia e dell'Ascoli, a me par che ce la dia il sardo, il quale dice dahilu per 'daglielo', biV hap a nan'er gliel ho a dire, gliel dirò (Spano). È uno di quei casi di cui direbbe l'Ascoli che la Sardegna anticipa il tipo dell'Alta Italia (li 154 segg.). Né è poi a dire, che la ipotesi del glie — ve sia mo- strata vana dal fatto die gli stessi idiomi dicono ve per 'voi, a voi' col v- inlatto. Che a mantenere incolume questo ve di seconda piar, contribuì ap- punto l'influsso di '2;oi'. Mentre niun freno ebbe il ve in quanto avverbio 0 terza persona. Sono due veri allotropi insomma, e danno una nuova prova della elasticità del concetto avverbiale a lasciarsi tirare ai più varj usi pro- nominali.
80 D' Ovidio,
V. Egli^. — Che il sing. nominativo egli debba, d'un modo 0 d'un altro, metter per forza capo ad i 11 e, per me è cosa che non ammette dubbio. Contro l'illic, che fu messo innanzi, sta, oltre ragioni peculiari che più giù toccheremo, una ragione sommaria, la quale in lintrua molto alla buona si può formular così : e di iUe che cosa n' è stato? dove s'è andato a cacciare? come una voce ciisì vegeta, così salda nell'uso, cedette il campo a una po- vera voce di cui appena qualche timido esempio fa capolino nei poeti comici?
Eppure €gìi = \\\Q fonologicamente è